Storia di una dittatura annunciata

14.07.2019 - Luca Cellini

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Storia di una dittatura annunciata
Madre di Plaza de Mayo (Foto di Archivio Pressenza (rimasterizzata da Luca Cellini))

ESTATE 1978

Era l’estate del 1978, e l’Argentina si apprestava a disputare l’edizione più drammatica e infame dei mondiali di calcio. Nonostante i governi di mezzo mondo e le autorità del calcio mondiale fossero al corrente dei tremendi crimini che venivano commessi in Argentina sotto la dittatura militare, scelsero ugualmente di presenziare a quella che avrebbe dovuto essere una grande festa sportiva per il mondo intero, ma che invece fu la conclamazione della viltà e dell’ipocrisia internazionale.
I vari capi di stato internazionali presenti alla finale, tutti in fila, vergognosamente omaggiare la dittatura instaurata dai colonnelli argentini.

 

ARGENTINA TERRA D’ITALIANI MIGRANTI

L’Argentina, un paese bellissimo, immenso, una terra generosa, piena di risorse, il cui popolo per almeno metà è composto da discendenti di emigranti italiani: famiglie povere espatriate dall’Italia, fuggite a più ondate da fame, miseria ed ingiustizie, dirette dall’altra parte del mondo, in una nazione che, per molti di loro rappresentava una sorta di terra promessa, la salvezza, la rinascita verso una vita nuova. Argentina, un giovane stato le cui vicende si sono spesso intrecciate a doppio filo con quelle italiane, specie nella pagina considerata come la più buia della sua storia: il golpe argentino del marzo 1976.
Una pagina scritta col sangue, fatta di decine di migliaia di uccisioni, di violenze, di stupri, di torture; una dittatura che si fonda sul massacro di migliaia di desaparecidos e sul sequestro dei loro figli, rapiti e dati in adozione a famiglie benestanti dell’alta borghesia argentina. Per comprendere appieno ciò che avvenne in quegli anni, è necessario guardare il contesto storico dove si generò questa tragedia.

 

UN PASSO INDIETRO

Per farlo bisogna fare qualche passo indietro, tornare al 21 marzo 1970, attraversare l’Atlantico e approdare in Italia; è l’anno d’inizio della Gran Maestranza di Lino Salvini, un medico fiorentino, il quale, tre mesi dopo la sua elezione a Gran Maestro del Grande Oriente D’Italia, delega a Licio Gelli “la gestione” della “Loggia P2”, (Propaganda 2).
Lino Salvini conferisce a Gelli la facoltà di iniziare nuovi iscritti. Provvedimento questo del tutto inusuale nell’istituzione massonica, essendo il potere di iniziazione, a norma degli statuti, esclusivamente “riservato al Gran Maestro e ai Maestri Venerabili”, o “in caso di loro impedimento, a chi già aveva ricoperto tali cariche”.
Nel settembre dell’anno successivo, il 1971, il Salvini nomina Licio Gelli “segretario organizzativo della Loggia P2”, incaricandolo di “predisporre uno studio per la ristrutturazione della stessa”.
Licio Gelli, ultimo di quattro fratelli, nato a Pistoia il 21 aprile 1919, nel 1937 a diciott’anni Gelli parte volontario nel 735° battaglione delle Camicie Nere partecipando alla Guerra civile spagnola in aiuto delle truppe franchiste.
Diventò quindi impiegato del GUF, ma non approdò mai all’università, perché all’età di 16 anni espulso dalle scuole del Regno d’Italia per aver preso a schiaffi un professore.
Nel luglio 1942, nominato ispettore del Partito Nazionale Fascista, trasporta in Italia il tesoro di re Pietro II di Jugoslavia, requisito dal Servizio Informazioni Militare, 60 tonnellate di lingotti d’oro, 2 di monete antiche, 6 milioni di dollari e 2 milioni di sterline.
Nel 1947, quando il tesoro viene restituito alla Jugoslavia, mancano 20 tonnellate di lingotti, ipotesi avanzata, ma sempre smentita da Gelli, che lui li avesse trasferiti al tempo in Argentina e che parte di queste 20 tonnellate sarebbero stati tra i preziosi ritrovati in seguito nelle fioriere di villa Wanda.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Gelli aderisce alla Repubblica Sociale Italiana diventando un ufficiale di collegamento fra il governo fascista e il Terzo Reich nazista. Tuttavia quando la sconfitta nazifascista comincia ad annunciarsi inevitabile, Gelli dà il via alla seconda fase della sua vita. Comincia a collaborare con i partigiani, pur rimanendo all’interno degli apparati fascisti, fa il doppio gioco grazie ai contatti e le conoscenze abilmente acquisite nella sua militanza fascista. Trafuga e distribuisce di nascosto ai partigiani i “lasciapassare rossi” rilasciati dalla Kommandatura, e fornisce ai suoi superiori informazioni fuorvianti per i rastrellamenti dei partigiani che si tenevano sugli Appennini.
Insieme al partigiano pistoiese Silvano Fedi, in seguito ucciso in circostanze poco chiare, partecipa anche alla liberazione di prigionieri politici dal carcere di Villa Sbertoli. Questo almeno alla cronaca storica principale prima e durante la guerra.

