Ipnosi della violenza e narrazioni diverse

12.05.2019 - Luca Cellini

Ipnosi della violenza e narrazioni diverse
Prigionieri italiani 1° Guerra Mondiale (Foto di Archivio Pressenza)

A margine d’una discussione si parlava sulla situazione generale, si parlava come di una certa forma d’ipnosi, una forma di fissità di pensiero tendente sempre più alla violenza in cui siano ultimamente precipitate sempre più persone, della tendenza di molti a non volere aprire gli occhi sul preoccupante contesto sociale che stiamo vivendo.
Credo che collettivamente potremmo avere maggiori possibilità di aprire gli occhi, se ognuno nel suo piccolo provasse in primis su sé stesso, ad operare una narrazioni diverse da quelle che per lo più vengono presentati come fatti, lottare centimetro su centimetro per non far passare l’uso ingannatore che viene fatto oggi delle parole. La tecnica che usano (mi si passi il termine) “gli astuti ingannatori dei popoli” è semplice, basta osservare quel che sono riusciti a produrre nell’immaginario collettivo europeo in questi ultimi anni, sono riusciti a spostare l’attenzione della maggior parte delle persone su di una emergenza, quella dei migranti, presentati come “irregolari” e “clandestini”, “invasori” come radice di tutti i nostri odienrni mali, dei problemi che affrontiamo ogni giorno, del nostro crescente degrado umano e sociale, insomma, in definitiva il famoso “capro espiatorio”.

 

Quando sappiamo in realtà dati alla mano che, questo degrado umano e sociale, è frutto di vari decenni di politiche di sfruttamento selvaggio, di disumanizzazione crescente nella vita delle persone, operata sui posti di lavoro, nelle scuole, sulle nostre stesse famiglie, un preciso pensiero e una ideologia pragmatica ed estremamente cinica che, ha voluto mettere le merci e i prodotti, avanti ai reali bisogni delle persone, (interiori ed esteriori), che ha portato l’individualismo e l’egoismo ai massimi livelli, messo a modello la sopraffazione al posto del principio di solidarietà sociale, la competizione estrema, come sentire collettivo invece della cooperazione e della collaborazione, attitudini umane queste, fondamentali e necessarie perché alla base di ogni forma pur minima di organizzazione sociale. E così ecco confezionato il maggior nemico popolare dell’immaginario collettivo europeo di questi ultimi anni, non le politiche bancarie, non le manovre economiche dissenate dei governi mosse a riparare le voragini economiche create dall’alta finanza, da investi enti sbagliati, non il deprezzamento e a seguire la svendita del patrimonio pubblico in mano ai privati che poi hanno operato prezzi in regime di quasi monopolio, non l’impoverimento di una forma di protezione sociale che veniva operata tramite l’adempimento di un welfare che garantiva comunque a tutti, almeno scuola, sanità ed uno straccio di abitazione popolare.  Ebbene no, il nemico come da storia è storia, oggi è identificato nello “straniero invasore” colui che ci porta via quel poco che ci è rimasto dopo che le politiche dell’alta finanza globale ci hanno portato via in meno di 30 anni possibilità, diritti, tutele, e un livello di vita per cui generazioni precdenti la nostra  avevano lottato e sofferto oltre deucento anni.

Si avesse almeno la minima onestà interiore di osservare che, la nostra società è il prodotto della somma di tutti noi, di come in essa operiamo e agiamo e che il nostro degrado umano e i nostri mali e limiti sociali, sono ben precedenti alla comparsa dello “straniero, migrante invasore”.

Di fatto nel lungo periodo continuare su questa china ci sta portando, (noi tutti più o meno coscienti e consenzienti) oltre che verso una totale destrutturazione sociale, anche verso una forma di caos negativo e incontrollato del tutti contro tutti.

