Vi presentiamo qui la seconda parte dello studio « Spunti per la non-violenza » realizzato da Philippe Moal, in 12 capitoli. La prima parte la potete trovare qui.

Fin da quando ho cominciato a farmi coinvolgere a livello sociale alla fine degli anni 70, inizio 80[1], invitavo i residenti del mio quartiere, il 14° arrondissement di Parigi, a mobilitarsi per denunciare la violenza e affermare la nonviolenza attiva. Con i miei amici impegnati in questo percorso ci imbattevamo spesso in sorrisi sarcastici o di compatimento che, detto per inciso, mi infastidivano profondamente; i nostri propositi sembravano fuori luogo all’epoca. Gli ecologisti affrontavano le stesse reazioni di coloro a cui si rivolgevano.

I militanti e gli intellettuali di sinistra di allora non erano d’accordo sulla nonviolenza; è soltanto in tempi relativamente recenti che alcuni di loro hanno cominciato a considerarla come una vera forma di lotta progressista e a considerare la violenza problematica dal punto di vista etico. Inoltre, quando dicevamo che la trasformazione sociale doveva essere accompagnata da un cambiamento personale, nessuno lo capiva. O agivi per cambiare il sistema per poi cambiare l’essere umano, o facevi un lavoro su te stesso in modo da poter poi cambiare il sistema. La simultaneità di azione non rientrava nelle coscienze, ed è solo molto recentemente che è diventato un atteggiamento comprensibile, anzi riconosciuto come il solo in grado di essere coerente.

Oggigiorno la questione dell’ambiente viene presa sul serio perché ci siamo resi conto che la nostra specie può essere in pericolo se non ce ne occupiamo in fretta. Per quanto riguarda la violenza sono tutti ugualmente d’accordo che bisogna dare delle risposte… Alcuni si mobilitano per il proprio disagio personale e altri per coscienza collettiva.

D’altra parte la nonviolenza, pur non facendo ricorso al sentimento della paura, è capace comunque di mobilitare… ma per molte persone è ancora un’idea vaga e in generale non si conoscono realmente né i suoi fondamenti, né i suoi strumenti, né i suoi metodi di azione.

Eppure esistono numerosi studi sociologici, filosofici o antropologici che analizzano a fondo la violenza, la denunciano, ne studiano le origini, indagano le sue radici e propongono la nonviolenza come risposta. Tutti quanti conoscono le figure emblematiche della nonviolenza: Gandhi, Tolstoï, Luther King, o Mandela. C’è un numero crescente di eventi pubblici e di persone che invocano la nonviolenza. Esistono molti movimenti pieni di esperienza che lottano per fermare la violenza e che si appellano in particolare alla disobbedienza civile per contrastare la violenza senza freni delle istituzioni e dei poteri economici.

Ma non basta, la cultura della violenza è ancora ben radicata nella società e si esprime attraverso valori, credenze, pregiudizi, leggi, modelli e anti-modelli, inculcati fin dalla tenera età all’interno di uno schema educativo infallibile.

I vari poteri, garanti del sistema, non prendono veramente sul serio la nonviolenza e ci si potrebbe chiedere se piuttosto non siano interessati a fare in modo che si sviluppi. In politica la violenza viene denunciata nei vari programmi, ma spesso serve da alibi per giustificare l’aumento delle forze repressive. Quanto ai media ufficiali, ci bombardano di informazioni su guerre, attentati, corruzione, stupri, ecc., ma restano in silenzio sulla nonviolenza, adempiendo così solo a metà al loro ruolo informativo. Certo, è importante parlare dei problemi, ma è altrettanto importante parlare delle soluzioni! In pratica, i formatori d’opinione non fanno quasi mai riferimento alla nonviolenza.

