Vi presentiamo qui l’ottava parte dello studio « Spunti per la nonviolenza » realizzato da Philippe Moal, in 12 capitoli. Alla fine dell’articolo trovate i link alle puntate precedenti.

I capitoli 6, 7 e 8 sono intitolati “Disconnessione, fuga e iper-connessione”. Il presente capitolo tratta in particolare il tema della iper-connessione alla violenza.

Al contrario della disconnessione, posso essere molto connesso alla violenza, forse anche troppo, al punto da esserne completamente identificato, assorbito, compenetrato. Posso diventare pura violenza. In questo stato, che percepisco con le mie immagini visive, tattili, ma soprattutto cinestetiche, mi viene difficile essere in contatto con me stesso se non attraverso le mie tensioni, che sono a fior di pelle.

Nel migliore dei casi, questo stato mi rende irritabile, suscettibile, impaziente ecc., ma mi può anche alterare fino a rendermi violento.

Quando mi trovo davanti a un pericolo, sono assorbito da quella minaccia. Mi connetto a essa totalmente e a poco a poco la minaccia è in me, per me; allora tutta la mia coscienza è in pericolo. Se qualcuno cerca di distogliere o distrarre la mia attenzione, non ascolto, sono accecato dalla minaccia. La prima reazione, la più naturale, è di sfuggirle, di fuggire da me stesso in pericolo e di trovare delle immagini che mi possano proiettare fuori da me stesso, fuori dalla minaccia che ormai si trova dentro di me. Questa reazione istintiva di difesa o di fuga si palesa quando osservo la violenza – cerco di non vederla -, quando la subisco – cerco di evitarla – o quando la infliggo a una o più persone – espello la mia violenza interiore fuori da me.

L’identificazione è probabilmente una delle radici principali dell’iper-connessione. Esaminiamone una delle manifestazioni più comuni, cioè la collera. L’espressione essere fuori di sé riassume bene questo stato. Il danno causato da una crisi di collera occasionale può essere riparato con facilità, al contrario la ripetizione cronica di moti di collera può diventare un problema serio, perché può esplodere in qualsiasi momento, spesso scaturita da una quisquiglia, e questo crea un contesto latente di violenza, per se stessi e per gli altri. Spesso la collera scatta quando veniamo interrotti o disturbati mentre stiamo facendo qualcosa, quando le cose non vanno come volevamo o quando siamo mentalmente preoccupati da un problema personale non risolto. L’intrusione dell’altro mi irrita e mi crea delle tensioni che devo sfogare; per questo mi focalizzo su quelli che ho più vicini, cerco dei colpevoli. Ma in realtà, è perché mi ero identificato con la situazione in cui ero – prima di essere disturbato – che mi sono innervosito e allora sfogo le mie tensioni su chi mi ha disturbato invece di vedere e riconoscere l’origine del problema: la mia identificazione. ” Sono concentrato su un lavoro, o immerso in una telefonata, o ancora assorto nei miei pensieri … una persona cara mi interpella in quel momento in maniera inopportuna .. non è un buon momento e glielo faccio notare; ma lei insiste, sento già la tensione che mi sale… la mia risposta rischia di essere sproporzionata, se non violenta”.

Lo stesso fenomeno si manifesta quando mi identifico con una credenza religiosa, per esempio, o con un’appartenenza comunitaria. Tutto ciò che la mette in discussione, la scredita o le si oppone mi irrita e mi tira fuori della violenza. È perché sono identificato con quella credenza o appartenenza che le parole mi escono con violenza. L’identificazione è la radice della mia violenza. Mi viene molto difficile prendere le distanze e disconnettermi dalla situazione, perché nel momento in cui viene messa in discussione la mia credenza o la mia appartenenza, sono io che vengo messo in discussione, perché io sono la mia credenza, io sono quello a cui appartengo. In qualche modo io sono l’atto della violenza e l’oggetto della stessa violenza.

Di conseguenza, mi sento attaccato e posso facilmente entrare in uno stato di collera e addirittura sprofondare nell’odio e nel rancore. Allora infliggerò all’altro la risposta violenta che merita, che essa sia verbale, o fisica se non mi controllo. Se mi è impossibile rispondere seduta stante, in qualche modo aspetterò il momento adatto per vendicarmi ed entrare così in un circolo vizioso infernale senza fine.

Quando vengo catturato da sensazioni e immagini aggressive perché viene messa in discussione una credenza con la quale mi sono identificato, mi chiedo se non sia perché in fondo dubito di quella credenza. Mi rendo conto che se sono in pace con le mie credenze, le critiche non mi toccano, anzi rafforzano le mie convinzioni.

Ma se sono incapace di prendere le distanze da me stesso e non riesco a ragionare nel momento in cui sono identificato,e quindi iper-connesso a una situazione, per evitare la catena di eventi e la furia che può portare a conseguenze violente, devo fare un’azione quasi meccanica per uscire dall’identificazione con quella situazione: devo disconnettermi, o detto in immagini, devo scollegarmi, devo staccare la spina prima che le cose vadano troppo oltre.

Tutte le situazioni che di solito mi fanno irrigidire e mi fanno perdere le staffe sono un’opportunità per imprimere dentro di me una nuova attitudine. È soltanto in quelle situazioni che posso imparare a disconnettermi, a rilassare le mie tensioni, a cambiare immagini, a decidere di concedere un momento all’altro, a uscire dal mio oggetto di alienazione, a resistere alla violenza che può esplodere. È soltanto in quelle situazioni che posso sviluppare in me la capacità di anticipare le mie reazioni, di restare vigile a me stesso e di dare risposte alternative a quelle abituali. La mia esperienza mi ha insegnato a cominciare con il superare le piccole collere, le situazioni non compromettenti; poi poco a poco riesco a riesaminare le motivazioni più profonde della mia violenza, ossia le mie identificazioni e i miei registri di possesso.

In poche parole, posso comprendere l’interesse a rivedere i miei propri sistemi di identificazione, perché sono dei germogli di violenza, e posso comprendere l’interesse a imparare a rompere l’iper-connessione alla violenza nel momento in cui mi afferra, che sarà l’oggetto del capitolo Trasformazione o immobilità.

Infine, penso che in campo educativo, fin dalla tenera età, nel momento in cui si insegnano i valori di appartenenza a una credenza, a un gruppo, a un club, a un paese ecc., bisognerebbe allo stesso tempo mettere in guardia dai rischi legati all’identificazione, tra cui quello di diventare violenti, ed educare a capire come imprimere in se stessi, e non al di fuori, il proprio centro di gravità.

 

Elenco dei capitoli e link ai capitoli già pubblicati:

1- Dove stiamo andando?
2- La difficile transizione dalla violenza alla nonviolenza.
3- Quei pregiudizi che perpetuano la violenza.
4- Oggi c’è più o meno violenza di ieri?
5- Le spirali della violenza.
6- Disconnessione, fuga e iper-connessione (a – Disconnessione).
7- Disconnessione, fuga e iper-connessione (b – Fuga).
8- Disconnessione, fuga e iper-connessione (c – iper-connessione).
9- Le diverse forme di rifiuto della violenza.
10- Il ruolo decisivo della coscienza.
11- Trasformazione o paralisi.
12- Integrare e superare la dualità e Conclusioni.

Traduzione dal francese di Raffaella Piazza. Revisione di Thomas Schmid.