 

LICIO GELLI NEL DOPOGUERRA

Dopo la seconda guerra mondiale, sempre in stile da abile doppiogiochista, Gelli si muove su più fronti. Da un lato intesse strette collaborazioni con la CIA e con il patto atlantico. Varie le commissioni d’inchiesta che se non del tutto almeno in buona parte hanno ricostruito l’importante ruolo che ebbe Gelli nell’organizzazione “Gladio”, una struttura segreta promossa dalla NATO e finanziata in parte dalla CIA, in parte da gli ex apparati fascisti, allo scopo di contrastare l’influenza comunista in Italia, così come negli altri Stati europei. Certa e provata la stretta relazione di Gelli con Edward Herman e Michael Ledeen, ritenuti secondo le inchieste due agenti della CIA. Qualcuno ha anche ipotizzato che Gelli stesso, oltre ad essere uno stretto collaboratore come da lui dichiarato, potesse essere anche un agente dell’Intelligence americana.
Contemporaneamente a quegli anni, Gelli fu sospettato dal SIFAR di essere un collaboratore del PCI e di svolgere attività di spionaggio a favore degli Stati dell’Europa orientale, venendo descritto come, “personaggio capace di compiere qualunque azione”.
Dal 1948 al 1956, Gelli fu anche segretario del deputato democristiano Romolo Diecidue, eletto nel collegio di Firenze-Pistoia.
Nel 1956 diventa direttore commerciale della Permaflex di Frosinone, in area di Cassa per il Mezzogiorno. Durante la sua direzione lo stabilimento diviene un via vai continuo di politici, ministri, vescovi, uomini d’affari e generali.
Iniziato alla massoneria nel 1963 in breve tempo ne scala i gradi principali, fino a divenire maestro venerabile della loggia Propaganda 2 (detta P2); tra il 1970 e il 1981 riuscì a iniziare alla P2 un consistente numero di soggetti titolari di cariche pubbliche, politiche, finanziarie, amministrative, i nomi di alcuni dei quali sarebbero stati noti soltanto “all’orecchio” di Gelli. Benché per molti si trattasse soltanto di un’ulteriore e ben frequentata sede di affarismo politico, nel corso degli anni settanta la P2 si contraddistinse per finalità eversive, tra cui il Piano di rinascita democratica redatto da Francesco Cosentino su istruzioni dello stesso Gelli in persona.

 

LA LOGGIA MASSONICA DEVIATA PROPAGANDA 2 (P2)

Per le generazioni a me contemporanee o precedenti non credo ci sia bisogno di ricordare cos’abbia rappresentato la P2, per quelle successive è doveroso invece riassumere che la P2 è stata Loggia massonica coperta, ovvero i cui membri non erano dichiarati pubblicamente, bensì tenuti in segreto, originariamente appartenente al Grande Oriente d’Italia. Formalmente sciolta nel 1974 dal congresso dei Maestri Venerabili riuniti nella Gran Loggia di Napoli che ne decretarono la “demolizione” voto che però rimarrà disatteso nella sostanza, perché la P2 fu ricostituita nel 1975, sempre sotto la guida di Gelli che la trasformò in una potente forza occulta in grado di condizionare fortemente il sistema economico e politico italiano. La scoperta e la pubblicazione nel 1981 degli elenchi degli affiliati e del programma dell’associazione aprirono un caso politico e giudiziario. Sciolta d’autorità, in quanto dichiarata associazione segreta con finalità eversive. La P2 fu oggetto di svariate inchieste parlamentari e di vari procedimenti giudiziari. Ufficialmente le liste della P2 sequestrate e rese pubbliche trentanove anni fa riportano 963 affiliati, in realtà secondo quanto dichiarato dallo stesso Gelli, “la lista non era completa, mancavano centinaia di nomi, anche di personaggi stranieri, personaggi molto importanti.” così rivela Licio Gelli nei suoi ultimi giorni di vita; si parla in realtà di un totale di oltre 3.000 iscritti, così almeno secondo quanto dichiarato nel gennaio 2017 da l’ex Gran maestro della Massoneria, Giuliano Di Bernardo: “Altro che 900 nomi, negli elenchi P2 più di 3mila”

Solo per citarne alcuni dei più noti, fra gli affiliati della lista ufficiale si trovano:

Capitani d’Industria:
– dott. Romolo Arena (Roma, 848) (partecipante al “Gruppo dei Tredici”, ex presidente acciaierie di Terni Italimpianti, ex direttore centrale e vicepresidente IRI)
– dott. Silvio Berlusconi (Milano, 625) all’epoca presidente Fininvest, poi fondatore di Forza Italia e dal 1994 più volte presidente del Consiglio.
– dott. Alberto Capanna (Roma, 553) (ex presidente della Finsider)
– dott. Giorgio Mazzanti (Roma, 826) (presidente ENI 1979-80, coinvolto nel caso ENI-Petronim)

Politici:
– on dott. Enrico Manca (Roma, 864) (redattore del Giornale Radio Rai dal 1961 al 1972, Ministro del commercio con l’estero nel Governo Cossiga II e nel Governo Forlani, presidente RAI dal 1986 al 1992, morto nel 2011)
– on. Luigi Mariotti (Firenze, in sonno, 489) (Ministro della sanità per 4 volte, Ministro dei trasporti e dell’aviazione civile 1968-69)
– on. Fabrizio Cicchitto (Roma, 945) (al tempo della scoperta della lista era parlamentare del Partito Socialista Italiano, è stato capogruppo alla Camera del Popolo delle Libertà, oggi in Ncd. Fu trovata la sua domanda di iscrizione)
– dott. Duilio Poggiolini (Roma, 961) (direttore generale servizio farmaceutico nazionale, coinvolto in Tangentopoli)

