Energia e livello del conflitto

04.12.2015 - Luca Cellini

Energia e livello del conflitto
Guerra e Pace (Foto di Luca Cellini)

Da tempo è in atto un conflitto che non si ferma più di fronte a niente.
Un confronto che ha la pretesa di determinare i futuri assetti geopolitici mondiali e stabilire la definitiva egemonia fra due differenti aree geografiche ed economiche.
Uno scontro senza esclusione di colpi, una vera e propria guerra mondiale di predominio, combattuta ormai su tutti i fronti e con tutti gli strumenti possibili.
Da una parte la potenza economica mondiale che ha dominato durante gli ultimi 70 anni, rappresentata principalmente dagli USA con l’Europa al seguito, tenuta sotto scacco.
Dall’altra i BRICS, la Russia alleata con Cina, Iran, che cooperano con India, Brasile, Sudafrica, alcuni paesi emergenti del Sudamerica e altre realtà regionali euroasiatiche.
Gli Stati Uniti, per molti anni, grazie alle politiche di controllo dei flussi del petrolio, hanno avuto un predominio strategico a livello mondiale. Predominio che è andato declinando in quest’ultimo periodo, principalmente proprio per via delle politiche energetiche applicate dalla Russia e dal suo governo.

La questione dei Gasdotti

La Russia in questi ultimi 15 anni ha lavorato incessantemente a livello politico ed economico, stabilendo piani di cooperazione energetica e alimentare con vari stati europei, asiatici e mediorientali, intessendo collaborazioni e progetti di partenariato tra i vari colossi che gestiscono l’approvvigionamento energetico, il flusso che si è creato è stato così basato sulla fornitura di energia in cambio di tecnologia oppure in cambio di forniture alimentari.
Sono numerosissimi gli accordi commerciali stabiliti dalle compagnie russe Gazprom e LUKoil, con le varie compagnie italiane ENI, Snam, Saipem ed Edison, l’olandese SHELL, la britannica BP, le francesi Total e Chevron, la norvegese Statoil, la greca Depa, l’azera BTC, la turca Botas, le giapponesi Mitsubishi Diamond Gas, Mitsui, Itochu e Inpex, solo per citarne alcune.
Come numerosi sono stati i progetti portati avanti per la realizzazione di svariati gasdotti per rifornire di gas russo l’Europa, l’Asia e alcuni paesi del Medioriente:
Nord Stream e Nord Stream II che vede coinvolte Russia e vari stati nordeuropei per il raddoppio del gasdotto esistente
South Caucasus Pipeline, gasdotto che coinvolge BP, AzSCP, la TPAO, la malese Petronas, Lukoil, NICO, SGC Midstream
Il gasdotto Yamal che interessa Russia, Bielorussia, Polonia e Germania
Eastern Gas Program che vede coinvolte Russia e Cina per l’approvvigionamento energetico nel Nord della Cina
Shakalin II con Russia e Giappone in un partenariato per la fornitura di gas naturale
Il Blue Stream che coinvolge in maniera preponderante l’Italia con l’ENI
Turkish Stream ultimo dei vari gasdotti previsti che dovrebbe rifornire di gas russo Europa e Turchia passando sotto il Mar Nero, transitando nella Turchia europea, in Grecia, per approdare nel Sud della Puglia.

Gasdotti Gazprom

La destabilizzazione come strategia di contrasto

Gli apparati statunitensi, d’altro canto, per ovvi motivi logistici, non potendo competere con il gas russo, per scoraggiare ogni possibile forma di cooperazione energetica, già da tempo hanno preso le relative contromisure, riaffermando sul territorio la propria forte presenza militare, oltre che economica, sia in aree d’interesse strategico Mediorientale che qui in Europa.

Mettendosi davanti ad una cartina geografica, non si può fare a meno di notare come la presenza dei recenti conflitti, i vari disordini, le situazioni di crisi, le guerre civili e le ultime mobilitazioni delle forze NATO, siano esattamente su tutti quei territori mediorientali, nordafricani ed europei, interessati dal passaggio di un gasdotto, di un oleodotto o che comunque si trovino su di un’importante rotta energetica.

