Darfur: 430.000 nuovi profughi, 45 annegati nel Mediterraneo

11.03.2015 - Associazione per i Popoli Minacciati

Darfur: 430.000 nuovi profughi, 45 annegati nel Mediterraneo
(Foto di archivio GfbV)

Darfur: a dieci anni dall’istituzione del Tribunale penale internazionale ancora violenza e impunità

430.000 nuovi profughi in Darfur – 45 Darfuri annegati nel Mediterraneo

 

A dieci anni dall’intervento della Corte Penale Internazionale (ICC) nel Darfur, nel Sudan occidentale non c’è giustizia per le vittime di tortura, stupro, arresti arbitrari, dislocamenti forzati e anzi, continuano impunemente le violenze contro la popolazione civile.

Nel Darfur i responsabili di tortura, stupro, arresti arbitrari e dislocamenti forzati non solo non devono temere la persecuzione giudiziaria ma continuano a commettere i loro crimini impunemente. Sono addirittura state legalizzate le milizie comandate dai servizi segreti e responsabili di buona parte del terrore diffuso tra la gente. Nel 2014 circa 430.000 persone sono state messe in fuga e solamente da dicembre 2014 ad oggi 41.000 persone sono state costrette a lasciare i propri villaggi. Almeno 45 profughi provenienti dal Darfur sono annegati ieri 10 febbraio davanti alle coste della Libia mentre tentavano di mettersi in salvo raggiungendo l’Europa.

Il 31 marzo 2005 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato la risoluzione 1593 con la quale incaricava la Corte Penale Internazionale di indagare e avviare un procedimento per crimini contro l’umanità in Darfur. In seguito alle indagini nel 2009 la Corte Internazionale ha spiccato un mandato d’arresto per il presidente sudanese Omar al-Bashir.

Lo scorso 14 dicembre 2014 la procuratrice capo della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda ha annunciato l’interruzione di tutte e indagini relative ai crimini contro l’umanità commessi nel Darfur a causa della mancanza di sostegno da parte del Consiglio di sicurezza nell’ottenere l’arresto di al-Bashir e di altre persone accusate di gravissime violazioni dei diritti umani nel paese.

In Sudan stesso non vi sono vere indagini né tantomeno azioni penali contro i responsabili dei crimini contro la popolazione civile del Darfur. Solo la scorsa settimana il sottosegretario alla Giustizia sudanese Esameldin Abdelgader ha negato di fronte al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra che gli stupri di massa documentati da Human Rights Watch e commessi in ottobre 2014 nel Darfur siano veramente avvenuti. Secondo l’incaricato speciale del governo sudanese per i crimini commessi in Darfur l’interrogatorio delle presunte vittime non ha evidenziato alcuna prova a sostegno delle accuse.

Lunedì 9 marzo 2015 la Corte Penale Internazionale ha dichiarato che informerà il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della mancanza di volontà del Sudan a collaborare alla risoluzione dei crimini commessi e a procedere con l’arresto del presidente. Omar al-Bashir governa il Sudan dal 1989, quando prese il potere con un colpo di Stato militare.

Dodici anni dopo l’inizio del genocidio, nelle cinque province del Darfur ci sono ancora 2,55 milioni di persone in fuga. Circa 4,4 milioni di persone dipendono per la propria sopravvivenza dagli aiuti umanitari provenienti dall’estero. Più di 5.000 villaggi sono stati distrutti. Il lavoro umanitario viene massicciamente ostacolato dalle autorità del paese, tant’è che nell’intera regione oggi lavorano solamente 5.540 cooperanti internazionali rispetto ai 17.000 che vi lavoravano nel 2009. Purtroppo la diminuzione dei cooperanti non corrisponde a una diminuzione dei bisogni della popolazione civile che sono oggi gli stessi di allora.

 

Bolzano, Göttingen, 11 marzo 2015

 

Categorie: Africa, Comunicati Stampa, Diritti Umani, Europa, Questioni internazionali
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