Vi presentiamo qui la decima parte dello studio « Spunti per la nonviolenza » realizzato da Philippe Moal, in 12 capitoli. Alla fine dell’articolo trovate i link alle puntate precedenti.

Le nostre invenzioni, le nostre creazioni, i progressi della scienza e della tecnologia, ma anche le nostre credenze e scelte ideologiche, i nostri valori e il nostro stile di vita, sono frutto dell’intento della coscienza che definisce il mondo a sua immagine. Se la coscienza è alterata, il mondo che ne consegue è alterato; una coscienza violenta genera un mondo violento, una coscienza in fuga produce un mondo alla deriva.

La questione della coscienza merita quindi di essere approfondita, ma partiamo dal concetto dell’inconscio, che è onnipresente nella società attuale.

Di sicuro la psicoanalisi e i progressi sull’inconscio hanno permesso di rivelare il nostro mondo interiore e di mostrare i suoi meandri: la paura, l’angoscia, il rancore, la contraddizione, le compulsioni, il desiderio di vendetta, ecc. Sappiamo che questi contenuti hanno delle implicazioni nella nostra vita e che sono molto attivi. Ma oggigiorno osserviamo una nuova tendenza che consiste nel rivolgersi verso lo sviluppo della coscienza, come se decidessimo di passare a un’altra fase, di cambiare il livello di coscienza.

Se la psicoanalisi ha permesso di comprendere che i contenuti della coscienza sono attivi, la fenomenologia ha permesso inoltre di scoprire che anche la coscienza è attiva. Il tema dell’intenzionalità suscita oggi un grande interesse. Viene rimessa in discussione l’immagine inculcata durante l’infanzia per cui la coscienza veniva mostrata più come un giudice critico che come un alleato.

Mostrare il ruolo attivo della coscienza vuol dire prendere le distanze dalle tesi classiche sull’argomento. Infatti, la coscienza non ci trasmette come un semplice specchio la visione del mondo in base all’informazione che riceve; non riflette il mondo in maniera passiva, ma al contrario agisce sul mondo che percepisce. Non si limita a valutare se quello che facciamo è buono o cattivo, ma integra e interpreta i dati che le arrivano e soprattutto organizza quei dati che le servono a elaborare delle risposte al fine di trasformare ciò che percepisce, compresa lei stessa.

Poiché è attiva, è anche mobile e di conseguenza è libera per definizione in quanto non legata ad alcun determinismo. Constatiamo che la fissazione su certi valori, credenze o pregiudizi la immobilizzano su delle concezioni che la possono fare chiudere in se stessa e diventare violenta.

È facile rendersi conto di questa attitudine attiva della coscienza. “Mi interrogo su una situazione particolare o su un problema da risolvere senza potervi dare una risposta immediata; a volte dopo vari giorni e in una situazione insolita, la risposta mi appare all’improvviso.” La coscienza, in silenzio si potrebbe dire, ha continuato a cercare una risposta per tutto il tempo. Gli interrogativi, i dubbi, le necessità, i desideri che formulo interiormente sono atti rivolti alla coscienza che stimolano la sua intenzione di dar loro una risposta. Tecnicamente, si parla del funzionamento atto-oggetto.

Tuttavia, quegli atti non si completano sempre con un oggetto, cioè non trovano sempre risposta, e questo genera una tensione che, in qualche modo, pone la coscienza in costante dinamica, in stato di ricerca permanente, per poter completare quegli atti lanciati.

È chiaro che a volte questi atti della coscienza non vengano completati in un oggetto, poiché succede che l’oggetto non venga trovato. Allora vi è una linea di tensione. Per fortuna, d’altra parte. È proprio perché la coscienza non è completa che è dinamica. Grazie al fatto che la coscienza non si è fermata, realizzata in un oggetto, può attivare i suoi diversi meccanismi[1].

Mostrando la natura attiva della coscienza che si esprime attraverso l’intenzionalità, ci avviciniamo alle tesi della fenomenologia, per cui il mondo è dato alla coscienza, creando una reciproca interrelazione tra la coscienza che esiste perché fa parte di questo mondo e il mondo che esiste in essa perché ne sono consapevole. I due elementi formano una struttura coscienza-mondo. Tuttavia, è necessario integrare il concetto husserliano specificando che l’intenzionalità si esprime tramite l’immagine e che la coscienza mira essenzialmente a trasformare il mondo.