Mappa Conflitti

E’  allora che si capisce bene come questa rappresenti una vera e propria guerra, giocata senza scrupoli e a tutto campo, sulla pelle della gente. Un conflitto dove a seconda della necessità, vengono usati, i media per rappresentare una versione dei fatti sempre più distante dalla realtà, crisi economiche strumentali che appaiono sempre al momento giusto per piegare i governi che non si sottomettano a determinate logiche (vedi Grecia, ma anche Italia, Spagna e Portogallo), l’FMI che a insindacabile giudizio decide quali sono i paesi meritevoli di essere economicamente salvati e quali no, le varie società di rating (tutte USA) che decidono, secondo criteri non opinabili, i rating di affidabilità di Stati, Enti Pubblici ed aziende, i sanguinosi attentati operati da gruppi terroristici che poi scopriamo in questi giorni essere in affari proprio con “chi” ci dovrebbe difendere, le spaventose guerre regionali che ci circondano, usate come deterrente “strategico” o come forma di ritorsione, la diffusione seriale di menzogne per addormentare le coscienze o per generare rabbia e paura alimentando sempre nuove spirali d’odio e distogliendo così la maggioranza delle persone dal reale nodo del problema, la creazione di sacche sempre più ampie di povertà, disperazione ed emarginazione che poi diventano terreno fertile per il terrorismo, l’uso strumentale del fenomeno degli imponenti flussi migratori, per l’appunto ingenerati e accresciuti con le guerre stesse e poi usati come spauracchio e strumento di divisione e destabilizzazione.

L’inizio del conflitto

Tutto ciò che sta avvenendo non è casuale ma è funzionale a mantenere il controllo energetico, alimentare ed economico su gran parte delle popolazioni.
“Chi controlla le scorte alimentari controlla la gente; chi controlla l’energia può controllare interi continenti; chi controlla il denaro può controllare il mondo.”
Purtroppo non è una frase tratta da un libro di George Orwell ma è quanto espresso da Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano e consigliere per la sicurezza nazionale, una frase che ben rappresenta la strategia politica a stelle strisce degli ultimi 40 anni, una strategia che non prevede rapporti tra pari ma che si basa sul concetto di predominio portato avanti ad oltranza.
Così, mentre gli organi d’informazione continuano imperterriti a descrivere una realtà frammentata, motivando ciò che sta avvenendo con spiegazioni “pilotate” e senza mai dare un quadro generale della situazione, è avvenuto che con qualche variante sul tema, si sono ricreate condizioni geopolitiche simili a quelle che sussistevano subito dopo la 2° guerra mondiale, si sono riformati due veri e propri blocchi, come ai tempi della guerra fredda, che adesso tornano a confrontarsi in quest’ultimo periodo storico per la supremazia energetica, alimentare, economica e tecnologica specie sul fronte degli armamenti. Non è casuale il dato che oggi i due maggiori produttori e fornitori di armi siano proprio Stati Uniti con il 30% della produzione mondiale di armamenti e Russia con il 26%.
E’ presumibile che nei futuri libri di storia, la data d’inizio di questo conflitto, per ora a bassa intensità, potrebbe essere fissata al 2001, anno in cui, a seguito dell’attentato dell’11 Settembre sono state avviate le occupazioni militari di Iraq e Afghanistan, sotto lo slogan, ormai passato alla storia di “Guerra al Terrore!” Una data quella del 2001 che ha visto anche l’inizio di una nuova corsa agli armamenti.
Corsa agli armamenti giustificata dalla nuova “guerra al terrore” che da allora non si è più fermata, cercando i colpevoli del “terrorismo” all’interno dei vari paesi definiti “Stati Canaglia” che di volta in volta hanno preso i nomi di Iraq, Afghanistan, Iran, Libia, Siria, Yemen, tutti paesi stranamente ubicati in posizioni altamente strategiche per il controllo dei flussi del petrolio e dei possibili percorsi dei vari gasdotti e oleodotti. Oppure come non ricordare le famose primavere arabe, tutte represse nel sangue, che hanno prodotto governi ancora peggiori di quelli precedentemente esistenti ma stranamente tutti molto “collaborativi” verso l’occidente.
Una guerra, che finora ha provocato oltre 1 milione di morti e caso strano, non ha mancato di fare una visita anche dalle parti dell’Ucraina, interessata dal passaggio di ben tre gasdotti, strategici per l’approvvigionamento di gas russo in Europa e che ha visto una corsa al ribasso del prezzo del petrolio, raggiungendo, mai come adesso, quotazioni così basse.
Un confronto sempre più serrato che ultimamente ha anche visto l’abbattimento di un aereo russo da parte di un F16 turco della NATO, alzando ulteriormente la tensione e ottenendo che venissero sospesi i progetti di costruzione del gasdotto russo-turco-greco-italiano Turkish stream.
Una lotta per la supremazia energetica sempre più pericolosa, che ha visto in quest’ultimo anno grandi esercitazioni militari nel mediterraneo da parte della NATO con il Trident Juncture e l’imponente dispiegamento di truppe NATO proprio in quei paesi come Polonia e Repubblica Ceca che avevano sottoscritto trattati economici e commerciali di cooperazione con la Russia per il passaggio dei nuovi gasdotti.