In Ungheria si sono alzati chilometri di filo spinato e garritte di avvistamento che non si vedevano dai tempi dell’occupazione nazista, i nostri governi europei, pagano i governi presenti in Libia, in Turchia, in Kosovo e persino in Grecia, perchè mantengano veri e propri lager di disperati che cercano di migrare, fuggire da condizioni di oggettiva invivibilità o da una dittatura, o da guerre, e che siano le une o le altre, in 9 casi su 10 sono state le nostre stesse politiche occidentali a crearne le condizioni perchè vi fossero.

In Francia nelle Banlieu, sono state operate politiche che hanno fatto sì che intere masse di persone da anni ormai vengano circoscritte chiuse in dei quartieri tenuti come in dei ghetti in cui persino la polizia ha difficoltà ad entrare e quando lo fa, lo fa con l’ordine di sparare a vista.

In Italia in questi giorni si sono viste attuare forme di discriminazione estrema e di razzismo che, quasi ricordano i pogrom che si ebbero con gli ebrei con l’avvento del nazismo, oggi operati nelle perfiferie degradate e abbandonate su italiani di altra etnia, i rom ma non solo, anche i figli di migranti di una o due generazioni, che, si badi bene, non sono più migranti stranieri, ma sono italiani a tutti gli effetti, alcuni pure da diverse generazioni.

Il passo successivo quale sarà?

E’ una pericolosissima  deriva quella che ha preso l’Europa, da una parte si impoveriscono fette sempre più ampie della popolazione, si tolgano risorse e quel minimo  di tutele sociali, il patrimonio pubblico è ormai a gestione privata che opera in regime di semimonopolio, dall’altra nelle perifierie dove si è sviluppato forte degrado umano sociale, si permette a ideologie e gruppi neofascisti e razzisti di soffiare nell’orecchio delle persone di aizzarle contro l’invasore straniero che è lui che gli porta via diritti e tutele e ha fatto precipitare i quartieri nel degrado,dall’altra ancora a fronte di maggior conflitto sociale che si sta sviluppando,  si tolgono diritti, si impone un maggior controllo, insomma poco a poco passare da uno stato di diritto ad uno stato di polizia. Pochi ancora se ne rendono conto fino in fondo di ciò che questo modo di operare ci porterà, molti che riescono a cogliere tale deriva, la sottovalutano, credono che sia solo una cosa marginale, temporanea collaterale, magari brutta, ma che non abbia tutta questa importanza in termini sociali o per le nostre vite personali, altri ancora, politici spregiudicati la usano cinicamente come il Ministro dell’Interno italiano, Salvini, per avere consensi, e maggiore mano libera per imporre forme più strette di controllo tramite il richiamo alla tanto sbandierata sicurezza, nella sua spregiudicatezza commette pure un fondamentale errore di valutazione, crede di poter manovrare questa pericolosa direzione, ancora per averne ritorno politico, come d’altronde ha avuto fino adesso, e che in seguito una volta ottenuto il suo obbiettivo, che questa deriva possa essere contenuta, controllata a suo proprio piacimento. Senza rendersi conto che certi fenomeni sociali da sempre diventano incontrollabili, sono processi che solitamente si avviano e vengono finalizzati strumentalmente spesso con la stessa connevenza dei governi, che chiudono uno o entrambi gli occhi oppure partecipano attivamente in modo non dichiarato alla creazione di determinate condizioni, con un precisio motivo, sempre legato all’attuazione di poter operare un maggior controllo, oppure in senso generale per restringere i diritti delle persone, poi accade che tali fenomeni prendano forza attingendo dalla stesa frustrazione e rabbia accumulata dalla gente che, diventa sorda e cieca, che poi come una valanga mortifera e distruttiva trascina a valle tutto ciò che incontra sulla sua strada, fin quando violenza, frustrazione, rabbia, e sentimento di odio e di vendetta non abbiano esaurito la loro carica.

