La crisi dei migranti. Dove siamo noi?

02.03.2020 - Murat Cinar

La crisi dei migranti. Dove siamo noi?
Tommaso Perusini

Il 27 febbraio, in località Idlib in Siria, sono stati uccisi 36 soldati appartenenti all’esercito della Repubblica di Turchia da parte degli aerei dell’esercito arabo siriano. La stessa notte, il governo di Ankara ha comunicato che non può più “contenere” i migranti presenti sul territorio nazionale. Da quel momento in poi migliaia di migranti si sono recati ai confini con la Grecia e sulle coste dell’Egeo. Dunque oggi ci troviamo con l’ennesima tragedia umana alle porte dell’Europa.

Una campagna politica e mediatica

Nei giorni successivi all’attacco in Siria, sono arrivate diverse comunicazioni chiare e forti dal mondo politico in Turchia. Il Presidente della Repubblica, il primo marzo, ha incontrato alcuni parlamentari del suo partito a Istanbul. Nel suo intervento ha dichiarato: “Non siamo più obbligati a sostenere gli immigrati. Ho sentito Angela Merkel e ho chiesto dei soldi che ci aveva promesso, che non sono mai arrivati. Adesso mandiamo questi immigrati in Europa e 100 milioni di Euro, così ci pensano loro”. 

Il Ministro della Comunicazione, Fahrettin Altun, in una conferenza stampa, il primo marzo, ha pronunciato queste parole: “Abbiamo speso un sacco di soldi per l’accoglienza. I nostri alleati non ci hanno sostenuto economicamente. Ci sarà una nuova ondata d’immigrazione da Idlib quindi non possiamo permetterci altra gente. I rifugiati siriani presenti in Turchia se desiderano possono lasciare il Paese”.

Secondo il Ministro degli Interni, Suleyman Soylu, sono più di 100 mila immigrati che hanno lasciato la Turchia in meno di una settimana. Invece i numeri comunicati dagli osservatori esterni sono più bassi. 

Nel mentre, anche nel mondo dei media è partita una notevole campagna di allarmismo. Il portale di notizie Haber 7 ha usato il seguente titolo per parlare di questa tragedia: “Panico in Europa. I rifugiati lasciano la Turchia di massa”. Anche il titolo in prima pagina del quotidiano nazionale, Gunes, è un esempio importante: “Basta! Non possiamo più. Allarme in Europa”. Un ultimo esempio invece è del portale di notizia Ensonhaber: “Non basta aprire le porte, organizziamo navette gratuite”. 

Tutto questo ci fa capire che si tratti di un gesto di grande follia e disumano ma cerchiamo di conoscere meglio gli strumenti e gli attori presenti in scena per comprendere le basi e le motivazioni di questo comportamento in cui la vita degli esseri umani viene utilizzata come un elemento di ricatto e minaccia. 

Partenza! Via!

In queste ore il confine Turchia-Grecia è pieno di persone che attendono, in condizioni precarie, “l’apertura delle porte” con l’obiettivo di entrare in Europa. La polizia greca spara, saltuariamente dei lacrimogeni sulla massa. La stessa cosa succede anche sulle coste del Mar Egeo, immigrati pronti per recarsi alle isole greche.

In un video diffuso dal portale di notizie Taz Gazete, il 28 febbraio, si vedono i pullman pieni di migranti in partenza da Istanbul verso il confine greco. Invece l’intervista fatta ai migranti, realizzata dal canale televisivo nazionale Ntv, ci fa capire che, poco dopo la comunicazione del governo, sono stati preparati dei pullman pronti per portare le persone al confine. Una donna intervistata dichiara: “Di notte ci hanno detto i nostri amici che le porte sono aperte. Fuori, in piazza, abbiamo trovato dei bus che ci hanno portato al confine gratuitamente. Ora la gendarmeria ci dice che è meglio entrare in Grecia attraversando il mare”.

Interviste fatte ai migranti in partenza con i bus gratuiti da diverse parti del Paese sono numerose. Secondo le testimonianze che ha raccolto la redazione turca del portale di notizia Euronews, potrebbero esserci, dietro quest’organizzazione, alcune associazioni siriane presenti in Turchia. In merito ai bus che portano i migranti al confine greco, è arrivata, in questi giorni, una dichiarazione molto netta e chiara da Tanju Ozcan, sindaco della città di Bolu: “Come Comune organizzeremo delle navette gratuite per tutti i Siriani presenti in città che vorrebbero lasciare la Turchia e andare in Europa”.

