2015: Fine della missione Nato in Afghanistan?

29.12.2014 - Luca Cellini

2015: Fine della missione Nato in Afghanistan?
(Foto di by Franco Pagetti)

Dal 1° Gennaio 2015 si conclude ufficialmente  la missione Nato in Afghanistan (Isaf)

Le prime operazioni di guerra in Afghanistan erano state avviate dagli Stati Uniti nel 2001,  e hanno coinvolto successivamente vari paesi della NATO, impegnando in questi 13 anni oltre 100.000 soldati, di cui più di 60.000 provenienti dalle forze armate statunitensi.

Le forze armate della Nato comunque seppur in misura molto ridotta rimarranno anche per il 2015.

La Nato manterrà comunque un contingente di circa  12.000 unità, a quanto dichiarato, con il solo scopo di occuparsi della formazione e dell’addestramento delle forze armate locali.

Proviamo allora a tirare un bilancio dei risultati fin qui ottenuti con questo conflitto:

Sul fronte umanitario si contano oltre 60.000 morti, di cui almeno 31.000 guerriglieri, 19.000 civili di cui oltre 5.000 sono bambini, 8.000 soldati dell’esercito regolare Afghano e 3.000 soldati della Nato.

Invece i feriti che si contano sono oltre il doppio solo fra i civili si superano le 48.000 unità.

Molti di questi feriti sono bambini rimasti permanentemente mutilati dalle bombe a grappolo e soprattutto dalle mine antiuomo provenienti da entrambe le parti in conflitto, come citato anche in un recente rapporto di Amnesty International.

Sul fronte profughi, gli Afgani rifugiati per via della guerra, all’inizio del 2012 erano almeno 2,6 milioni.

Sul piano dei diritti umani, inoltre è indegno ciò che è emerso nel corso di questi ultimi anni ovvero le famose “tecniche avanzate di interrogatorio” a cui si è fatto ricorso in maniera continuativa, specie  in Afghanistan, metodi che prevedevano le più feroci torture e la privazione dei più elementari diritti sui prigionieri di guerra, alcuni di questi ancora detenuti a Guantanamo senza nemmeno un regolare capo di accusa.

Sul piano della sicurezza, il paese attualmente è totalmente devastato, i servizi più essenziali come ospedali e scuole restano un miraggio attualmente lontano e irraggiungibile.

Gli episodi di violenza sono andati aumentando e la minima forma di tutela al momento non può essere garantita, basti pensare solo a un mese fa con la strage che ha ucciso 54 persone durante una partita di pallavolo.

La frequenza degli attentati, non solo non diminuisce, ma è in progressiva crescita.

Gli jihadisti ultimamente hanno iniziato a colpire sempre più punti nevralgici, nel centro di Kabul e persino all’interno di Camp Bastion, una delle principali basi dell’esercito afgano.

Fallimentare il bilancio anche se si osserva dal punto di vista logistico militare, di fatto le truppe d’occupazione della missione Isaf, stanno perdendo la guerra contro la resistenza afgana, che controlla ormai la maggior parte del paese ed è infiltrata praticamente in tutte le città, ormai anche a Kabul.

Infine dando un occhio alle spese militari sostenute ad oggi, per il conflitto Afgano e Iracheno si parla di un costo pari a circa 4 triliardi $.  Ebbene si, stiamo parlando di 4.000 Miliardi di Dollari, quasi il doppio del debito pubblico italiano.

Constatata l’evidenza disastrosa dei risultati di questo conflitto e viste le spese fin qui sostenute, viene spontaneo domandarsi il perché di questo intervento militare, durato così a lungo, in un paese oltretutto molto povero come l’Aghanistan che non ha nemmeno grosse risorse nel suo sottosuolo.

Possibile che tutto questo sia stato fatto con il solo obbiettivo di esportare “pace, libertà e democrazia”?

Le nuove generazioni forse nemmeno lo ricordano o non conoscono affatto la motivazione “ufficiale” con cui all’epoca fu avviato l’inizio di questo conflitto.

Nell’ormai lontano 2001, sull’onda emotiva dell’attentato alle torri gemelle dell’11 Settembre, si parlò di missione “Enduring Fredoom” Libertà Perpetua, l’Afghanistan fu il primo di una lunga serie d’interventi militari degli USA e delle forze Nato, giustificati all’interno della cosiddetta campagna di “Guerra al terrore” iniziata con l’ex presidente George Bush.

Anche su questo fronte, se l’obbiettivo era realmente la guerra al terrorismo, non possiamo che constatarne il suo totale fallimento.

Il terrorismo nel frattempo, è andato aumentando dappertutto, fomentato e alimentato dalla guerra stessa, adesso con l’ISIS siamo addirittura in presenza di uno Stato interamente formato da un coacervo di mercenari, estremisti, terroristi e Jiahdisti.

Per non parlare delle sempre più numerose e ampie sacche di terrorismo che le suddette operazioni di guerra si proponevano di smantellare e che invece adesso, si sono moltiplicate dall’Afghanistan, passando per l’Iraq, la Siria, attraversando tutto il Medio Oriente tutto il Nordafrica per arrivare in Libia e in Algeria.