Banchieri:
– dott. Roberto Calvi (Milano, 519) presidente Banco Ambrosiano trovato impiccato a Londra sotto il ponte dei frati neri.
– avv. Michele Sindona (501, morto) (banchiere, presidente della Banca Privata Italiana, legato allo scandalo del Banco Ambrosiano, avvelenato in carcere in circostanze mai chiarite)
– dott. Giovanni Cresti (Siena, 521) (ex direttore generale del Monte dei Paschi di Siena)
– dott. Alberto Ferrari (Roma, 520) (ex direttore generale BNL)
– dott. Giovanni Guidi (Roma, 830) (ex direttore generale Banco di Roma)
– avv. Gaetano Lo Passo (Messina, 43) (ex vicepresidente Sicilcassa)
– on. Loris Scricciolo (Chiusi, 125) (ex vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena)

Giornalisti ed editori:
– dott. Roberto Ciuni (Roma, 814) ex direttore dei quotidiani Mattino, Giornale di Sicilia, La Nazione
– Maurizio Costanzo (Roma, 626) giornalista e conduttore tv
– dott. Giampaolo Cresci (Roma, 525) (ex vicedirettore generale Rai e direttore de Il Tempo. Morto nel 2003)
– dott. Stefano de Andreis (Roma, 939), giornalista fondatore dell’Agenzia di stampa Il Velino
dott. Franco Di Bella (Milano, 655) (ex direttore del Corriere della Sera)
– Massimo Donelli (Napoli, 921) ( ex direttore di Epoca, già direttore di Canale 5)
– dott. Roberto Gervaso (Roma, 622) (scrittore)
– dott. Paolo Mosca (Roma, 813) ex direttore Domenica del Corriere
– dott. Luigi Nebiolo (Roma, 810) (all’epoca direttore del TG1)
– dott. Giampiero Orsello (Roma, 60) (ex vicepresidente della RAI)
– avv. Carmine (Mino) Pecorelli (Roma, assassinato nel 1979, 235) (giornalista)
– dott. Giuseppe Pieri (Roma, 530) (vice direttore RAI)
dott. Angelo Rizzoli (Milano, morto nel 2013, 532) (presidente Rizzoli-Corriere della Sera dal 1978 al 1983)
dott. Bruno Tassan Din (Milano, morto, 534), (all’epoca della scoperta della lista, direttore generale della Rizzoli Editore, proprietaria de Il Corriere della Sera, implicato anche nel crack del Banco Ambrosiano, per cui verrà condannato nel 1996)

Alti rappresentanti delle Forze dell’Ordine e dei servizi segreti:
– gen. Giovanni Allavena (Roma, 505) (Generale dei Carabinieri, collaboratore di Giovanni De Lorenzo, comandante dell’ufficio D (informazioni) e del CCS (controspionaggio) e poi ultimo capo del Sifar; nel 1967, al suo ingresso nella P2, avrebbe trasmesso parte dei Fascicoli SIFAR a Gelli)
– gen. Giuseppe Casero (Roma, 488) (generale dell’Aeronautica militare italiana, implicato nel Golpe Borghese)
– gen. Gian Adelio Maletti (Roma, 499) (ex-capo del reparto D (controspionaggio) del SID, condannato per depistaggi per la Strage di piazza Fontana, ora cittadino sudafricano)
– gen. Vito Miceli (Roma, 491) (ex capo del Servizio Informazioni Difesa, implicato nel Golpe Borghese e nell’organizzazione Rosa dei Venti)
– col. Pietro Musumeci (Roma, 487) (ex generale del SISMI, condannato per calunnia aggravata nell’inchiesta della Strage di Bologna)

Nobili:
– dott. Vittorio Emanuele di Savoia (Ginevra, 516) (pretendente al trono d’Italia)

Imprenditori faccendieri e golpisti:

Gioacchino Albanese (Roma, 913) (stretto collaboratore di Eugenio Cefis, fu coinvolto nello scandalo Eni-Petronim)
– Vito Alecci (Milano, 789) (convivente di Nara Lazzerini, segretaria di Licio Gelli, il 3 marzo 1985 morì in circostanze misteriose; la Lazzerini asserì trattarsi di omicidio)
– Enrico Nicoletti (Roma, morto, 950) (costruttore romano, legato alla banda della Magliana)
avv. Umberto Ortolani (Roma, morto, 494) (imprenditore, condannato per reati finanziari)
dott. José López Rega (Argentina, 591), capo dell’Alianza Anticomunista Argentina
ammiraglio Emilio Eduardo Massera (Buenos Aires, 478) (membro della giunta militare che rovesciò il governo di Isabelita Peròn con il golpe del 1976).

 

Di questa lista, si tengano bene a mente 5 nomi, i tre italiani Umberto Ortolani, Roberto Calvi e Michele Sindona, e i due argentini José Lòpez Rega e Emilio Eduardo Massera, iscritti alla P2, insieme a molti altri esponenti della consorteria di potere dell’ultimo periodo peronista argentino precedente il golpe.
Molti dei principali protagonisti del golpismo, sia argentino che uruguayano degli anni settanta, erano affiliati alla Loggia P2.
Spesso Gelli dichiarò vantandosene, d’essere stato amico stretto del leader argentino Juan Domingo Perón, affermando che tale amicizia fu veramente importante per l’Italia, senza però mai spiegarne il perché.