E poi c’è chi vive chiusi nel loro mondo, estraneo alla sofferenza degli altri, e che esercita la violenza senza scrupoli quando gli torna utile. Usano la violenza o fanno in modo di perpetrarla per poter vivere, loro, in un benessere spesso indecente. Senza dubbio si tratta di una minoranza e rispetto alla popolazione mondiale sono pochi, ma è proprio l’indifferenza verso quello che vivono gli altri che permette loro di essere potenti, perché è più difficile e impegnativo preoccuparsi degli altri che preoccuparsi solo di se stessi e delle proprie piccole questioni.

Possiamo parlare di tirannia perché tutta la vita sociale dipende da questa minoranza che detiene l’insieme sociale. Tuttavia, il loro potere non potrebbe durare senza l’aiuto zelante e interessato di quelli che li servono. Se dobbiamo rinunciare a ogni speranza per i primi, magari però possiamo sperare in una presa di coscienza capace di sconvolgere l’ordine – o il disordine – stabilito tra le fila dei servi complici e senza scrupoli, che sono molti e si auto-alimentano per una sorta di comportamento mimetico di soddisfazione dei desideri personali, come ha spiegato molto bene lo storico René Girard.

Sarà un gran giorno, per loro e per tutti noi, quando questi opportunisti si sentiranno in grado di rimettersi in discussione e di riconsiderare il prezzo che fanno pagare agli altri per ottenere i loro privilegi. Abbiamo visto, per esempio, in occasione di manifestazioni, membri delle forze dell’ordine che si rifiutavano di randellare i loro concittadini e di obbedire ciecamente agli ordini, forse perché si rendevano conto che stavano proteggendo ingiustamente i loro mandanti, ma probabilmente anche perché si sentivano vicini a quelli che avevano l’ordine di brutalizzare. A quando una Convenzione mondiale che regolamenti il ruolo, i mezzi e i limiti delle forze dell’ordine durante le manifestazioni?

Nel 2010, nella sua opera Indignatevi![2] Stéphane Hessel incoraggiava l’impegno personale ed esortava a non accettare le diseguaglianze economiche. Nel suo saggio criticava la politica sull’immigrazione e in particolare invitava alla resistenza rispetto all’occupazione della Palestina da parte dello Stato israeliano. I benpensanti del momento si sono scagliati contro questo scritto, rivelando la loro chiara appartenenza al sistema in vigore, ma ciò non ha impedito che queste idee avessero un enorme impatto a livello internazionale.

Quasi cinquecento anni prima, il giovane Etienne de la Boétie, di appena diciotto anni, scriveva un opuscolo dello stesso tenore, incolpando l’assenza di resistenza alla tirannia sui popoli, i quali partecipavano alla loro stessa schiavizzazione:

In breve, dai guadagni e dai favori che si ricevono dai tiranni, si arriva al punto che sono quasi altrettanto numerosi quelli che il tiranno avvantaggia, che quelli che vorrebbero la libertà… Coloro che sono posseduti da un’ardente ambizione e una notevole avidità gli si raccolgono intorno e lo sostengono per poter partecipare al bottino ed essere, sotto il grande tiranno, tanti piccoli tiranni… Così il tiranno domina i sudditi, gli uni schiavizzando gli altri. È sorvegliato da coloro dai quali dovrebbe guardarsi… Quando penso alle persone che adulano il tiranno per sfruttare la sua tirannia e la servitù del popolo, sono quasi altrettanto stupito della loro malvagità quanto ho pietà della loro stoltezza…[3]

Noi tutti subiamo la violenza; ci tocca, ci fa reagire, ci paralizza, terrorizza ecc. Non ci lascia mai indifferenti, a parte chi non ha coscienza, per il quale la violenza non esiste. Se la voglio eliminare, devo cominciare col vederla e sentirla. Il primo passo quindi consiste nello smascherare quella che esiste nella società e riconoscere quella personale, che è la cosa più difficile.

Spesso si sente dire: “vorrei che terminasse la violenza nel mondo e anche quella che subisco personalmente, io e i miei cari”. Meno spesso si sente: “vorrei sapere come resistere alla violenza che genero negli altri e a quella che mi capita di infliggere a me stesso”.

