L’Amazzonia brucia, e noi la stiamo mangiando boccone per boccone

15.09.2019 - Luca Cellini

L’Amazzonia brucia, e noi la stiamo mangiando boccone per boccone
Deforestazione Amazzonia (Foto di Greenpeace)

La deforestazione anzitutto parte da quello che mangiamo.
Ancor più che dagli incendi, che rappresentano solo l’atto finale della deforestazione, il destino dell’Amazzonia è legato al nostro stile di vita alimentare.

Il disboscamento generalmente avviene per fasi:

  • La prima fase vede una compagnia di taglio del legname, che senza avere nessun permesso ufficiale, ma con la connivenza delle autorità locali e entrambi gli occhi chiusi da parte del governo brasiliano, stabilisce e identifica una determinata area di foresta, a cui si è interessati. Generalmente si parte da quelle aree meglio raggiungibili, vicine a strade o a corsi d’acqua navigabili. L’arrivo di una nuova strada di comunicazione è il primo segnale che indica che la foresta è a forte rischio.
  • Una volta identificata l’area si procede al taglio intensivo e meccanizzato, la foresta viene letteralmente rasa al suolo, con potenti macchinari, il tutto avviene in pochi giorni, numerose schiere di operai e manovali bisognosi di guadagnare qualcosa, arrivano in zona e si procede al taglio a ritmo incessante spesso anche di notte tramite illuminazione artificiale, si lavora incessantemente in squadre che si danno il turno.
  • Dopo che si è proceduto al taglio, il legno molto pregiato viene raccolto in lotti, solitamente già acquistati ancora prima che gli alberi da cui il legname viene estratto siano tagliati, i lotti sono destinati all’esportazione verso le grandi industrie del legname e delle costruzioni.
  • Tutto ciò che rimane, arbusti e alberi di piccole dimensioni non commerciabili viene bruciato per concludere l’opera di disboscamento e “bonificare” così il terreno, la terra fertile come quella della foresta pluviale amazzonica, che per migliaia di anni ha avuto in se il potere di autoriprodursi, viene così piegata, la sua capacità di autorigenerarsi è compromessa, il fuoco “aiuta” a rendere il terreno addomesticabile ai bisogni dell’uomo, così da coltivarlo.
  • Il passaggio successivo vede quei terreni destinati in un primo momento all’allevamento di bestiame, ed ecco arrivare la fase del pascolo, destinato principalmente ai manzi, la loro permanenza per un paio di stagioni assicura oltretutto la concimazione del terreno che in precedenza è stato azotato con l’incendio. Le carni di manzo, come per il legname, sono acquistate in lotti, spesso trattate ancora prima che venga realizzato il pascolo dove prima viveva la foresta, le carni sono dirette verso l’industria alimentare nordamericana, ma anche quella europea e cinese.
  • Terminata la fase dell’allevamento del bestiame, il terreno dapprima “bonificato” dalla presenza della foresta, adesso è stato “rivitalizzato” in modo sia pronto e idoneo alla semina.
    Ll’80% delle coltivazioni sono piantagioni di soia, è di questo prodotto che adesso nel mercato c’è fortissima richiesta.

Entrando nei numeri:  Attualmente circa il 46% della soia brasiliana viene destinata alla Cina,  il 19% all’Europa, il 16% al Nord America. L’Europa dal Brasile importa oltre il 40% della soia che consuma.

Nel grafico del consumo di soia, nella proiezione al 2024, si vede il Nord America al primo posto, seguita a poca distanza dall’Europa e al terzo posto l’Asia. Sempre nello stesso grafico, a sinistra, si può osservare l’inarrestabile tendenza di crescita della richiesta di questa leguminacea.

Consumo Globale di Soia nel mondo

Proiezione consumo globale di soia nel mondo

 

La soia: un fagiolo commestibile dall’alto contenuto proteico ed energetico, la cui domanda è in crescita continua da decenni, di cui il mercato non riesce mai a soddisfare pienamente la richiesta.
Così, se da una parte è vero che c’è il Brasile come primo produttore mondiale di soia; dall’altra parte ci sono la Cina e l’Europa, tra i suoi maggiori acquirenti.

Nello specifico la Cina e in generale l’Asia provengono da una cultura secolare della soia. Con l’insediamento di Trump e il conseguente inasprimento dei Dazi nei confronti del governo di Pechino, la forte domanda di soia asiatica ha cercato un altro luogo da cui attingere, il Brasile.

