Vi presentiamo qui la nona parte dello studio « Spunti per la nonviolenza » realizzato da Philippe Moal, in 12 capitoli. Alla fine dell’articolo trovate i link alle puntate precedenti.

La violenza che provoco mi dà sensazioni di cui ho dei registri. Senza il riconoscimento di questi registri, nessuna azione per fermare la violenza può essere possibile, perché se non ne ho coscienza, non esiste. Detto altrimenti, in modo lapalissiano: “Non sono cosciente di quello di cui non mi rendo conto”. Non fa parte della mia realtà.

L’atto di rendersene conto è indispensabile per rifiutare la violenza, ma d’altro canto ci sono vari livelli di profondità in questo rifiuto.

La connessione emotiva e la riflessione mi portano a rifiutare e a condannare la violenza, e a riflettere, informarmi e trovare delle soluzioni. Tuttavia il rifiuto emotivo e intellettuale della violenza può essere aleatorio, variabile in base a diversi fattori che fanno in modo che io possa relativizzare, attenuare, minimizzare, rimandare a più tardi, secondo i miei interessi, le mie credenze, i miei valori, i miei umori, le mie priorità ecc. Così, posso non essere d’accordo con le situazioni di discriminazione razziale e sentire compassione per quelli che la subiscono senza per questo dire niente, senza fare niente per esprimere quello che sento e che penso.

Ma quando il rifiuto è viscerale, quando sento la violenza fin dentro le mie viscere, e non solo al livello delle idee o delle emozioni, non c’è fuga che tenga, mi sento coinvolto nel corpo; è impossibile sottrarmene, la violenza mi è insopportabile fisicamente, a livello cinestetico.

Se quando sono violento prendo coscienza a livello viscerale del danno che sto causando all’altro, allora sono in condizioni di mettermi al suo posto. Sento la violenza che infliggo come se fossi io a riceverla, mi rendo conto del dolore e della sofferenza dell’altro. La visione di ciò che l’altro vive agisce sul mio proprio corpo; mi metto nei suoi panni e mi diventa impossibile continuare a essere violento, a meno che non mi sconnetto completamente dalla situazione perdendo così tutta la mia umanità.

Un lettore accorto potrebbe dire: “Come è possibile provocare un rifiuto viscerale se la cinestesia funziona in maniera involontaria?” In effetti, non decido di avere la gola o lo stomaco che si chiudono, tuttavia quando la violenza supera la soglia di tolleranza al livello delle mie idee e dei miei pensieri, allora diventa fisicamente insopportabile. Le immagini che fino a quel momento erano visive, auditive, tattili, a fior di pelle, diventano cinestetiche e mi toccano tramite sensazioni interne. Allora le sensazioni cinestetiche più profonde mi provocano un rifiuto viscerale della violenza.

Facciamo una prova: chiudete gli occhi e immaginate che un uomo stia trattando male un bambino, che si mette a piangere. Cosa sentite? … Ora immaginate che l’uomo picchi il bambino, che si contorce dal dolore sotto i suoi colpi. Cosa sentite? … Infine, immaginate che l’uomo uccida e faccia a pezzi il bambino. Cosa sentite? … Nel primo caso, posso manifestare il mio disaccordo a livello ideale; nel secondo caso, la sensazione di rifiuto scende al livello del petto, a livello emotivo; nell’ultimo caso, sento una specie di malessere interiore, un disagio viscerale.

Non è solo la violenza fisica che può essere insostenibile e produrre un rifiuto viscerale, ma anche la discriminazione razziale, l’intolleranza religiosa, gli abusi sessuali, lo sfruttamento economico o anche semplicemente la mancanza di rispetto verso l’altro, verso le sue idee, i suoi valori, le sue credenze, il suo modo di vivere. Dipende tutto dala carica delle immagini.

La violenza mi può toccare emotivamente e intellettualmente, ma nel momento in cui la sperimento più come reazione fisica di rifiuto viscerale, di disgusto, allora la sensazione diventa più profonda e può arrivare a darmi la nausea e a farmi vomitare.

Per la cronaca, al festival di Toronto del 2001, per la proiezione del film Ichi the killer, del regista giapponese Takashi Miike, sono stati messi a disposizione degli spettatori dei sacchetti di carta in caso di vomito, tanto erano orribili le scene del film.

Aurel Kolnaï, nella sua opera I sentimenti ostili, descrive con precisione le sensazioni che si percepiscono nel corpo in situazioni di violenza.

