Vi presentiamo qui la quinta parte dello studio « Spunti per la nonviolenza » realizzato da Philippe Moal, in 12 capitoli. Alla fine dell’articolo trovate i link alle puntate precedenti.

Tutti sanno cosa vuol dire entrare in una spirale di violenza e quanto sia difficile uscirne. Ci si entra come si salirebbe su uno scivolo. Alla partenza, al timore misto a eccitazione segue una breve esitazione, poi ci si lascia andare completamente. La discesa si fa sempre più veloce e sembra non finire mai; vorresti che si fermasse, ma è impossibile. Se cerchi di frenare, va tutto alla malora; qualunque movimento improvviso è un rischio. All’arrivo, il sobbalzo a volte è violento, hai bisogno di qualche secondo, o anche di più, prima di riaverti.

Qualunque situazione, anche la più innocua, si può trasformare in una escalation di violenza. Le immagini si susseguono e accelerano in maniera associativa, una parola tira l’altra, un gesto ne provoca un altro, facendomi reagire drasticamente, ma riuscendo anche a inibirmi completamente, così da generare due reazioni opposte, ugualmente distruttive.

Tuttavia, subito prima di entrare in questa spirale di violenza, ho a disposizione un breve istante per decidere di non entrarci. Questo preciso istante è decisivo per fare marcia indietro. Se ci entro, dovrò approfittare di ogni occasione per uscirne, ma la cosa migliore sarebbe di non entrarci.

Una volta nella spirale, la mia coscienza verrà catturata sempre di più dalla situazione fino a rimanerne completamente sopraffatta. È quasi impossibile uscirne. Eppure, all’inizio niente lasciava pensare che sarebbe degenerata così. Senza rendermene conto, e a volte partendo da un banale incidente – uno sguardo, una parola, un gesto di troppo – mi ritrovo coinvolto in una situazione che rischia di diventare molto violenta. A quel punto fare marcia indietro è impossibile, il fenomeno è diventato quasi incontrollabile. Il film dell’argentino Damián Szifron “I nuovi selvaggi”, uscito nel 2014, mostra bene il fenomeno.

Se potessi, prima di entrarci, rendermi conto del rischio che corro e delle possibili conseguenze che mi aspettano, sarei in grado di decidere di fermarmi. Anche se è molto difficile ascoltarla in quei momenti, una voce interiore, appena appena udibile ma comunque chiara, è sempre lì per avvertirmi, per dirmi, di solito per mezzo di una sensazione, cosa fare e cosa no.

Qualunque tipo di tecnica non serve a niente se non c’è un contatto con la nostra coscienza. Spesso è solo col senno di poi che ci si rende conto di cosa avremmo dovuto fare, è soltanto dopo che ci si dice: “Lo sentivo, lo sapevo che non avrei dovuto rispondere!” Quando mi accorgo che sto entrando in una spirale di violenza, la cosa migliore da fare è scollegarmi il prima possibile, e questo è possibile se entro in contatto con me stesso.

Posso anche entrare in un’altra spirale di violenza molto distruttiva, magari ancora di più della prima; quella in cui mi immergo in me stesso con quella sensazione di spirale di violenza interiore. Le immagini che sfilano nella mia testa sono molto pesanti: il rancore che provo verso qualcuno mi tortura, la voglia irreprimibile di vendicarmi mi divora, il ricordo di un’azione incoerente mi ossessiona, il senso di colpa per il danno causato a qualcuno mi tormenta, ecc. Le immagini associate a quella situazione mi fanno rimuginare senza sosta il mio conflitto interiore e mi ritrovo sempre al punto di partenza, senza una vera soluzione, in un moto perpetuo. Non c’è via d’uscita, sono bloccato, prigioniero dentro di me, chiuso in un vicolo cieco.

Se potessi, in quel momento, rendermi conto delle tensioni e dell’atmosfera che mi stringono in una morsa, e vedere le catene mentali in cui sono invischiato e con le quali mi sono identificato, sarei capace di modificare o fermare il flusso continuo di immagini che mi assillano, e di decidere di riesaminare questa violenza interiore in un momento più appropriato, quando sarò meno coinvolto dall’agitazione delle mie emozioni, una volta calmate le acque. Potrei decidere di non fare niente, di non improvvisare, di calmarmi, di respirare profondamente, di lasciare andare le immagini che mi rendono teso. Questo è possibile solo se entro in contatto con me stesso.

La spirale di violenza legata al mondo sociale è la terza forma di spirale in cui posso entrare. Mi può portare a una furia o a un impeto che mi trascende completamente. Le ragioni che possono farmi entrare in una collera incontrollabile sono numerose nel mondo attuale: decisioni politiche, posizioni religiose, misure economiche, manipolazioni mediatiche, tragici eccessi sociali, fino a vari fatti che possono mandarmi fuori di me e possono spingermi fino alla voglia di distruggere, anche se in tempi normali questa idea mi avrebbe fatto orrore. Se passo all’azione, allora divento l’oggetto del mio proprio odio e in questo stato può succedere di tutto, compreso il peggio.

Parigi, 7° arrondissement, maggio 2019; un autista di autobus e un automobilista si scambiano parole, si insultano e vengono alle mani. Per entrambi, è stato l’altro a commettere l’errore che ha condotto alla collisione tra i due veicoli. L’autista risale sul suo autobus, riparte e schiaccia l’automobilista contro un altro autobus, uccidendolo sul colpo. Nessuno dei due era sotto l’effetto di alcool, ma sotto il controllo delle immagini della spirale di violenza nella quale si erano immersi.

Se potessi, in quelle situazioni in cui non mi riconosco più neanch’io, appunto ritornare a me stesso, rendermi conto dello stato alterato in cui sono, del controllo che le immagini che mi alterano hanno su di me, potrei essere in condizioni di vedere la sproporzione di quelle stesse immagini, e quanto le mie reazioni mi indeboliscono. Potrei capire che non è in quello stato che posso essere più efficace per cambiare la situazione. Questo mi permetterebbe di cercare di disidentificarmi dal fenomeno, di comprendere i pro e i contro di questa violenza, di mettere da parte il mio amor proprio, di allargare i miei punti di vista e immaginare delle azioni per contrastarla. Questo è possibile soltanto se mi connetto con me stesso.

Ciò che mi impedisce di uscire dal vicolo cieco e dal circolo vizioso della violenza si può ridurre a due fenomeni opposti. Ovvero, sono sia disconnesso che iper-connesso alla violenza. Nel primo caso, la violenza non esiste perché non la vedo (essendo disconnesso); nel secondo, non la vedo comunque perché ne sono coinvolto: sono diventato io stesso violenza.

 

Elenco dei capitoli e link per i capitoli già pubblicati:

1- Dove stiamo andando?
2 – La difficile transizione dalla violenza alla nonviolenza.
3- Quei pregiudizi che perpetuano la violenza.
4- Oggi c’è più o meno violenza di ieri?
5- Le spirali della violenza.
6- Disconnessione, fuga e iper-connessione (a – Disconnessione).
7- Disconnessione, fuga e iper-connessione (b – Fuga).
8- Disconnessione, fuga e iper-connessione (c – iper-connessione).
9- Le diverse forme di rifiuto della violenza.
10- Il ruolo decisivo della coscienza.
11- Trasformazione o paralisi.
12- Integrare e superare la dualità e Conclusioni.

Traduzione dal francese di Raffaella Piazza. Revisione di Thomas Schmid.