La violenza è naturalmente o meccanicamente vista all’esterno di sé. È necessario un atto di riconoscimento per ammettere la propria. La violenza del mondo, quella degli altri, occupa tutto lo spazio, la propria la si ignora. O perché non la vediamo, o perché facciamo come se non esistesse, oppure ancora la giustifichiamo con argomentazioni in malafede piuttosto che riconoscerla.

Se non possiamo proprio negare di essere stati violenti, la nostra violenza trova il modo di essere comprensibile, se non scusabile, mentre quella degli altri resta sempre inammissibile. Ma il fatto di non riconoscere la violenza fatta a qualcuno è una doppia violenza che gli sto infliggendo: da una parte c’è l’atto violento in sé, dall’altra l’attitudine violenta di non riconoscere la mia propria violenza.

Pensiamo di liberarci dalla nostra violenza negandola, quando invece succede il contrario; più la neghiamo più è presente, più pesa e condiziona il nostro modo di vedere, di pensare, sentire e agire.

Avete presente come ci si sente leggeri, come ci si libera da un peso quando si riconosce il danno causato a qualcuno, quando si ammette la ferita o l’ingiustizia che abbiamo creato? La violenza è un peso che trasciniamo per negligenza, o per indolenza, per ignoranza o irresponsabilità. La violenza appesantisce il corpo, il cuore, la testa e lo spirito; non fa bene a chi la riceve ovviamente, ma neanche a chi la infligge.

Nonostante il ricorso alla violenza sia messo al bando, succede che venga applicata per istinto automatico con i propri cari, senza volere essere veramente violenti, per mancanza di attenzione verso l’altro, per mancanza di riflessione sulle proprie azioni, per mancanza di connessione con se stessi.

L’accettazione implicita della violenza si può nascondere dietro innumerevoli forme di giustificazione così da imporre le proprie idee, i punti di vista e le credenze, e pure per avere le mani libere per poter sfruttare, discriminare, abusare ecc. Così si può agire in totale impunità, con la coscienza a posto.

A parte gli irriducibili partigiani della violenza, la maggior parte dei militanti innamorati della giustizia possono comunque passare dalla parte della lotta violenta quando sono sopraffatti dalla delusione, dalla disperazione o dalla rabbia, constatando l’impotenza a vincere la violenza che denunciano. Allora la violenza diventa un atto disperato, l’ultima risorsa che rivela la mancanza di immaginazione di nuove forme di lotta, efficaci e costruttive. Perfino le cause migliori, se prendono questa direzione, sono delle cause perse. Per Isaac Asimov, il maestro dell’immaginazione, “la violenza è il rifugio dell’incompetenza”.

Denunciare la violenza e usarla a sua volta al pari di coloro che critichiamo è un malinteso che deve, inoltre, produrre una profonda contraddizione interna in chi la esercita. Assolutamente nulla può giustificare l’uso della violenza. Anche se ci troviamo coinvolti per forza in un conflitto violento, o se facciamo uso della violenza per autodifesa, intrinsecamente non esiste una violenza giusta.

Coloro che riconoscono il proprio errore constatando le conseguenze dei loro atti ammettono di essere diventati essi stessi violenti, come diceva Nietzsche: « Quando si lotta contro i mostri, bisogna fare attenzione a non diventare noi stessi dei mostri[4] ». Marco Aurelio, all’inizio dell’era cristiana, portava già un modello: « Il modo migliore di difendersi da loro è di non assomigliargli[5] ».

Fin dal Codice di Hammurabi, scolpito nella pietra in Mesopotamia quasi 3800 anni fa, in Occidente siamo passati dalla vendetta indiscriminata a quella promulgata dal potere, divenuto l’unico detentore del diritto di riparare a un danno causato da un’altra persona; il diritto della violenza. Ancora oggi, questo stesso ruolo dello Stato è mantenuto, e ci riferiamo soprattutto alle tesi di Max Weber[6] per il quale lo Stato detiene legittimamente il monopolio della violenza fisica.