Il controllo strategico dell’Energia

Per capire meglio l’importanza che rivestono le politiche energetiche in Europa basti pensare che la NATO in questi ultimi anni ha addirittura creato un apposito organismo, chiamato Nato Energy Security Centre of Excellence (Centro di eccellenza NATO per la sicurezza energetica)  ideato a supporto delle forze militari Transatlantiche, impegnato nel trovare le strategie e le politiche più efficaci per mantenere il controllo energetico qua in Europa. Interessante leggere il concetto di energia alla pagina 10 di una presentazione ufficiale, dove si recita la massima “Esercito per l’energia, Energia per l’esercito” con lo sfondo di una moneta da 1 Euro, a inizio pagina 11 si chiarisce ancora meglio il concetto scrivendo “Armed forces: the largest consumer of energy in the country” (Forze armate: il più grande consumatore di energia nel paese) e a fine pagina si ribadisce ulteriormente, Energy: indispensable component of military (Energia componente indispensabile per l’esercito) illustrato nel dettaglio il concetto con il diagramma che si trova a pagina 12.
La stessa NATO l’anno scorso ha istituito un’agenda ufficiale per la sicurezza energetica europea.
Ancora più evidenti sono le idee in materia della NATO, apparse in un recente articolo pubblicato sul sito ufficiale, dove si esprimono senza tanti giri di parole i seguenti concetti, “La NATO deve riprendere il ruolo che aveva nel 1949, con questo si deve includere la partecipazione degli alti ministeri dei paesi aderenti, durante le riunioni del Consiglio Nord Atlantico e l’istituzione di speciali sessioni con i vari Ministri delle Finanze dei governi partecipanti al Trattato Atlantico” e ancora “Ultimamente le politiche energetiche sono in gran parte decise dalle imprese private, o dalla legge della domanda e dell’offerta, almeno qui in Occidente” aggiungendo poi riferendosi alla sicurezza energetica “le decisioni nazionali, le decisioni economiche e sui vari progetti infrastrutturali dovranno essere riviste e in qualche modo adeguarsi alle politiche energetiche strategiche”, ribadendo il concetto “ la sicurezza energetica non è una cosa per la quale la NATO può permettersi di perdere il controllo qua in Europa”, concludendo “come strategia principale dobbiamo creare una diversificazione energetica per ridurre la dipendenza dell’Europa verso l’energia russa.

Ancora agli accordi di Yalta

Di colpo siamo tornati a dichiarazioni e rapporti di forza che riportano indietro la lancetta della storia di quasi 70 anni.
Ovviamente aggiungiamo noi, tutto questo nella pratica, diventa difficile da realizzare all’interno delle regole del libero mercato in cui vale la famosa legge della domanda e dell’offerta, anzi diventa impossibile a fronte del fatto che la Russia ha enormi scorte di gas naturale da offrire a prezzo vantaggioso rispetto al ben più costoso Shale Gas americano, estratto dalla frantumazione delle rocce, shale gas che andrà pure bene per garantire una forma d’indipendenza energetica agli USA ma che poco si adatta ad essere venduto sul mercato europeo a causa degli alti costi d’estrazione e per il successivo trasporto via mare.
Ecco che allora, dove non si arriva più con le favolose leggi del “libero mercato” ritorna attuale la vecchia ma collaudata strategia basata sulla legge del più forte, quella imposta con la forza delle armi, con la strategia del ricatto e dell’eventuale ritorsione.
La NATO sopravvissuta a 25 anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, una potente organizzazione militare che come affermato da loro stessi, consuma enormi quantitativi di risorse ed energia. Un organismo che ormai vive di vita propria e che pare non abbia nessuna intenzione di applicare politiche di reale cooperazione e distensione, non solo verso la Russia e il Medioriente ma anche nei confronti dell’Europa stessa. Al contrario in questi ultimi anni si possono osservare operazioni sempre più ambigue e criminali, che parrebbero studiate per generare continue situazioni di crisi, per poi giustificare la presenza sempre più massiccia sul territorio di armi e forze militari.
Rappresentativo delle reali intenzioni delle politiche energetiche ed economiche USA nei confronti della Russia, è il fumetto che si può trovare, andando sul sito ufficiale della NATO.

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Mercato per niente libero e risultati della strategia della tensione