L’odio può derivare da un oggetto di forte disapprovazione morale, dal comportamento ostile di qualcuno, da un amore rifiutato, ecc. In circostanze analoghe, possono comparire altre dominanti: il disprezzo, il desiderio di redimersi, paura, cordoglio, e così di seguito. L’odio va verso il suo oggetto spontaneamente e in maniera selettiva. Ma il disgusto di solito nasce senza ambiguità, come unica reazione possibile, provocata istantaneamente dall’oggetto. Questo si comporta in modo da provocarci, si avvicina e ci si spinge contro più di un oggetto d’odio[1].

L’odio crea una violenza che si traduce in immagini, ad esempio immagini di vendetta. Queste immagini mi spingono all’azione e finiscono per far esplodere la mia violenza in maniera distruttiva. D’altro canto, il disgusto mi provoca un’avversione viscerale più diffusa e una nausea che quasi mi paralizza. L’azione violenta verso l’altro è praticamente impossibile. Certo, io rifiuto e condanno la violenza, ma lei ha già invaso il mio spazio di rappresentazione, e io voglio estirparla da lì, più di qualunque cosa.

Mi rendo anche conto che rifiuto fortemente certi tipi di violenza, e altri meno. Quelli legati alla mia esperienza, o che toccano da vicino i miei cari, ossia quelli con cui ho una stretta connessione emotiva, mi fanno reagire più intensamente.

Più la violenza entra in profondità nella mia cinestesia, più la risposta della mia coscienza per rifiutarla è incisiva. Più si esacerba un conflitto, più sento l’aggressione dentro di me. È l’invasione. La sensazione mi penetra sempre più profondamente.

Quando sento, istintivamente, che la mia integrità fisica e mentale sono minacciate, allora rifiuto la violenza come se fosse un veleno, come un intruso. Prima ancora che un concetto morale, è un riflesso istintivo che mi fa rifiutare la violenza.

Aurel Kolnaï descrive come il disgusto, che provoca una sensazione di ripugnanza, sia in realtà una difesa contro l’avanzare di qualcosa di tiepido, viscido, vitalmente diffuso, che si avvicina fino ad appiccicarsi. Secondo lui, il riflesso di nausea di fronte a ciò che è disgustoso non è nient’altro che un rifiuto, un’espulsione viscerale di una sensazione che si è insinuata nel corpo.

Si può mettere vicino al disgusto la coppia di opposti disprezzo-nausea. L’odio e la collera sono meno legati al corpo del disgusto; se la collera è accompagnata da manifestazioni fisiche più impetuose, nel disgusto le impressioni sensoriali hanno un ruolo più intrinseco, così come l’abbozzo di una reazione somatica (vomito) è più specifico e concreto del fatto di dimenarsi, colpire o lanciare oggetti. Qualunque tipo di disgusto, compreso quello morale, è, se non più fisico, perlomeno più fisiologico della collera[2].

Jean-Paul Sartre, nella sua opera, Esquisse d’une théorie des émotions, parla della tendenza all’evasione e della distanza che si accorcia tra l’oggetto di una paura e il corpo, nel celebre esempio dell’animale feroce chiuso nella sua gabbia: « Per quanto rinchiuso dietro solide sbarre, quando fa un balzo minaccioso verso di noi, è impressionante come se la distanza che ci separa da lui fosse scomparsa[3] ».

Nel gioco per bambini che consiste nel fare le smorfie, la reazione è molto diversa se si fanno a dieci metri o a dieci centimetri di distanza. Nel secondo caso, i bambini sussultano di paura per l’intrusione dell’immagine spaventosa dentro di loro. A distanza invece, sghignazzano rumorosamente, in maniera catartica, davanti a quella smorfia che doveva fare paura, come se si fossero salvati da qualcosa che avrebbe potuto toccarli, penetrarli.

Silo definisce i registri legati alla sensazione fisica del disgusto viscerale quando la distanza tra me e l’oggetto percepito si restringe e per questo arriva ad alterare la coscienza.

Ma la reazione immediata va aldilà del riflesso che innesca la reazione di fronte al pericolo. Questo mi coinvolge visceralmente, e sperimento un rifiuto che mi può portare a un riflesso di disgusto, di nausea, di salivazione eccessiva, e fin dentro a un registro straordinario della distanza accorciata tra me e l’oggetto o la situazione ripugnante. Questo restringimento dello spazio di rappresentazione colloca l’oggetto in una dimensione di esistenza che gli permette di toccarmi o di introdursi in me, con lo stimolo della nausea come rito di espulsione[4].