 

TUTTO EBBE INIZIO PER TRAMITE DI GIANCARLO ELIA VALORI

Credo forse se ne potrà comprendere meglio il perché, risalendo all’operato di Gelli e della P2 nel periodo precedente il golpe argentino, gli anni che vanno dal 1971 al 1976.
Gelli conobbe per la prima volta Juan Domingo Peron a Madrid nel 1971, a presentarglielo, Giancarlo Elia Valori, iscritto come Gelli alla massoneria dal 1965, l’ex deputato Flamigni in una delle tante commissioni parlamentari d’inchiesta sulla P2, descrive il Valori come: “cameriere d’onore di Spada e Kappa del Vaticano”
Giancarlo Elia Valori, è stato presidente di numerose società tra cui: Autostrade per l’Italia S.p.A., la SME – Società Meridionale di Elettricità, l’UIR – Unione Industriali di Roma. Dal 2006 al 2011 è stato è presidente di Sviluppo Lazio, holding di controllo di tutte le società partecipate dalla regione, presidente di Confindustria per due mandati, e dell’impresa edilizia Torno Internazionale S.p.a.
Dal 2005 ricopre il ruolo di presidente onorario della Huawei Technologies Italia, è poi presidente della holding La Centrale Finanziaria Generale S.p.a. nonché dal 2008 è presidente dell’associazione Israele 60 e dal 2009 presidente della delegazione italiana della Fondazione Abertis.
Nel 2016, per occuparsi di alta “Intelligence” e super “Security”, fonda la neonata sigla, “Italian Council for National Security Affairs”, da noi più semplicemente “Associazione per la Sicurezza Nazionale Italiana”. Evidente l’ispirazione a già sperimentati modelli stranieri, stella polare il “Center for Strategic & International Studies” di Washington.“
Il 28 dicembre 2007, il giudice Luigi De Magistris, a proposito del Valori, ascoltato dalla procura di Salerno nell’ambito delle vicende del processo “Why Not”, sulle sue indagini afferma quanto segue:
“Stavamo ricostruendo l’influenza di poteri occulti (…) in meccanismi vitali delle istituzioni repubblicane: in particolare stavo ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri, e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario (…) Giancarlo Elia Valori pareva risultare ai vertici attuali della “massoneria contemporanea” e Valori s’è occupato spesso di lavori pubblici”
Il giornalista Walter Settimelli, nel 1990 di Giancarlo Elia Valori scrive: “era impiegato come funzionario della Rai, svolgendo una serie di attività parallele fra cui procurare affari per la Fiat, essere particolarmente vicino a vari cardinali della Chiesa cattolica e promotore di vari investimenti per conto del Vaticano stesso, fu anche “maestro di cerimonia” di Amintore Fanfani, godendo già all’epoca di amicizie “altolocate”.
La sua influenza all’epoca già tale da riuscire a organizzare un secondo incontro tra Gelli e Peron che avviene il 12 marzo 1972 nella villa madrilena di Peron, prologo al suo successivo ritorno al potere in Argentina.
II 7 febbraio 1973, Valori compie un’altra azione in favore di Gelli: indirizza una calorosa lettera a Peron per caldeggiare la figura del capo piduista. Lo qualifica con l’appellativo di “dottore” e appassionato studioso dei problemi dell’America Latina e un grande ammiratore delle Sue opere.. Copia della missiva vien pubblicata dallo stesso Gelli nel libro La verità: “Carissimo Presidente, il latore della presente e il mio ottimo amico, Dottor Gelli, dirigente industriale che viene in Argentina per motivi connessi alla sua professione. II Dottor Licio Gelli un convinto sostenitore delle tesi dell’integrazione nazionale (…). E’ interessante, caro Presidente che conversi un po’ con lui ed eventualmente Le sarei grato se Ella lo potesse presentare all’amico Rogelio Frigerio in quanto l’incontro Vostro, con questo mio amico, non potrei che tornarvi utile, caro Presidente, specie considerando il fatto che questi ha moltissimi importanti contatti a livello economico e politico, in campo internazionale…”

 