Parlando invece dell’Europa, e in particolare dell’Italia, la zona che attinge maggiormente alla soia brasiliana è la pianura padana. Numerosi sono gli allevamenti intensivi di animali nel Nord Italia, il fagiolo della soia arriva prevalentemente sotto forma di macinato, oppure miscelato con altre sementa, ed è destinato come mangime animale, principalmente polli, galline, tacchini e maiali.

L’Italia ad oggi importa 1,3 milioni di tonnellate di soia.
Secondo le stime riportate dalla camera di commercio, la metà di questa arriva solo ed esclusivamente dal cuore del Brasile. Principalmente dal Mato Grosso, ormai quasi interamente raso al suolo per la monocoltura della soia.

Analogo consumo avviene in paesi come Germania, Francia, Ungheria, dove ci sono grandi allevamenti intensivi di animali.
Parte della soia, circa un 3% viene utilizzata anche per produrre olio da cucina e biodiesel per trazione.

Nella deforestazione a cui si sta assistendo nei paesi tropicali, l’Europa e il suo stile di vita alimentare, fa parte del problema come affermato da Greenpeace recentemente.

La domanda di mangime a base di soia cresce, e ha come conseguenza diretta il taglio di milioni di ettari di foreste. Secondo il dato di uno studio di Greenpeace del febbraio 2018, si calcola che attualmente in Brasile la superficie utilizzata per la sola coltivazione della soia sia pari alla superfice di Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi insieme. Stiamo parlando di oltre un milione di km quadrati di coltura per soddisfare una domanda che dagli anni ’50 è aumentata di oltre 15 volte.

Purtroppo come spiegato sopra, la tendenza è in costante e deciso aumento, e sta portando ad estendere la monocoltura verso l’area nord del Brasile spingendosi sempre più dentro al cuore dell’Amazzonia stessa.

Secondo quanto riferito da Romulo Batista, responsabile internazionale di Greenpeace per le foreste brasiliane, soltanto negli ultimi 10 anni il 19% del terreno dove prima vi era la foresta è stato già disboscato(Il dato purtroppo non tiene conto degli ultimi incendi di questa estate)

Un ultimo dato che farà riflettere, nel report del WWF redatto nel 2014, degli oltre 200 milioni di tonnellate di soia prodotti in Brasile, solamente il 6% è stato destinato al consumo umano, il 3% al combustibile biodiesel, il restante 91% è stato destinato a mangimi e farine destinate al consumo animale. La Cina in tal senso con l’allevamento avicolo di polli e tacchini rappresenta da sola quasi la metà del mercato della soia brasiliana.

Gli incendi che abbiamo visto, e che questa estate hanno sollevato la nostra attenzione, sono solo una concausa della deforestazione, anzi, sarebbe meglio dire, il sintomo della deforestazione in gran parte avvenuta.

Un fenomeno che ha subito un’accelerazione negli ultimi tempi, proprio con le politiche spregiudicate del governo di Bolsonaro, ma che  in Brasile è in atto ormai da almeno 30 anni a questa parte.
Uno studioso e ricercatore, il professor Tony Weis con ottima capacità di sintesi lo ha descritto nella seguente frase: “Industrial grain-oilseed-livestock complex”: letteralmente un sistema preverso che collega la massiva produzione di cereali (principalmente di soia mais e colza) volta a soddisfare il ciclo di produzione industriale occidentale, che vede nell’ordine, la produzione di mangimi per gli animali negli allevamenti intensivi, l’elaborazione di additivi per la produzione alimentare industriale, e in piccola parte il fabbisogno energetico con la produzione di combustibili biodiesel

La carne secondo il ricercatore, in definitiva inquina molto più della plastica e pare non sia una teoria architettata a tavolino da strane sette vegetariane o da vegani pedanti radical chic e con la puzza sotto il naso, bensì è un dato di fatto, è quanto emerge da studi e analisi sui consumi alimentari degli ultimi 30 anni nel mondo globalizzato.
Senza entrare nel merito di quanto, in termini ambientali ed energetici, possa costare un kg di manzo, di pollo o di tacchino, ma anche solo rimanendo concentrati sulla monocoltura del fagiolo di soia, il dato essenziale da conoscere è che per produrre la carne e soddisfare così la sua crescente richiesta, di pari passo deve crescere anche il numero di animali, per lo più provenienti da allevamento intensivo, i quali a loro volta, per crescere, hanno bisogno di mangime composto principalmente da leguminose e cereali, dove la soia in questo momento fa da padrona.

In sintesi, nel nutrirci di animali, (specie provenienti da grandi allevamenti intensivi) che siano manzi,  maiali, polli, tacchini, o uova; in pratica ci stiamo mangiando boccone per boccone l’Amazzonia, e più in generale le nostre foreste.

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Economia, Questioni internazionali, Sud America
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