La cosiddetta violenza legittima dei poteri in vigore è praticata ovunque nel pianeta e trova sempre più difficoltà a giustificarsi di fronte alle proteste massicce di cittadini che ne denunciano la corruzione, la discriminazione, le prerogative, l’arbitrarietà, ecc.

Tuttavia, lo spirito di rivalsa sfugge ai poteri e fa sempre parte della vendetta popolare, almeno nella cultura occidentale. Anche se ripudiamo la vendetta – specialmente negli altri – la sua presa ci attanaglia quando ci è stato causato un danno fisico, o quando siamo stati espropriati di un bene, e anche quando siamo stati pungolati nella nostra autostima, o traditi da una persona cara. Rimando gli interessati al tema della vendetta a due studi su questo soggetto realizzati da Juan Espinoza[7] e Luz Jahnen[8].

A livello sociale non passa giorno sul pianeta senza che dei comuni cittadini manifestino – sempre più massicciamente – per denunciare la violenza subita; e di solito sono i più umili. Quelli che perpetuano in primo luogo la violenza hanno la tendenza a ribaltare il problema e li accusano di essere dei violenti, se non dei terroristi. L’azione repressiva diventa così legittima, ma soprattutto vengono soffocate le ragioni della rabbia e aggirati i problemi di fondo. Si cerca di nascondere le cause della ribellione.

La violenza istituzionale – o strutturale – inflitta dalle autorità legali ci costringe a chiederci se dobbiamo accettare la violenza dello Stato o di un qualunque potere. Molti pensatori, come Platone, Albert Einstein, Max Stirner, David Thoreau, Luther King o Gandhi, hanno fatto sentire la loro voce su questo argomento, rifiutando di arrendersi attraverso la disobbedienza civile.

Scrive Gandhi: La disobbedienza civile totale è una rivolta, ma senza alcuna violenza. Chi si impegna a fondo nella resistenza, semplicemente non riconosce l’autorità dello Stato. Diventa allora un fuorilegge che si arroga il diritto di oltrepassare qualunque legge dello Stato che sia contraria alla sua morale. Non ricorre mai alla forza e non resiste mai alla violenza quando gli viene inflitta[9].

Coloro che subiscono violenze e discriminazioni non hanno altra scelta che rivendicare ciò che è loro di diritto. I movimenti di protesta sono di fatto i primi protagonisti dei cambiamenti. Se non fanno niente, sanno per esperienza che neanche chi decide farà niente, perché per loro se non cambia niente va tutto bene. Il mondo e le mentalità non cambiano spontaneamente; sono gli atti intenzionali ad essere al tempo stesso il fattore e il motore dell’evoluzione umana. La comunità nera l’ha dimostrato e lo dimostra ancora oggi, poiché razzismo e segregazione sociale purtroppo sono ancora attuali. Analogamente, sono le donne che adesso creano un flusso potente e legittimo per chiudere definitivamente con la fallocrazia del mondo patriarcale.

L’essere umano potrà essere proclamato come valore centrale nella società soltanto quando non saranno più genere, né razza, né particolarismi, né scelte di vita, né differenze, a determinare la libertà e la sua considerazione.

Tuttavia, il processo è stato messo in moto, la violenza non è una fatalità, ce ne possiamo sbarazzare o resisterle, e possiamo risolvere i conflitti con metodi diversi dalla forza, la minaccia, la corruzione, l’intimidazione, o qualunque altra forma di violenza che finora siamo stati in grado di giustificare o di sopportare.

Per il momento, anche se chi ha più bisogno di indirizzarsi verso la nonviolenza non lo fa ancora, la sua efficacia sta pian piano facendo riflettere tutti; la violenza mostra sempre più la sua inefficacia, poiché alla fine distrugge tutto ciò che tocca, compreso chi la esercita, che prima o poi conosce il ritorno della propria azione. Non sto parlando della minoranza che usa deliberatamente la violenza, ma della maggior parte degli abitanti del pianeta, che vivono sottoposti alla violenza senza accettarla. Del resto, anche se circa l’80% delle persone che manifestano sensibilità verso la nonviolenza sono donne, poco a poco anche gli uomini se ne interessano, consapevoli del fatto che in pratica sono loro ad essere all’origine della violenza nella società attuale.