LA PENETRAZIONE DI GELLI E DELLA P2 IN ARGENTINA

In seguito, prima di partire per l’Argentina, Gelli convince anche Lino Salvini, allora Venerabile Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, ad accreditarlo ufficialmente presso i circoli massonici argentini, allo scopo ottiene dal Gran Maestro un’apposita lettera. II 27 maggio 1973. l’incarico assume una veste ufficiale: in Argentina, ma anche in Uruguay, Gelli può presentarsi nel ruolo di ambasciatore della “fratellanza italiana”.
E’ così che a partire dalla seconda metà del 1973,Gelli avvia la grande penetrazione della P2 nel sistema politico e finanziario argentino. Ciò specie grazie ad Umberto Ortolani, e a un altro esule italiano fascista, Giampietro Pellegrini, (ex ministro delle finanza durante la Repubblica di Salo, scappato a fine guerra in Uruguay e possessore di una banca, il Banco del Lavoro ItaloAmericano) insieme riescono ad avviare le prime operazioni finanziare in argentina, sostenute economicamente in seguito da Roberto Calvi, altro affiliato P2 e allora Presidente del Banco Ambrosiano in Italia.
Gelli e Ortolani convinsero Calvi ad investire una notevole massa di denaro di cui all’epoca il banchiere disponeva. Agendo come il “gatto e la volpe” della favola di collodiana memoria, manovrando a piacimento il “confratello” Calvi, spingendolo in svariate iniziative economiche, così venne ricostruito in seguito da varie commissioni d’inchiesta parlamentari.
Fu in quegli anni che, nonostante l’economia argentina molto traballante, Gelli e Ortolani convinsero Calvi ad aprire una sede del Banco Ambrosiano a Buenos Aires assumendo la denominazione di “Group Ambrosiano Promociones y Servicios”.
Gelli in poco tempo, durante il suo soggiorno a Buenos Aires, riesce a intessere una fitta rete di contatti, soprattutto attraverso Alcibiades Lappas, importante produttore di preziosi, nonché segretario della Gran Loggia Argentina.
“Per poter più efficacemente curare i molteplici affari e le pubbliche relazioni a Buenos Aires, il capo piduista abbandonerà la suite dell’hotel Claridge e acquisterà una splendida villa in via Cerrito 1136”, così scrive Flamigni nel suo libro “Trame”, descrivendo poi come Gelli arruolò nella P2 importanti uomini di potere: come José Lòpez Rega (l’influente ministro del Benessere sociale), Alberto Vignes (ministro degli Esteri), l’ammiraglio Eduardo Emilio Massera (capo maggiore della Marina), l’ammiraglio Carlos Alberto Corti, e altri militari; così anche in Argentina come in precedenza in Italia, Gelli instaura strettissimi legami con ufficiali e uomini chiave dei Servizi Segreti.
Ai nomi già citati bisogna aggiungere, Cesar De la Vega, Gran Maestro della Loggia di Buenos Aires dal 1972 al 1975, nonché in seguito ambasciatore in Danimarca; Guglielmo De la Plaza, ambasciatore in Uruguay; il genero di Lopez Rega, il presidente del Senato Raul Alberto Lastiri, iscritto alla P2 (fascicolo 0621). Un altro nome di primissimo piano nella gerarchia militare argentina fu quello del generale Guillermo Suarez Mason, deceduto all’eta di 81 anni ii 21 giugno 2005. Fiancheggiatore della Loggia P2 e all’epoca comandante dell’esercito del distretto di Buenos Aires, ricordato anche come tra i più feroci repressori dei giovani oppositori alla dittatura imposta dalla giunta militare del duo Massera-Videla. Al generale Suarez sono stati addebitati, centinaia di esecuzioni (da lui stesso ammesso) e un numero imprecisato di persone scomparse, i “desaparecidos”.

 

L’ULTIMO PERIODO PERONISTA

Quando Peron, il 13 ottobre 1973, toma trionfalmente in Argentina, Gelli fa parte del suo seguito si presenta in smoking e farfallino, il capo della P2 viene invitato alla Casa Rosada sede del governo a Buenos Aires. Qui si tiene il gala per il ritorno al potere di Peron e della sua terza moglie, l’ex ballerina di night Maria Estela Martinez, alias Isabelita che viene nominata Vicepresidente.
Gelli è anche in veste ufficiale di rappresentante del Governo italiano, allora presieduto da Giulio Andreotti Presidente del Consiglio.
Peron presenta a Gelli il proprio segretario, Rega, ex caporale della polizia e massone appassionato di riti esoterici. Tramite Lopez Rega, come testimoniato dallo stesso Valori dinanzi ad una Commissione parlamentare sulla Loggia P2. “Gelli aveva delle relazioni con Peron e con tutto il settore di governo, che credo nessun cittadino italiano abbia mai avuto, un rapporto politico e soprattutto di carattere commerciale molto importante”.
Entrato nell’entourage governativo, il capo piduista stabilisce una serie di contatti ad alto livello con l’ente petrolifero; lo fa a nome della Banca nazionale del lavoro, allaccia rapporti con banchieri; avvia varie attività di import-export e riceve pure un passaporto diplomatico argentino (n. 001847), diventando Console onorario argentino a Firenze.

La morte di Peron il 10 luglio 1974, non intacca nulla del potere che Gelli si era costruito, anzi.
Il successivo 2 settembre, con decreto n. 73, il nuovo governo argentino lo designa come Consigliere economico dell’ambasciata in Italia. Anche se formalmente retto da Isabelita, vedova dello scomparso Peron, chi tira le fila nella cabina di regia del governo è Jose Lopez Rega, iscritto alla P2 che dopo il golpe del 1976, diventa il cinico organizzatore dei famigerati squadroni della morte.

Sorvolando sulle gesta criminali compiute da Rega, in un suo libro Gelli rievoca in parte l’esperienza in terra argentina. Una testimonianza che, oltre a delineare Il modus operandi del capo piduista, rappresenta uno spaccato di storia argentina. Così scrive Gelli:
“Cominciai a incontrare Juan Peron nel gennaio 1973. per coordinare un piano ai fini di promuovere il suo ritorno al potere. allora detenuto dal generale Lanusse. Gli incontri avevano luogo a Madrid, nell’appartamento di Peron a Puerta di Jerro, e vi prendevano parte la signora Isabelita insieme a Lopez Rega, il quale fungeva da segretario personale di Peron. Il primo viaggio della mia missione in Argentina avvenne il 5 febbraio 1973.”
Lopez Rega fu anche l’ispiratore e mandante dell’organizzazione cosiddetta, Triple A, in seguito definita come organizzazione terroristica a scopo eversivo, e che portò di fatto alla deposizione di Isabelita, con il colpo di Stato del 1976.
In una sua testimonianza Gelli riporta quanto segue:
“Per praticità e segretezza avevamo dato al progetto il nome in codice di “Operazione Gianoglio”. Affiancato da Hector Campora, riuscii a convincere tutti i generali massoni dell’opportunità del ritorno di Peron in Argentina, persino i recalcitranti generali Osvaldo Cacciatore e Guglielmo Suares Masson. […] Il mio punto di forza fu l’assicurazione che il generale Peron avrebbe ripristinato la libertà e la democrazia, valori indispensabili al popolo argentino per raggiungere il progresso sociale. Dopo lotte intestine tra il Presidente Campora e il Presidente Lastiri, Peron decise di far ritorno definitivamente a Buenos Aires, il che avvenne il 20 giugno 1973, salutato alla scaletta dell’areo in partenza da Madrid dal generalissimo Franco.” […]
“Quale attestato della sua riconoscenza per il mio intervento con “l’Operazione Gianoglio”, il Presidente Peron mi insignì della più alta onorificenza argentina, la Gran Croce di S. Martin Libertador. Fui nominato inoltre consigliere economico della Repubblica Argentina presso l’Ambasciata di Roma e accreditato al Ministero degli Affari Esteri italiano, inserito nella lista ufficiale della diplomazia italiana.”