Come non vedere la forsennata corsa che gli apparati economici USA stanno facendo per imporre a tutta l’Europa un nuovo trattato commerciale, il TTIP che obbligherà in maniera coatta tutta l’economia europea ad un partenariato con gli USA, persino sui prodotti alimentari americani che potranno liberamente circolare in Europa, compresi gli OGM, prodotti e brevettati come esclusiva proprietà delle multinazionali statunitensi.
Insomma, ben nascosta sotto false questioni ideologiche, economiche, religiose, oppure giustificata da concetti come sicurezza, democrazia e giustizia, già da anni, sul campo europeo, mediorientale e nordafricano, gli USA stanno combattendo una guerra a tutto campo per mantenere da una parte il controllo energetico sul territorio e al tempo stesso acquisire quello alimentare.
Una politica che come al solito, dove non arrivino le leggi del non più tanto “libero” mercato, ecco che vengono soppiantate con le stesse modalità coloniali che hanno caratterizzato i due secoli scorsi, basate su occupazione militare, strategia del disordine, creazione di divisioni, risoluzione dei conflitti al di fuori dai principi del diritto internazionale e più in generale la produzione di un caos che dopo 14 anni di queste politiche ha ottenuto 5 risultati principali:
1) Proliferare senza nessun controllo, di decine di organizzazioni terroristiche, nate dalle macerie umane e sociali, provocate dalla stessa “Guerra al Terrore!”. Organizzazioni terroristiche, descritte finora come misteriosamente nate dal nulla, che poi sono cresciute militarmente, istruite e rifornite di tutto punto ed equipaggiate di armi che adesso, poco a poco, scopriamo ricondurre a rapporti economici con gli stessi nostri governanti e con le compagnie di affari occidentali, che solo a parole dicono di volersi combattere.
Così nella contesa tra l’occidentale slogan di “Guerra al terrore!” e il jihadista grido di risposta “Morte all’Occidente!”, si genera un insignificante effetto collaterale, che distrattamente sfugge sempre ai nostri attenti media: In tutti gli attentati terroristici, perpetrati indistintamente, sia a danno dei Cristiani che dei Musulmani, non sono mai i governanti, né le elite economiche a rimetterci, ma è sempre e soltanto la povera gente. Allo stesso modo è sempre la povera popolazione a morire sotto i raid organizzati dai governi occidentali con bombe pagate da noi cittadini con le tasse e prodotte da industrie belliche finanziate dalle stesse elite economiche.
A Firenze c’è un detto che ben rappresenta l’ambiguo modo di fare che hanno i governi occidentali nei confronti del terrorismo:  “fare come i ladri di Pisa, di giorno litigano e poi di notte, vanno a rubare insieme.”

2) Nuova corsa agli armamenti, finanziata grazie alle risorse sottratte al welfare sociale, alla cultura, alla sanità, all’istruzione, al lavoro, ai servizi, alla scuola, alla cooperazione, risorse che finiscono nelle casse delle banche le quali sempre più spesso finanziano l’industria bellica.
3) Circoscrivere sempre di più le persone in uno stato d’isolamento, fomentando insicurezza, paura, diffidenza, rabbia e odio, distruggendo ogni minima forma di coesione sociale, minando i più elementari diritti umani, vanificando gli sforzi e le conquiste lavorative, educative, sociali e culturali, portate avanti con fatica nel corso di tanti anni dalle generazioni precedenti, costringendo l’attenzione delle persone a parlare sempre più di guerra, respirare il clima di guerra e riducendo sempre di più lo spazio ad ogni possibile forma di pensiero alternativo alla logica della violenza, dello sfruttamento, dell’individualismo portato al limite e del profitto.
4) Marcare le differenze economiche tra una larga fetta di popolazione sempre più povera e una piccola elite dominante, sempre più ricca, diffondere povertà e ignoranza per creare nuovo terreno fertile per nuove guerre fra poveri.
5) Contrastare nuove politiche energetiche ed alimentari basate sulla cooperazione fra i popoli per riaffermare ad ogni costo una vecchia egemonia guerrafondaia, frutto di assetti geopolitici di oltre 70 anni fa.

Vie di uscita e crescita alternativa.

Una guerra di predominio pagata dai poveri e operata da ricchi a danno dei poveri, è questo in definitiva quello che attualmente si vede, il resto sono tante belle favole raccontate con indubbia mestizia per giustificare qualcosa che non ha più niente di giustificabile.

Un vero voto verso la guerra e la distruzione, quello intrapreso da coloro che continuano a recitare il mantra ipnotico della crescita materiale ed economica senza fine, la quale ha bisogno di sempre più energia, agendo come se le risorse di questo pianeta fossero infinite e la vita delle persone non contasse più nulla.

Cominciamo a domandarci perché non si parli mai della crescita della felicità, della cultura, del livello d’istruzione, del livello di salute e di benessere mentale, del livello umano delle persone, del livello di coscienza e consapevolezza, del livello di qualità ambientale, di crescita dei diritti umani, di crescita interiore delle persone.
Come detto in un articolo ad inizio anno, è una strada molto pericolosa e temiamo senza via d’uscita, quella imboccata dall’occidente, una direzione che va corretta al più presto, per evitare, come ha ricordato il Dalai Lama, di passare di nuovo dalle enormi tragedie che hanno caratterizzato tutto il secolo scorso.

Categorie: Economia, Europa, Internazionale, Medio Oriente, Politica, Questioni internazionali
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