D’altro canto, con il tema dell’intenzionalità umana, ci allontaniamo dalle tesi riduzioniste dominanti oggigiorno, secondo le quali soltanto la fisica e la chimica sarebbero in grado di spiegare l’essenza della vita e la sua evoluzione, riducendo tutto alla materia.

Ritroviamo le premesse e gli antecedenti dell’idea di coscienza attiva presso il filosofo Frantz Brentano[2] che, alla fine del XIX° secolo, introduceva la nozione di intenzionalità come concetto descrittivo universale di base[3]. Uno dei suoi allievi, Edmond Husserl, ha approfondito in maniera esaustiva il concetto e ha creato la fenomenologia, che descrive l’intenzionalità come una struttura fondamentale della coscienza (e non solo come fenomeno psicologico). Un altro allievo di Brentano, Sigmund Freud, nello stesso periodo di Husserl ha sviluppato il concetto di inconscio, mostrando l’effervescenza che regnava in quel periodo intorno al tema della coscienza, e annunciando le scoperte che verranno fatte da lì in poi sul mondo interiore dell’essere umano[4].

Fino a quel momento le esperienze vissute nel passato erano considerate quasi ininfluenti sul presente e ancora meno sul futuro. Il grande contributo di Freud fu di mostrare che i contenuti della psiche sono attivi e questa fu una vera rivoluzione all’epoca. Comunque, spetta a Husserl il contributo del concetto di ruolo attivo della coscienza: non solo i contenuti della coscienza sono attivi, ma lo è anche la coscienza stessa.

Nuove correnti spuntavano nel campo della psicologia… Dei venti di rinnovamento si alzavano mentre i nostri vecchi idoli cadevano uno dopo l’altro: basta con i test di Binet, basta con le diagnosi psicologiche di Rorschach, Ribot, Wundt, Weber, Fechner…La psicologia sperimentale si era trasformata in statistica o in una branca della neuropsicologia. I gestaltici erano sbarcati sulle spiagge remote del dibattito sulla psicologia di alto livello. Wertheimer, Koffka et Köhler si erano uniti al comportamentismo grazie a Tolman et Kantor. Dietro a tutto ciò, scorgiamo una metodologia molto interessante che, oltretutto, esercitava dell’influenza nel campo della logica, della gnoseologia, e anche dell’etica e dell’estetica. Si trattava del metodo fenomenologico husserliano che aveva da un po’ di tempo elaborato una critica dello psicologismo, e si diffondeva attraverso Heidegger e la psicologia dell’esistenza. Il panteon psicanalitico crollava al cospetto di Sartre e delle sue critiche allo schema dell’inconscio, fondate proprio sull’applicazione della fenomenologia. Stiamo parlando in particolare di uno dei suoi saggi meno studiati: il suo magnifico scritto Idee per una teoria delle emozioni[5].

Le due scuole di pensiero citate in precedenza propongono ovviamente delle metodologie di ricerca diverse per superare la violenza. Per riassumere, diciamo che una si rivolge al passato e l’altra si orienta al futuro. “Con la fenomenologia, ci siamo liberati dai mondi dietro di noi”, diceva Nietzsche.

In un caso vedo la violenza in funzione di quello che interpreto, nell’altro la interpreto in funzione di quello che vedo. Nel primo caso, la tensione è generata dal fatto di partire dall’interpretazione. Nel secondo caso, comincio col descrivere senza spiegare, senza analizzare, senza uno schema di lettura preliminare, e ciò permette un approccio più rilassato del problema, per quanto sia necessario essere il più esaustivi possibile nella descrizione del fenomeno. Posso inoltre osservare senza un fine e vedere senza interpretare, lasciando che affiorino le intuizioni e l’ispirazione.

Non stiamo parlando dell’azione di un supposto subconscio o inconscio, o di un qualunque altro mito epocale le cui premesse scientifiche siano state formulate scorrettamente. Ci appoggiamo su una psicologia della coscienza che ammette vari livelli di lavoro e operazioni di diversa importanza in ogni fenomeno psichico, sempre integrato nell’azione di una coscienza globale[6].