 

LA MORTE DI PERON E L’AVVENTO DELLA DITTATURA

Il resto purtroppo è la cronaca di come dopo la morte di Peron, in un clima di confusione e paura, prese sempre più piede la figura di López Rega, di come si creò uno stato di polizia, inaugurando la fase del terrorismo con la formazione dell’Alleanza Anticomunista Argentina (la Triple A). E’ da qui che nascono le varie bande e organizzazioni paramilitari criminali al soldo e al servizio del potere politico con il fine di eseguire omicidi e sequestri mirati degli oppositori al regime.
Ed è in questo clima di terrore e di grande incertezza economica e politica che i militari decidono di assumere direttamente il potere rovesciando il governo di Isabelita Perón.
Siamo giunti al 24 marzo del 1976, giorno in cui i libri di storia, riportano come inizio la dittatura militare Argentina, sancita con il triumvirato Massera (comandante della Marina), Agosti (comandante dell’Aeronautica militare) e Jorge Rafael Videla (comandante dell’esercito e Presidente di fatto).
Col pretesto di effettuare un processo di riorganizzazione nazionale, instaurano il terrorismo di Stato su grande scala. Dichiarano l’emergenza e lo stato di assedio, abrogano i diritti costituzionali, le attività politiche vengono sospese, le associazioni vengono chiuse, i giornali vengono sequestrati, i sindacati sciolti.
Per ottenere informazioni su oppositori veri o presunti del regime viene istituzionalizzata la delazione, la popolazione sotto paura e minaccia viene incentivata a denunciare vicini di casa, conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di scuola; la pratica del sequestro, dell’incarcerazione, della tortura diventa prassi comune verso qualsiasi persona sospettata d’opporsi al regime militare. Decine di migliaia di giovani vengono dichiarati oppositori, prelevati in strada, nelle piazze, oppure direttamente nelle loro abitazioni, incarcerati senza processo in centri di detenzione, sia istituzionali che clandestini, dentro i quali quasi tutti scompaiono senza fare più ritorno. Il clima di terrore e paura tra la popolazione cresce fin dalle prime sparizioni di persone; è l’inizio del dramma dei desaparecidos.
Oltre 30.000, questo è il costo in vite umane dell’immane tragedia dei desaparecidos in Argentina, ai quali si devono aggiungere altre cifre agghiaccianti come l’appropriazione di più di 500 figli degli scomparsi, la detenzione di decine e decine di migliaia di attivisti politici e l’esilio di oltre 2 milioni di persone.
Una storia che ha visto per oltre due anni, decollare ogni mercoledì dalla base militare dell’ESMA di Buenos Aires, aerei carichi di desaparecidos che si levavano in volo diretti verso l’oceano; migliaia di persone torturate e narcotizzate lanciate in mare ancora vive. La verità su tutte quelle migliaia di persone scomparse è emersa lentamente, ci sono voluti molti anni, specie grazie alle confessioni di Adolfo Scilingo, ex capitano della marina militare argentina che proprio in quegli anni svolse servizio all’ESMA.

 

L’ALTRA PARTE DELLA STORIA 

L’altra parte della storia però, si svolse di qua dall’Atlantico, proprio qui in Italia, e vide l’interesse economico di grandi gruppi pubblici e privati italiani che intrattennero con l’Argentina allora guidata dai generali, notevoli affari nella vendita di armi, di fregate, di carri armati, di apparati di supporto logistico e tattico, di concessioni per lo sfruttamento di giacimenti minerari e delle risorse energetiche argentine, ma anche quelle uruguayane, l’altra parte di storia parla di banche italiane come il Banco Ambrosiano e la Banca Nazionale del Lavoro che fecero affari e grandi investimenti coi generali golpisti che poi presero il potere.Forse è per questi motivi che 41 anni fa, nel giugno 1978, i rappresentanti del governo italiano pur essendo già a conoscenza di ciò che accadeva in Argentina, presenziarono comunque in fila al mondiale argentino omaggiando la dittatura.

 

