Lo scorso fine settimana è passato con una impressionante crisi politica tra Ankara e alcuni paesi stranieri. 10 ambasciatori presenti in Turchia hanno firmato una breve lettera in cui chiedevano l’immediata scarcerazione di Osman Kavala, il filantropo turco in carcere da quattro anni e accusato, tra le altre cose, di essere uno dei finanziatori della rivolta popolare del 2013, Gezi, in collaborazione con le fondazioni appartenenti al filantropo ungherese Soros. Gli ambasciatori firmatari sono dei seguenti paesi; USA, Germania, Francia, Nuova Zelanda, Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia, Canada e Norvegia.

In poche ore le reazioni dei media main stream, controllati da cinque aziende edili che operano principalmente nel campo dell’energia e lavorano come mezzi di propaganda di Ankara, sono state di un solo tipo; “vogliono intervenire nei nostri affari interni”. Mentre nel Paese veniva diffusa di nuovo la paranoia del “tutti ce l’hanno con noi”, arrivavano le prime reazioni anche dal mondo istituzionale.

Il Consiglio Superiore dei Giudici e Procuratori, nel suo breve comunicato diceva così: “È una dichiarazione che supera i limiti della critica nei confronti del sistema giuridico turco. I nostri giudici sono indipendenti come lo prevede anche l’articolo 138 della Costituzione. Nessuno può dare ordini ai nostri giudici e procuratori. Nessun intervento dall’esterno, lanciato con l’intento d’intervenire nei processi giudiziari, può essere tollerato”. Nel giro di poche ore è arrivato un commento netto e chiaro anche dal capo dello Stato, il Presidente della Repubblica che ha detto: “Kavala è il rappresentante di Soros. Questi dieci ambasciatori si permettono di rivolgersi al Ministro degli Esteri chiedendo la scarcerazione di Kavala. Pensano che la Turchia sia un paese governato da un tribù. Voi non potere dare ordini al Ministro degli Esteri. Ho chiesto al Ministro di definire questi dieci ambasciatori come persone non gradite. Questi devono comprendere e rispettare la Turchia altrimenti possono lasciare il nostro paese”. Anche se nelle ore successive sia il Ministero degli Esteri sia gli ambasciatori coinvolti avevano specificato che non era stata presa o comunicata nessuna decisione ufficiale ormai si trattava di una crisi diplomatica gigantesca e ancora una volta il Presidente della Repubblica era salito sul palco per fare il suo spettacolo.

Durante i suoi 20 anni di governo, Recep Tayyip Erdogan è riuscito a decifrare e analizzare bene l’Europa: ha capito che l’Unione di oggi non è più in grado di prendere una decisione comune, la maggior parte dei paesi che la compongono sono incapaci di difendere i propri valori e che la loro più grande preoccupazione è ormai prevenire l’afflusso di rifugiati. Un’unione composta dai partiti politici che non hanno un vero, sostenibile e condiviso programma per trovare una soluzione alla crisi economica e sanitaria. Un’unione composta da quei partiti politici che se non inseriscono nel loro programma “la lotta contro l’immigrazione irregolare” non possono cantare gli inni della vittoria nelle tornate elettorali. Un’unione che si è legata la Turchia sempre di più nel suo ombelico e un’unione che ormai fa basare la sua economia sulla vendita delle armi verso i paesi in pieno conflitto; un punto su cui la dipendenza da Ankara è decisamente molto forte. Ovviamente la stessa analisi è fattibile anche per Washington che oltre a fare i conti con un leader pazzo in casa sua, ha dovuto fare delle manovre obbligatorie e rischiose in Siria, Libia e Afghanistan. Quelle manovre molto criticate e che per la maggior parte hanno lasciato i territori ad una serie di paesi non alleati della NATO.

Dunque Erdogan, in questi anni, si è reso conto che il capitale occidentale si preoccupa solo dei suoi interessi e profitti, non della democrazia, dei diritti umani o della laicità dello Stato. Le decisioni della Cedu oppure della sua Grande Camera sono ormai delle piccole e deboli sollecitazioni che restano nell’ombra di tutti quegli accordi commerciali e militari firmati tra i leader europei ed Erdogan, anche se da alcuni era stato definito come un “dittatore”.

La Turchia ormai non è parte integrante della famiglia europea, ma è la guardia di frontiera del continente europeo con il suo bacino di consumatori. Pertanto è evidente che l’intenzione dell’Europa è “un’Unione senza Turchia” mentre quella di Erdogan, con il passare del tempo, è diventata “una Turchia senza Europa”. Almeno in questo caso gli interessi coincidono!