Due interviste molto interessanti invece allargano ancora di più la nostra visione su questa questione. L’agenzia di notizia IHA ha intervistato un trafficante in località dello stretto dei Dardanelli il quale ha dichiarato: “Da 7-8 anni mi occupo di questo lavoro. Qui è in atto il passaggio verso la Grecia. In questi giorni sto comprando dei gommoni a 7-8 mila Euro, io guadagno circa 200 mila Euro per ogni passaggio. I migranti arrivano alle isole greche in 25 minuti”. Oltre quest’intervista, che ci fa capire che è già attivo anche il meccanismo di partenze via mare, sentiamo anche quello che dice un’altro trafficante intervistato dalla redazione turca di Voice of America: “Il Presidente della Repubblica ci ha dato il permesso e noi siamo partiti con i lavori. Faccio questo da circa 20 anni e ora a fronte di un pagamento circa 500 USD a persona, facciamo sì che i migranti partano per le isole greche”.

Reazioni dal mondo

Di fronte a ciò che succede ovviamente non sono mancati commenti dal mondo politico di stampo xenofobo. Machiel de Graaf, europarlamentare olandese, scrive queste parole sul suo account ufficiale di Twitter, nel quale riferendosi ai migranti al confine posta: “Arrivano in massa. Ancora più Islam. Ancora più odio. Terribile”. Sotto il post si vede il video di un’esplosione.

Pamela Geller invece fa parte del movimento “American Freedom Defense Initiative and Stop Islamization of America”, anche lei prende la parola sui social scrivendo: “Invasione! La Grecia chiude i confini, schiera l’esercito, elicotteri, navi da guerra per difendere l’Europa dagli invasori stranieri ostili inviati dalla Turchia”.

L’europarlamentare Dominik Tarczyński, pubblica un video in cui pronuncia queste parole: “Ho un messaggio per tutti gli illegali. Se non volete essere respinti, arrestati o colpiti con armi da fuoco, non recatevi ai nostri confini polacchi. Così siete al sicuro. Non siamo noi che vi arresteremo. Siete voi che infrangete la legge sulla nostra terra”.

Sono dei casi isolati? Due tre personaggi politici estremisti? Forse sì ma anche in Italia, in queste ore, qualcuno ha scatenato l’allarmismo. Il quotidiano Secolo d‘Italia esce con questo titolo: “Erdogan minaccia di inviarci milioni di profughi” e riporta la dichiarazione di Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia: “L’Europa non ceda ai ricatti”.

Alla base delle cause di questo panico e allarmismo c’è certamente un ricatto politico da parte della Turchia, ma questo ricatto è stato veramente soltanto fatto dal suo Presidente della Repubblica? Anche se fosse: chi gliel’ha permesso? Per trovare la risposta di questa domanda servirebbe rispolverare la nostra memoria per un attimo.

Accordo migranti

Nel 2016, tra i 28 leader dell’Unione Europea e il governo di Ankara, è stato firmato un accordo che prevede una serie di compiti che la Turchia dovrebbe adempire in merito alla gestione dei migranti presenti sul proprio territorio nazionale: questioni pratiche e legislative. In cambio sarebbe stata rilasciata una sostanziosa somma di denaro, gradualmente, per sostenere lo sforzo di Ankara nel contenere i migranti, principalmente provenienti dalla Siria. Strada facendo se le cose fossero andate come previsto dagli accordi, i cittadini turchi avrebbero avuto il diritto di libera circolazione in Europa per un tempo limitato, inoltre si sarebbero potuti aprire, in futuro, nuovi capitoli per l’integrazione della Turchia nell’UE. Nel mentre i paesi europei avrebbero avuto il diritto di respingere i migranti presenti sui loro territori una volta appurata la loro provenienza dalla Turchia qualora non avessero presentato una domanda d’asilo presso le autorità greche. 

Quindi vediamo che prima di tutto non è un accordo che riguarda la Turchia, ma anche la Grecia. Inoltre è un accordo che definisce la Turchia come un Paese sicuro ove respingere le persone in ricerca di una nuova vita e riconosce il governo di Ankara come un partner affidabile, con il quale si possono fare accordi come questo, che contiene, tra l’altro, un notevole impegno economico.

L’accordo è stato criticato sin dall’inizio da diverse realtà. Alcune voci in Turchia, per via delle condizioni di vita sociale e economica, hanno sostenuto che il Paese non fosse sicuro, fornito e preparato in modo adeguato per gestire le necessità dei migranti. Ricordiamoci che diverse realtà hanno denunciato Ankara per non aver creato una buona gestione del sistema di accoglienza: la maggior parte dei minorenni rifugiati sono rimasti fuori dal sistema scolastico e nel Paese è molto diffuso lo sfruttamento minorile, lavorativo e sessuale. Alcune voci invece hanno criticato la parte economica dell’accordo individuando il notevole rischio che Ankara utilizzasse quei soldi per i suoi investimenti militari, che dal 2016 hanno finanziato gli interventi in Siria.