AL VIA IL MUNDIAL ARGENTINO, EPPURE LE AUTORITA’ MONDIALI SAPEVANO

Ingenti furono i costi della manifestazione sportiva, il tutto “perché si diffondesse ai quattro venti l’immagine di un paese “felice” sotto la tutela dei militari” come riportato da Eduardo Galeano. Contemporaneamente allo svolgersi del Mondiale continuavano i piani di sterminio, tanto che, proprio nel periodo della manifestazione calcistica, in Argentina la repressione toccò il suo culmine e con essa il numero più alto di rapimenti e assassini. Annunciata la vittoria della squadra della nazionale argentina, strafavorita da arbitraggi e inganni, fu così che i campionati del mondo vennero usati da Videla e Massera per distogliere l’attenzione di un popolo terrorizzato dalla tragica realtà e dare al mondo intero una immagine di “normalità.” Molte delle autorità mondiali, pur sapendo ciò che accadeva in Argentina, non se ne curarono affatto, così come fecero finta di non sapere tante altre cose. Numerose furono le esternazioni di ringraziamento al regime militare. Il presidente della FIFA Havelange, parlando allora davanti alle telecamere delle televisioni osservò: “Finalmente il mondo può vedere la vera immagine dell’Argentina”.
Henry Kissinger, ospite d’onore della manifestazione, invece dichiarò: “Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli”.  Un futuro che ha visto una intera generazione di giovani annientata, assassinata, oppure esiliata con gli oltre 2 milioni di rifugiati politici, ma che in compenso ha visto anche fare lauti affari per tutta una certe rete d’imprenditoria quella fatta di banche e multinazionali: “La dittatura, privatizzando le banche ha messo i risparmi e il credito nazionale nelle mani delle banche straniere e indennizzando la Itt e la Siemens ha premiato le imprese che hanno truffato lo Stato, aumentando i profitti della Shell e della Esso” così scrive Daniele Biacchessi nel suo libro: “Una generazione scomparsa” 

Siamo al 24 giugno 1978, la nazionale italiana perde 2 a 1 col Brasile la finalina per il 3° posto, la notte dello stesso giorno, tutta Buenos Aires trattiene il fiato. Nella via 9 de julio, la più larga del mondo, nei quartieri borghesi di Palermo e della Recoleta, nelle periferie più povere della capitale, nel silenzio d’attesa si prova almeno a sognare, si sognano i goal di Mario Kempes, le giocate di Daniel Bertoni, le entrate in scivolata di Daniel Passarella, si sogna un riscatto attraverso il giuoco del calcio, un modo per lenire un poco le sofferenze di un popolo intero, scordarsi per un momento di tutto quell’orrore.

Eppure in quella stessa notte prima della finale, passando vicino diversi garage e sotterranei della Capitale, si potevano udire le grida disperate, forse, ormai rassegnate di migliaia di persone.
Si continuava a torturare e a uccidere gli oppositori politici, gli studenti delle università, i cattolici del volontariato.
Eppure era già allora nota alle autorità mondiali attraverso i servizi segreti, la storia di Claudio Marcelo Tamburrini, un calciatore argentino di origini italiane, un portiere, le cui vicende vengono narrate in un film “Cronaca di una fuga”.  Il 23 novembre 1977, a seguito della delazione di un suo conoscente, Tamburrini viene sequestrato dagli squadroni della morte di estrema destra, fedeli al regime di Videla; portato al centro di detenzione clandestina Mansión Seré, a tutti gli effetti un lager, in cui Claudio Marcelo viene torturato e seviziato di continuo.
Dopo quattro mesi di detenzione, nel marzo del 1978 proprio alla vigilia del mondiale, Tamburrini decide di tentare una fuga disperata, lo fa insieme ad altri tre detenuti, durante un forte temporale si lancia rocambolescamente da una finestra; i quattro completamente nudi, coi corpi segnati dalle torture, corrono sotto la pioggia, alle cui gocce si mischiano le loro lacrime di speranza e di felicità per la libertà riottenuta. La fuga va a buon fine, Tamburrini dapprima trova rifugio in Brasile, infine in Svezia dove poi si è laureato, completando gli studi in filosofia.

 

LA PIU’ GRANDE OPERA DI PROPAGANDA DOPO LE OLIMPIADI DI BERLINO DEL 36′

La giunta militare riuscì a manipolare abilmente l’informazione, complici le autorità mondiali e pure i mass media, furono abili a nascondere scrupolosamente ogni verità. Io che ero soltanto ragazzino sognante, così come l’oltre miliardo di spettatori, non potevamo immaginare l’orrore e le tragedie nascosti dietro festanti immagini a colori trasmesse in mondovisione. Alla vigilia del torneo un unico giornale europeo, lo scozzese The Guardian, scrisse che: “il Mondiale 1978,  il più grande spettacolo di propaganda dai tempi delle Olimpiadi di Berlino.” Alludendo evidentemente alle pratiche di manipolazione mediatica, introdotte e sperimentate da Goebbels nell’allora Germania nazista.
Nel nascondere dietro una immagine “serena” gli orrori della dittatura militare, la stampa mondiale ebbe una responsabilità enorme, in specie quella italiana. Vergognoso il testo di un articolo di Elio Domeniconi, uno dei 121 giornalisti del nostro Paese accreditati, che scrisse sul Guerin Sportivo: “Gli argentini si sentono spiritualmente, e non solo simbolicamente vicini all’Ente Autarchico Mundial. In questo Mundial 78 non è di scena solo l’Argentina di Menotti, ma anche quella di Videla”.
Descritto più avanti nell’articolo come uomo giusto e devoto. Una miopia, accentuata dal fatto di scrivere dal ritiro degli azzurri, all’Hindu Club, a 30 chilometri da Buenos Aires. Tuttavia per l’allora principale quotidiano del Paese, il Corriere della Sera, il silenzio sembra che fu frutto di una precisa strategia.
L’unico giornalista sportivo italiano a dissentire dal coro fu Gianni Minà, relegato in un angolino come fosse un appestato o un visionario quando poneva almeno dubbi sulla propaganda politica legata all’evento di quel mondiale.
Sarà perché forse erano gli anni in cui il gruppo Rizzoli, (adesso RCS Mediagroup) era di proprietà di Angelo Rizzoli, proprio nel periodo in cui il controllo sul gruppo editoriale era esercitato in maniera diretta dalla P2, ciò anche attraverso la figura dell’amministratore Bruno Tassan Din e del direttore Franco Di Bella, entrambi iscritti alla Loggia massonica. Sarà stato forse perché, in cambio dell’acquisizione del maggiore gruppo editoriale argentino, l’Abril, forte di ben 22 testate, il Corriere assicurò alle autorità argentine, una linea morbidissima che sconfinò nel servilismo nei confronti della dittatura militare. Sarà un caso che il gruppo del Corriere allora sotto Rizzoli, arrivò ad allontanare da Buenos Aires nel 1977 Giangiacomo Foà, forse il più coraggioso dei giornalisti che denunciava apertamente e senza paura i crimini commessi dai militari.
A Buenos Aires, in Avenida Cerrito, aveva la sua sede la Rizzoli, lo stesso palazzo ospitava il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e gli uffici privati dell’ammiraglio Massera, che come Calvi e Rizzoli, poi risultò iscritto alle liste P2. Per il Mondiale, l’allora direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella, vieta la trasferta a Enzo Biagi, ritenuto poco “addomesticabile”, al suo posto vengono scelti altri giornalisti molto più malleabili.