Il 25 ottobre, il Presidente della Repubblica ha incontrato, in modo imprevisto, il suo alleato, il segretario generale del Partito del Movimento Nazionalista, Devlet Bahçeli e poche ore dopo ha partecipato alla riunione ordinaria del Consiglio dei Ministri. Già un giorno prima, ossia il 24 di ottobre, l’agenzia stampa internazionale Reuters aveva iniziato a parlare di un’eventuale “correzione dei toni” per gestire la crisi diplomatica in atto. Insomma non era troppo tardi per nulla. Infatti, nelle prime ore del pomeriggio del 25, è partita una serie di tweet lanciati dagli account ufficiali dalle ambasciate che hanno firmato quella famosa lettera. Un messaggio breve e non del tutto chiaro,con l’ambasciata statunitense a fare da capofila: “In risposta alle questioni riguardanti la dichiarazione del 18 ottobre, gli Stati Uniti notano il mantenimento della conformità con l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”.

Ovviamente non è così difficile immaginare che in Turchia i media della fognatura, compreso il canale televisivo statale, TRT, abbiano interpretato tutto come un “passo indietro”. Infatti nel lungo articolo pubblicato sul sito web del TRT, la redazione ha deciso di usare proprio questo, come titolo. Sono esattamente le stesse parole che nella prima serata del 25 ottobre, il Presidente della Repubblica ha usato mentre parlava in diretta televisiva. Quindi lo spettacolo è stato messo in scena perfettamente e Ankara ha incassato ancora per un’altra volta un ottimo “successo”, a costo zero. La partita vinta è stata presentata anche dai media main stream, a tutto il popolo, anche con queste parole; “Gli ambasciatori hanno specificato che non vogliono intervenire nei nostri affari interni”. Insomma esattamente quello che aveva detto e chiesto Erdogan, e non solo lui: lo aveva chiesto anche il Consiglio Superiore dei Giudici e Procuratori, quel famoso ente ormai totalmente al servizio di Ankara e riempito da militanti di diverse comunità religiose che reclutano elettori e denaro per il partito al governo. Magari i tweet degli ambasciatori, ufficialmente, non chiedevano scusa oppure non dicevano che avrebbero ritirato la loro richiesta ma Ankara ha saputo ben approfittare dell’incidente.

In questi ultimi venti anni possiamo parlare di almeno venti casi analoghi in cui l’amico/nemico Bruxelles o Washington mostra il suo bastone ma comunque nutre il coniglio dandogli anche un po’ di carota. Ogni volta che si alza il bastone, Erdogan riesce ad approfittare dell’ipocrisia dei leader occidentali utilizzando una serie di meccanismi per ricattarli e nella maggior parte dei casi incassando successo. E dopo, “in casa” si fa grande festa con Erdogan che passa alla storia come quel “leader che ha messo in ginocchio gli occidentali, tanto non ci vogliono nell’unione perché siamo musulmani”. Questa retorica (in parte anche vera), molto diffusa anche nel Medio Oriente e nel Nord Africa, è fortemente sostenuta da tutti i membri appartenenti alla sua coalizione ma soprattutto da quell’enorme macchinario mediatico che monopolizza l’informazione e disinforma i cittadini ogni giorno. Il processo di Osman Kavala, quello di Selahattin Demirtas, il caso di Grup Yorum e anche l’esperienza del Parco Gezi sono solo alcuni risultati di questa grande collaborazione; il mondo politico insieme al mondo dell’imprenditoria che abbraccia quello dei media che collabora e manipola il sistema giuridico. Per questo Demirtas e Grup Yorum sono dei “terroristi”, Kavala è un “infiltrato degli stranieri” e i manifestanti di Gezi sono dei “traditori della patria”. Quando non lo dicono soltanto due giornali ma quando la magistratura condanna all’ergastolo le persone con delle prove inesistenti la situazione va fuori controllo. Insomma la divisione dei poteri è un vecchio ricordo in Turchia e ormai sono anni che non è più uno Stato di diritto.

Ma la domanda che sorge, per me, è la seguente: “L’occidente non ha ancora capito come funziona il gioco oppure gli conviene non lasciare il tavolo?”. E’ ormai evidente che la politica estera dell’Unione europea e Washington, verso Ankara, è una politica ipocrita, opportunista e anche incapace. Il Presidente della Repubblica di Turchia lo sa molto bene e ha costruito, in collaborazione con una serie di leader occidentali, il suo percorso di “successo” su questo binario, in questi ultimi venti anni.

Forse i paesi occidentali ormai devono fare una scelta; o togliere il disturbo, perché quasi ogni mossa loro crea dei danni irreperibili e fa incassare successo a Erdogan, oppure devono veramente prendere degli atti decisivi, coraggiosi e coerenti smettendo di esprimersi ipocritamente e soltanto “preoccupati”. Perché la Turchia di oggi; depressa, povera e isolata non ha più bisogno dei voyeur preoccupati ma dei veri amici.