Ma ritorniamo ai fatti dell’Afghanistan, dove 13 anni fa, tutto è iniziato, la domanda che sussiste è perché ?

I recenti fatti ci hanno insegnato che solitamente dietro una guerra si nascondono sempre interessi legati al predominio economico, a quello strategico oppure a quello energetico.

Secondo questa tristissima e disumanizzante ottica, l’Afghanistan a livello energetico è certamente poco interessante, sicuramente lo è un po’ più a livello strategico e geopolitico ma  economicamente parlando, diventa molto appetibile se si considera la produzione di una determinata coltivazione, nella quale l’Afghanistan è al primo posto: La produzione di oppio.

Da solo, questo paese, rappresenta la fonte del 90%  dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo che ammonta a centinaia di miliardi di dollari l’anno.

Ripercorrendo un po’ di storia, la coltivazione di papaveri da oppio su vasta scala era iniziata in Afghanistan a partire dagli anni 80’. Allora i territori afgani erano controllati dai mujaheddin che lottavano contro l’occupazione sovietica, erano armati e finanziati dalla CIA, e raggiunsero livelli altissimi negli anni 90′, sotto il regime talebano sostenuto allora sia dal governo USA che dal Pakistan.

In Afghanistan, nel giro di soli 30 anni, a partire dagli anni 70, si sono rimpiazzate le piantagioni del famoso “Triangolo d’Oro Indocinese” (sviluppatosi sempre sotto il controllo dell’Intelligence statunitense negli anni 70’ durante la guerra in Vietnam).
Dati alla mano, dopo l’invasione del 2001, la produzione e lo smercio di oppio afgano avevano rallentato, toccando il minimo produttivo di 74 tonnellate annue ma pochissimo tempo dopo, la produzione è ripresa a livelli mai visti, arrivando al record di 8.000 tonnellate l’anno di oppio.

Una quantità enorme che è destinata per l’appunto all’esportazione verso i grandi mercati illegali dell’ Europa e degli Stati Uniti d’America.

Le truppe Usa e Nato, nel corso del conflitto, non si sono mai realmente impegnate nella lotta al narcotraffico, al contrario hanno continuato a sostenere noti signori della droga, tra cui anche il fratello minore del presidente Afgano Karzai, Ahmed Wali Karzai, risultato anche essere sul libro paga della CIA.

Risulta invece il contrario secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia antidroga dell’ONU,  “l’Unodc”  da cui si evince che le percentuali di produzione dell’oppio sono aumentate nelle province controllate dai Talebani +34% nella zona di Helmand, +16% a Kandahar, ma ciò che è più sorprendente e che nessuno vuol notare, è che nella provincia di Kabul, controllata dal governo centrale, appoggiato dagli USA e dalla Nato, la produzione del papavero da oppio è aumentata addirittura del 148%.

Riportato sempre all’interno dello stesso rapporto, l’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina mondiale con il 93% della produzione oppiacea.

Quello che si deduce da questi dati, in pratica è che, con la pluridecennale occupazione militare dell’Afghanistan, operando attraverso la nota agenzia d’Intelligence americana la CIA, si sarebbero sostanzialmente appaltate la produzione e la lavorazione di droga al “Narco-Stato” retto appunto da Karzai senior. Operando a protezione dello smercio dell’oppio  presidiando militarmente le maggiori direttrici via terra, e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa, diretto poi nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo, per poi darlo in gestione a contractors privati.

Proprio sul coinvolgimento dei soldati Nato, in Italia nel 2011, era stata avviata una scottante inchiesta che coinvolgeva anche alcuni nostri soldati, inchiesta che poi è stata prontamente archiviata e secretata.

Anche se viene poco ricordato, storicamente, come ben descritto nella rivista di studi geopolitici “Eurasia”,  la CIA ha da sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava a partire dal Vietnam per arrivare fino all’Afghanistan

Così, fra le tante possibili motivazioni, c’è più di una traccia concreta da seguire per dare effettive risposte alla domanda iniziale ovvero perché questa lunga, sanguinosa e costosissima guerra.

Motivazioni, ben spiegate anche dell’ex direttore generale dell’Ufficio ONU per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Mario Costa; che con una sua agghiacciante dichiarazione del 2013, ci fa intuire quali siano gli enormi capitali e interessi in gioco col riciclaggio e i proventi del narcotraffico nelle zone di guerra.

“I contractors impiegati in Afghanistan dal Pentagono, dalla CIA e dalla Nato sono una straordinaria banda di profittatori che speculano sulle guerre”, sostiene l’ex direttore dell’agenzia antidroga dell’ONU, “Negli anni, ho ricevuto dalle agenzie governative, diversi rapporti riservati che contenevano accuse pesanti nei confronti di alcune di queste società riguardo al loro coinvolgimento nel contrabbando di droga: ritengo che non si tratti di accuse infondate”.

Capitali e interessi in gioco che a nostro parere, in tempi di crisi come questi, rappresentano certamente uno dei principali motori che contribuiscono alla sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale.

Categorie: Economia, Medio Oriente, Questioni internazionali
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