 

IL GIORNO DELLA FINALE

Ed è così che si arriva al giorno della finale, svoltasi al Monumental, la casa del River Plate. Più di 70mila spettatori gremiscono lo stadio per la partita contro l’Olanda. Il cielo grigio metallico, come lo sono gli inverni di Mar del Plata, il termometro indica 12 gradi.
Sono le 15.00 di domenica 25 giugno 1978, tutto è pronto, l’olandese René Van der Kherkof nonostante una ferita al braccio decide di giocare ugualmente, una rapida fasciatura e l’arbitro italiano Sergio Gonella fischia l’inizio. Sono le 15.08, l’Argentina rischiò più volte di perdere la gara, l’Olanda indubbiamente era più forte, ma grazie all’arbitraggio italiano, riuscì ad arrivare ai due tempi supplementari, infine i goal di Kempes al 104’ e di Bertoni al 115’, regalano all’Argentina il primo Mondiale e allungano così anche la sopravvivenza della dittatura che cadrà nel 1983, con la sconfitta contro gli inglesi nella guerra delle Falkland.
Sono le 17.41, tutte le rappresentanze delle autorità e delle istituzioni mondiali presenti, sono festanti, affacciate dalla balaustra, festeggiano la coppa del mondo che viene alzata in cielo e rendono omaggio ai boia della dittatura argentina.
L’unico gesto dignitoso lo compiono i giocatori olandesi, sconfitti in finale dai padroni di casa grazie l’aiuto degli arbitri: al momento di ricevere il trofeo si rifiutano di salutare i capi della dittatura.

Era la sera del 25 giugno del 1978, i boati del tifo argentino coprivano il rombo degli aerei della morte, i desaparecidos sorvolavano gli stadi nel loro ultimo viaggio, prima di essere gettati ancora vivi in mare.

 

UNA STORIA ATTUALE

Una lunga storia che attraversa quasi 50 anni, che ha ancora adesso porta con se strascichi: di pochi giorni fa la notizia di un uomo dell’età di 40 anni all’epoca dei giorni della dittatura Javier Matías Darroux Mijalchuk aveva solo 4 mesi quando fu rapito illegalmente dai militari ai suoi genitori; 130esimo nipote ritrovato dalle Abuelas de Plaza de Mayo, l’associazione di nonne argentine che cercano gli oltre 500 bambini sequestrati durante gli anni della dittatura.  Così come di pochissimi giorni fa la notizia della presenza in Italia di  Carlos Luis Malatto ex militare italo-argentino che deve ancora rispondere di gravissimi crimini contro l’umanità, immortalato in un video nel rifugio dorato di Portorosa-Furnari, nella provincia di Messina. Malatto, fra i tanti crimini è accusato di concorso nel sequestro, detenzione illegale, omicidio e sparizione del corpo della studentessa ventiquattrenne, Marie Anne Erize, una delle vicende più brutali degli anni della dittatura dei militari golpisti argentini.

A più giovani se mai leggeranno queste righe, potranno sembrare storie antiche, di epoche passate; ma la storia, specie se dimenticata si ripete, come si suol dire l’apparenza inganna, inganna sempre e la realtà spesso supera di gran lunga quel che la più fervida fantasia possa arrivare a immaginare, è una bruttissimma pagina di storia questa appena raccontata, ma sempre attuale, sempre pronta a far ritorno sulle scene mondiali, in più di qualche paese, adattandosi ai tempi, cambiando attori, scenari e protagonisti ma rispettando sempre più o meno le medesime “trame”.  Ciò che di certo si sa, proprio perchè ce lo insegna la storia, è che le cose brutte non arrivano mai sole, così come le dittature, non vengono lasciate mai sole, sono “accompagnate”, e sempre han dietro un imponente apparato, dal quale posson godere di appoggi, finanziamenti, armi, soldi, silenzi, coperture, informazioni, propaganda a favore; il tutto sempre in mutuevole rapporto di reciproco “scambio”, dove “qualcuno” solitamente già ricco, investendo il giusto, guadagna assai più di qualcosa. Ben poco importa se poi a pagarne il prezzo sia sempre la gente, col sangue, con la morte e con atroci sofferenze, oppure che sia la storia stessa che in quei momenti è come si arrestasse e pare tornare indietro, l’importante in fondo è fare “buoni affari”, e le dittature, così come le guerre, specie in epoca di crisi stagnante, rappresentano da sempre più che buonissime occasioni d’affari, non nascono mai a caso e per chi abbia “occhi per vedere” sono annunciate. Perciò, estamos en campana.

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