Purtroppo la storia insegna una lezione ben diversa e dura, insegna che ogni volta che si sia intrapresa la stessa deriva nazionalistica e di rivalsa, questa poi è sfuggita di mano, ha contagiato le coscienze di molte persone, che hanno scaricato la loro rabbia e frustrazione, il loro disagio, la loro ignoranza e insofferenza dell’anima, su coloro che gli erano accanto, coloro che vedevano in diretta competizione per mantenere quel poco, coloro che ovviamente per calcolo di convenenienza per molti inconsapevole per altri no, venivano considerati più deboli, più poveracci, meno “rispettabili”, sia in quanto ritenuti diversi, che più deboli e perico meno difendibili (in un’ottica di sopraffazione il più debole è sempre per primo l’oggetto di violenza e di predazione).

In questa forma sono iniziati i peggiori massacri etnici, religiosi, politici; genocidi di poveri contro altri poveri che venivano messi in condizione di stress, come fossero colonie di topi contenute in degli spazi esigui, a cui intenzionalmente si procurino stress, disagio, senso di oppressione, paura, senso d’instabilità e incertezza; il risultato sperimentato è sempre lo stesso: i topi si azzannano fra loro, si feriscono, si uccidono per scaricare la rabbia, o nel tentativo più o meno cosciente di “alleggerire” numericamente “la colonia”.   La tensione, lo stress, la violenza, la paura che avevano accumulato, vengono così scaricati in un massacro fra simili. La tensione mai viene rivolta verso l’alto, verso chi o verso coloro che operano alle basi delle condizioni di vita della colonia stessa.  E’ brutto a dirsi, ma con noi umani, per certi versi ci sono meccanismi non molto diversi, specie all’interno dei grandi gruppi e nella logica delle masse soprattutto ci sono alla base meccaniche comportamentali ataviche, filogenetiche che fanno sì che la carica aggressiva accumulata si scarichi fra soggetti vicini a patto che vengano considerati “diversi” estranei al “gruppo” o alla “colonia”.

Il campo di ciò o di colui che venga considerato diverso poi per ovvi motivi si allarga, dallo “straniero migrante invasore”, si passa al connazionale di etnia diversa, poi al sessualmente diverso, al politicamente diverso, al religiosamente diverso, all’ideologicamente diverso ecc.

Una delle possibili strategie che abbiamo di lottare contro questa deriva, è essere profondamente consapevoli di quel che sta accadendo, per prima cosa riconoscere in noi stessi tali meccaniche, osservarle, per riconoscerle nelle altre persone, contemporaneamente come detto già sopra, lavorare strenuamente in tutti i modi possibili per operare narrazioni di tipo differente da quelle che vengono presentate come fatti o come verità ufficiale, e che tali poi vanno a costituirsi nella nostra mente, nei nostri pensieri, conseguentemente, in primis nel modo di pensare e a seguire, nelle nostre azioni quotidiane, nei nostri comportamenti.
Ciò andrebbe  fatto urgentemente, non solo sui social, ma come qualcosa che possa essere portato avanti in tutte le relazioni che abbiamo, dialogare con gli altri, sapendo che in caso di conflitto sociale, una volta terminato il dialogo non restano più molte forme di confronto se non la fuga, il ritirarsi in nicchie sempre più esigue, oppure in alternativa opporre forme di resistenza che da un certo livello del conflitto in poi, si trasformeranno per gioco forza, in forme di confronto e scontro di tipo violento, non più solo verbale ma purtroppo anche fisico.

Credo che si stia anche facendo in modo calcolato e spregiudicato di un linguaggio con l’uso di termini e vocaboli, intenzionalmente sbagliati, usati impropriamente, trasfigurati nel loro significato. Credo che l’uso che si fa del linguaggio sia molto importante, strategico.  Credo che il modo in cui si definiscono la realtà, o una determinata situazione che viviamo, incida fortemente sulle possibilità che abbiamo di modificarla. Credo che, forse mai come in questo periodo storico sia importante l’uso che si fa dei termini, delle parole, che, come mattoni vanno a comporre la visione che va a costruirsi nei nostri pensieri. Credo in definitiva  che, sia fondamentale e strategica, la narrazione dei fatti che si compie e a cui veniamo sottoposti e che da tutto ciò poi nascano oltre che i nostri pensieri, il nostro sentire, le nostre azioni, i nostri comportamenti, la nostra direzione.