Perché Erdogan ricatta l’Europa?

Oltre ad una serie di analisi legate alla personalità del Presidente della Repubblica che in questo articolo non ritengo di dover affrontare, occorre considerare che dal 2016 la Turchia si trova sul territorio siriano con una massiccia presenza militare. Questa decisione ovviamente necessita di una grande solidità economica. La Turchia, da circa 4 anni, è in una forte crisi economica. Mentre la disoccupazione aumenta in una maniera sproporzionata, salgono i prezzi dei beni di largo consumo compreso il costo del petrolio, che è un elemento importante tenendo in considerazione che la Turchia compra dall’estero il 95% del suo fabbisogno nazionale. La guerra in Siria ovviamente scatena in continuazione anche nuove ondate migratorie. Tenendo in considerazione che il confine turco siriano è di 900 km questo diventa un vero problema e un ingente peso economico.

Grandi opere pubbliche, inutili e dannose, stanno svuotando le casse del Paese. Ponti e autostrade a pedaggio insostenibile, oppure aeroporti, inutilizzati e chiusi, sono serviti al Governo, in questi anni, come armi di propaganda in ogni tornata elettorale. Dunque servono soldi anche in questo caso, per sostenere la spesa di questi cantieri in cui vediamo operare, spesso e volentieri, diverse aziende europee.

Ovviamente conta anche il fatto che Ankara ormai sia sola nella guerra in Siria. L’amministrazione Trump ha quasi abbandonato la Turchia in questa sporca guerra. Invece un altro stretto alleato di Erdogan, il presidente russo Vladimir Putin, sostiene sistematicamente e con determinazione il governo di Damasco a partire dal 2015. Dopo la strage di Idlib di qualche giorno fa ormai Ankara si trova di fronte le forze armate russe e Putin non sembra che abbia intenzione, per il momento, di assecondare i piani di Ankara. Dunque l’appoggio economico e politico dell’Unione Europea potrebbe essere l’ultimo salvagente per Erdogan.

Responsabili e complici

Quindi alcuni paesi europei hanno consegnato un’importante carta di ricatto nelle mani del Governo di Ankara. L’hanno fatto molto probabilmente a causa del fatto che non hanno voluto oppure potuto gestire la questione diversamente. Però dobbiamo tenere in considerazione ancora un’altra osservazione che riguarda la vendita delle armi alla Siria dall’inizio della guerra civile. Numerosi paesi europei, compresa l’Italia, hanno continuato in questi anni a vendere ogni tipo di arma alle nazioni in pieno conflitto oppure a Stati indirettamente coinvolti. Tra questi paesi vediamo la Turchia che è il terzo mercato per l’export di armi italiane. La Germania invece, tra il 2017 e 2018, ha aumentato del 300% la sua vendita delle armi in Turchia. Dunque la Siria è un ottimo mercato per aumentare i guadagni, però è anche la principale fonte di partenza delle persone che lasciano le loro case e si rifugiano in Turchia. Queste persone oggi si trovano alle porte dell’Europa esattamente come è accaduto nei primi anni della guerra civile in Siria. Esattamente in quel momento è stato ideato il famoso accordo sui migranti e firmato con il governo di Ankara. In poche parole, è un accordo che permette di scaricare le responsabilità di alcuni paesi europei sulle spalle di un Paese, dando in mano un’arma di ricatto ad un regime come quello che è al potere da circa 20 anni in Turchia.

Oggi, più che mai, è importante dare voce a coloro che si battono per il disarmo e per la riduzione degli investimenti militari, con l’obiettivo di creare una situazione economica e politica basata sulla pace. E’ opportuno anche accogliere l’appello della Rete Contro il Razzismo in Turchia: “Il governo di Ankara usa gli immigrati come una merce di scambio. Oggi, il viaggio che vorrebbero affrontare i migranti sembra che sarà molto pericoloso. Prima di tutto i paesi europei devono aprire le porte e poi riconoscere il diritto a chiedere asilo per tutti i migranti”.

Categorie: Diritti Umani, Europa, Medio Oriente, Migranti, Non categorizzato, Nonviolenza, Pace e Disarmo, Politica, Questioni internazionali
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