La ricerca sulla coscienza non utilizza il concetto di inconscio, ma prima di tutto considera quello delle co-presenze[7] che, anche se non si vedono, anche se non se ne ha coscienza – nel senso che non ci si rende conto e non nel senso dell’inconscio – hanno una grande influenza sul quotidiano. Jean Gebser illustra bene il concetto così: « Non vediamo mai quello che abbiamo sotto gli occhi, senza considerare il fatto che dietro al lato visibile c’è sempre un lato non percepito perché non visibile, che è indispensabile perché il tutto esista[8] ».

Le co-presenze possono essere dei rumori di fondo irrisolti del quotidiano, delle preoccupazioni costanti, oggetti di riflessione che occupano lo spirito, credenze più radicate i cui valori impongono la direzione e intervengono quando ci si allontana da una certa linea di condotta. La fase dell’istruzione è quindi molto importante, perché le credenze e i valori si forgiano in quel momento e possono riaffiorare come co-presenza in qualunque momento.

Le co-presenze si possono trovare a fior di pelle, legate a contesti nei quali vivo, ma possono anche provenire dalla mia memoria più lontana e riaffiorare all’improvviso in maniera imprevista e inopinata, per associazione con situazioni che vivo nel presente. La loro carica emotiva e affettiva accumulata può essere il detonatore di una grande violenza. In un conflitto tra due persone, i ricordi legati al conflitto risalgono in superficie e agiscono in co-presenza.

Ogni rappresentazione individuale fa parte di un sistema di rappresentazione più o meno co-presente che varia a seconda delle condizioni dei dati in memoria. In altre parole, una risposta al mondo provocata da uno stimolo viene scelta in un campo di co-presenze tra molte altre rappresentazioni possibili. Così, il sistema delle co-presenze, in molti sensi, determina il comportamento globale degli individui e degli insiemi di popoli[9].

Le ricerche sulla coscienza dimostrano come essa sia orientata verso il futuro come priorità. Questo sguardo verso l’avvenire condiziona il comportamento presente e controbilancia positivamente e progressivamente il peso dei traumi passati. La riconciliazione con una situazione vissuta, per esempio, mira alla riabilitazione per il nostro domani. Ho potuto verificare una vera integrazione di esperienze difficili del mio passato per il fatto di essere capace di elaborare progetti per il futuro che avessero una relazione con quelle stesse esperienze dolorose.

Nessun fenomeno è predeterminato, compresa la violenza, come ha dimostrato Ilya Prigogine con i suoi esperimenti di termodinamica[10]; le opzioni sono multiple in ogni situazione e il nostro libero arbitrio ci lascia sempre la possibilità di scegliere.

« Siamo condannati a essere liberi[11] » annuncia Sartre, secondo cui, dal momento in cui veniamo gettati in questo mondo senza averlo scelto, siamo responsabili di tutto ciò che facciamo. Se non scegliamo, non possiamo parlare di libertà. Non si può replicare: “Se scelgo di essere violento, allora sono libero di esserlo!” perché la libertà che ci si concede eliminando quella dell’altro dà origine a una catena, nel qual caso non si può parlare di libertà.

Nel 1960, in occasione di un discorso pubblico mentre era assistente del pastore della chiesa battista Ebenezer ad Atlanta, con suo padre, anche Martin Luther King si appellò alla nozione di scelta: “Non si tratta di scegliere tra la violenza e la nonviolenza; si tratta di scegliere tra la nonviolenza e la non-esistenza.”