C’è ancora da fare un gran lavoro di informazione e di sensibilizzazione, e qualunque iniziativa che si aggiunge a questo intento crescente merita di essere sostenuta fermamente, che sia in campo educativo, in famiglia, sui social media, nel mondo del lavoro o in ambito culturale, al fine di superare quei comportamenti codificati che si appoggiano a convinzioni e valori che fanno perdurare la violenza in modo meccanico.

Tutto ciò che conduce all’autocritica, al rispetto dell’altro, alla tolleranza e alla valorizzazione delle differenze merita di essere divulgato; tutto ciò che amplifica la presa di coscienza e la messa in discussione di mentalità ristrette merita di essere diffuso in modo da propagare la cultura della nonviolenza.

Per questo, è indispensabile chiedersi: «Come percepisco la violenza che incendia il mondo e quella che colpisce me e i miei cari? Quali sono le violenze che sono costretto a subire? Anch’io creo qualche forma di violenza nel mio ambiente, e oltre? Come posso frenare queste diverse manifestazioni?».

Chiunque può verificare che la sua violenza personale dipende dalla violenza sociale e può constatare che anche l’inverso è vero. Talvolta i nostri pregiudizi sulla violenza e sulla nonviolenza ci fanno accettare la prima ed escludere la seconda; sarà l’oggetto del prossimo capitolo.

 

Note

[1] Alla fine del 1975 incontro il movimento Siloista mentre sto studiando Scienze dell’educazione all’università Paris VIII. Mentre lavoro in campo educativo e in seguito nell’informazione, divento attivista del movimento umanista, prima in Francia, poi parallelamente in Romania dal 1990 al 1995, in Africa occidentale e soprattutto in Benin dal 1997 al 2007, in seguito dal 2009 al 2016 in Cile, dove scrivo il libro Violenza, coscienza, nonviolenza, patrocinato dalla Commissione nazionale per l’UNESCO per la pubblicazione. Dal 2016 vivo tra la Spagna e la Francia, mi unisco al Centro di studi umanisti Noesis e fondo con alcuni amici l’Osservatorio per la nonviolenza a Parigi e a Madrid, da cui tengo regolarmente conferenze e seminari (https://o-nv.org/fr/).

[2] Indignatevi ! Indigène Edizione, 2010, Stéphane Hessel (1917-2013), diplomatico, oppositore, scrittore e militante francese di origine tedesca.

[3] Discorso sulla servitù volontaria, Edizione Mille e une notte 1995, p. 39 a 42, Étienne De La Boétie (1530-1563) scrittore e poeta umanista francese.

[4] Al di là del bene e del male, Friedrich Nietzsche, Ligaran Edizioni, Parigi, 2015.

[5] Colloqui con me stesso, Marco Aurelio, Pretorian Book, 2019, p. 31. Marco Aurelio (121-180) imperatore, filosofo stoico e scrittore romano, ultimo dei sovrani conosciuti con il nome di “cinque buoni imperatori”, ultimo imperatore della Pax Romana.

[6] Max Weber (18641920), economista e sociologo tedesco, considerato come uno dei fondatori della sociologia.

[7] La superación de la venganza (Il superamento della vendetta), Plaza y Valdés, 2017, Juan Espinoza Antón, ricercatore e scrittore umanista spagnolo.

[8] Vendetta, violenza e riconciliazione, Edizioni del Parco di Studio e Riflessione di Schlamau, Germania, 2014. Luz Jahnen, ricercatore umanista tedesco.

[9] Tutti gli uomini sono fratelli, Gandhi, Gallimard, 1969, p. 251.

Traduzione dal francese di Raffaella Piazza. Revisione di Thomas Schmid.