In definitiva dovremmo quanto meno  aiutarci a vedere le cose da un differente punto di vista, tentare di diffondere altre narrazioni che non siano solo quelle volute come “verità ufficiali” approvate certificate come vere dagli stessi che hanno operato in questi anni per portarci nella condizione sociale che oggi viviamo, insomma farsi mezzo, veicolare in prima persona narrazioni differenti della realtà, portare altri dati ed elementi su cui poter mettere l’attenzione, tentare di fornire incipit affinché per noi stessi e per le persone con cui comunichiamo si possano operare nelle nostre teste, narrazioni di fatti e della realtà, di tipo differente da quelle che vengono per lo più operate dai mass media, da politici cinici e spietati che fomentano odio e violenza che sfociano poi in lotte fra poveri, da quelle “realtà” presentate come indiscutibili, da governi di qualunque colore essi si dipingano, ma che poi fanno solo gli interssi dei potentati economici e bancari.

Una narrazione, quella operata da quest’ultimi che, poi diventa narrazione comune, devastante sentire popolare che di fatto si va a configurare come realtà nella mente di molte persone. Un’opera questa di dare voce a narrazioni differenti della realtà, ( quella almeno che come tale ci viene presentata) che deve essere cosciente, portata avanti non solo a livello “social”, bensì ancora di più nei posti di lavoro, chi possa nelle scuole, nelle famiglie, nell’ambito delle amicizie, nelle varie relazioni sociali.

Non importa saper scrivere o no, (anche se può rappresentare una base importante), importante è almeno provare ad esprimere una visione dei fatti diversa, questo siginifica ovviamente esporsi sebbene ancora oggi per fortuna in minima parte, ma significa comunque fare una scelta precisa di campo e operare in quel senso.

Non importa quanto si riesca, importante è poter mutare anche d’un poco il punto di vista ormai fisso e deleterio, quasi ipnotico, tendente per alcuni alla rassegnazion per altri o alla reazione violenta oppure giustizialista fai da te, che vedono un possibile miglioramento delle loro vite e una forma di riscatto sociale o personale, nell’identificazione di un colpevole, di un nemico, ovviamente e purtroppo non rivolte in alto, come dovrebbe essere, verso coloro che dettano le regole di questo gioco infame, no… purtroppo per molte persone apparentemente più facile e immediato, se non altro più raggiungibile, è direzionare la propria violenza interiore, la propria rabbia il proprio disagio (badate bene in primis sociale) verso il poveraccio accanto, quelli vicini, i “diversi” che vengono indentificati come coloro che ci sottraggono quelle poche possibilità di vita, di avanzamento e di sviluppo che ci sono rimaste.
Modificare per primi in noi stessi e nelle persone con cui abbiamo relazioni questo pensiero, questa narrazione dei fatti, anche se in piccola parte, è già di per sé una vittoria, perché si pongono così le radici, si gettano piccoli semi di possibili riflessioni, di modi di pensare diversi, aiutando noi stessi e coloro che abbiamo intorno ad uscire da una forma di sub umanità e d’ipnosi collettiva in cui stiamo rischiando sempre più di precipitare, riuscire a riportarci anche in piccola parte all’umano che c’è in ognuno di noi, è il primo passo di ogni possibile difesa e di ogni risalita da questa pericolosa e contagiosa deriva, qualcosa che la storia insegna averci poi portato in un crescendo di orrori storture e ingiustizie, a massacri, dolore, guerre transnazionali, guerre civili, conflitti locali, stermini, e le peggio atrocità umane che si ricordino.

Categorie: Diritti Umani, Europa, Non categorizzato, Nonviolenza, Opinioni, Politica
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