Poeticamente, Silo evoca la necessità della scelta, nel capitolo “La guida del cammino interno” della sua opera Lo Sguardo Interno: ” … Fai attenzione alle due vie che si aprono davanti a te. Se lasci che il tuo essere si lanci verso regioni oscure, il tuo corpo vince la battaglia e domina. Allora spunteranno sensazioni e apparenze di spiriti, di forze, di ricordi. Per quella via si discende sempre più. Là si trovano l’Odio, la Vendetta, l’Estraneità, il Possesso, la Gelosia e il Desiderio di Rimanere. Se scendi ancora di più, ti invaderanno la Frustrazione, il Risentimento e tutti i sogni e i desideri che hanno provocato rovina e morte all’umanità. Se spingi il tuo essere in direzione luminosa, troverai resistenza e fatica ad ogni passo. Questa fatica nell’ascesa ha dei colpevoli. La tua vita pesa, i tuoi ricordi pesano, le tue azioni precedenti impediscono l’ascesa. Questa scalata è difficile a causa del tuo corpo, che tende a dominare[12] ».

 

NOTE:

[1] Fondamenti del pensiero. La forma pura dal punto di vista psicologico, Conferenza Silo, Corfù, ottobre 1975, Ediciones León Alado, 2019, p. 21.

[2] Franz Brentano (1838-1917), filosofo tedesco, autore dell’opera di riferimento Psicologia dal punto di vista empirico, Édition Vrin, Parigi, 2008.

[3] La fenomenologia e i fondamenti delle scienze, idee direttrici per una fenomenologia pura, III, Edmund Husserl, Gallimard 2018. “Testo fondatore della fenomenologia. Husserl stabilisce i principi e i metodi che rendono possibile una nuova scienza, la scienza descrittiva pura delle strutture della coscienza, la fenomenologia trascendentale. Rivelando le leggi implicite della vita intenzionale e il potere costituente dell’intenzionalità” Jean-François Lavigne, specialista di filosofia contemporanea, ontologia e fenomenologia.

[4] L’influenza della fenomenologia husserliana sulle scienze psicologiche è stata considerata al pari della filosofia di Heidegger che ne deriva. Numerosi autori appartengono a questa corrente. Quasi tutti sono stati influenzati da Franz Brentano e dal metodo fenomenologico di Husserl. Le opere di Jaspers, Merleau-Ponty, Sartre e Binswanger sono conosciute universalmente. Come corrente psichiatrica, la Terza Scuola di Vienna di Viktor Frankl aderisce a questa corrente. Citiamo anche i metodi di lavoro psicologico esposti da Luis Ammann nel suo sistema Autoliberazione.

[5] Autoliberazione, Op. Cit., p. 10.

[6] Contributi al pensiero, Psicologia dell’immagine, Op. Cit., p. 25.

[7] Autoliberazione, Op. Cit., p. 111.

[8] L’immagine dell’uomo e la coscienza, conferenza tenuta nel 1965 da Jean Gebser (1905-1973), filosofo e poeta tedesco, fenomenologo della coscienza, autore di Origen y Presente, opera pubblicata in spagnolo per le Edizioni Atalanta, 2011.

[9] La modifica della profondità psicosociale, Chiacchierata di Silo, il 4 gennaio 1982 a Rio de Janeiro, Brasile.

[10] Ilya Prigogine (1917-2003), fisico, chimico belga di origine russa, Premio Nobel per la chimica nel 1977. Vedere l’opera di divulgazione sulle sue ricerche La fine delle certezze, Éditions Odile Jacob, 2001.

[11] L’essere e il nulla, Jean-Paul Sartre, Gallimard, 1976, p. 612. Jean-Paule Sartre (1905-1980) scrittore, filosofo e saggista esistenzialista francese.

[12] Il Messaggio di Silo, Op. Cit., p. 18.


Elenco dei capitoli e link ai capitoli già pubblicati:

1- Dove stiamo andando?
2- La difficile transizione dalla violenza alla nonviolenza.
3- Quei pregiudizi che perpetuano la violenza.
4- Oggi c’è più o meno violenza di ieri?
5- Le spirali della violenza.
6- Disconnessione, fuga e iper-connessione (a – Disconnessione).
7- Disconnessione, fuga e iper-connessione (b – Fuga).
8- Disconnessione, fuga e iper-connessione (c – iper-connessione).
9- Il rifiuto viscerale della violenza.
10- Il ruolo decisivo della coscienza.
11- Trasformazione o paralisi.
12- Integrare e superare la dualità e Conclusioni.

Traduzione dal francese di Raffaella Piazza. Revisione di Thomas Schmid.