È quasi impossibile riportare alla ragione una persona pervasa dalla violenza. Di fatto, la sua priorità è di espellere quella violenza percepita come un veleno. Deve uscire tutto, non può entrare niente; non ascolta e non può ascoltare. In questa situazione estrema, proviamo l’istinto di toccarla per farle sentire la nostra presenza, per farci sentire; vogliamo toccarla per entrarle dentro, per arrivare a toccarla dentro in modo che riprenda coscienza di sé. Ma a volte basta sfiorarla per provocare l’opposto, lei reagisce in modo sproporzionato, come se l’avessimo penetrata e violentata ancora di più, facendo raddoppiare la sua furia.

Un caso di violenza estrema, che succede purtroppo sempre più spesso, è quello di persone dominate dall’odio razziale, l’accecamento fascista, l’intolleranza religiosa, il giudizio fanatico su temi scottanti come l’orientamento sessuale, l’aborto o l’eutanasia. Le immagini visive che li assillano sono probabilmente associate a sensazioni cinestetiche legate a sistemi di tensione profonda. Le loro motivazioni spesso sono in relazione con la paura, il possesso, la vendetta e/o esperienze traumatiche che non sono riusciti a superare.

Che risposte si possono dare a queste persone e ai loro leader che li fomentano, per uscire dalla violenza spesso estrema che provocano? Come possono uscire da quel mondo viscerale e intraprendere il percorso del cuore e della ragione? Di sicuro dovranno liberarsi dalle profonde tensioni interne che li imprigionano e modificare la carica oppressiva delle immagini che li ossessionano, andando verso la riconciliazione, l’apertura dello spirito e la fede nel futuro.

Restare vigili alle loro affermazioni e mostrare il pericolo e la contraddizione di ciò che dicono, introdurre leggi che proteggono i cittadini, proporre un’educazione pedagogica che neutralizzi le possibilità di violenza, sono delle risposte possibili che possiamo promuovere a livello sociale.

Mentre certe violenze ci suscitano un rifiuto che può arrivare a essere viscerale, altre, per quanto inammissibili umanamente, sono ancora accettate, tollerate, per non dire occultate in società, come il maschilismo, lo sfruttamento minorile o la discriminazione razziale.

Anche se abbiamo fatto grandi passi avanti rispetto a violenze che solo poco tempo fa venivano accettate, come la tortura che veniva esibita sulle piazze pubbliche o la schiavitù di cui ci si inorgogliva fino a pochi anni fa[5], c’è ancora tanta strada da fare affinché tutte le forme di violenza vengano debellate dalla società, espulse dal tessuto sociale.

Quale sarà il prossimo passo in questo viaggio appassionante dell’umanità? Probabilmente si tratterà di una vera trasformazione interna, che porterà all’abbandono definitivo di ogni forma di violenza, non solo per convinzione razionale, ma perché gli atti violenti ci provocheranno una repulsione viscerale[6].

Ho avuto modo di sentire dire da molte persone che lavorano su se stesse per resistere alla violenza e liberarsene che la contraddizione era diventata per loro impossibile da sopportare. I processi di ricerca di unità e di coerenza interiore a cui si dedicavano fornivano loro un livello di sensibilità che si era raffinato al punto da rifiutare la minima violenza. Questi resoconti illustrano perfettamente le parole di Silo, prese dalla sua opera Appunti di Psicologia: “Si possono immaginare configurazioni avanzate di coscienza in cui ogni tipo di violenza provocherebbe disgusto con i corrispondenti correlati somatici. Una tale struttura di coscienza nonviolenta potrebbe arrivare a installarsi nelle società e sarebbe una conquista culturale importante. Questo andrebbe aldilà delle idee e delle emozioni che si manifestano timidamente nelle società attuali, per entrare a far parte della trama psicosomatica e psicosociale dell’essere umano[7] ».

Il fenomeno del rifiuto viscerale della violenza merita di essere approfondito nella ricerca sulla nonviolenza. Questo rifiuto è un indicatore che va aldilà delle idee e delle emozioni, cioè dei concetti acquisiti, delle teorie, delle credenze e dei pregiudizi, perché si tratta di un’esperienza diretta, una sensazione che si esprime con il corpo.

Le manifestazioni massicce che stanno ultimamente scoppiando in tutti i continenti e che riguardano questioni fondamentali come la difesa dei diritti delle donne e la lotta contro la violenza di genere, il rifiuto della discriminazione razziale, la gestione responsabile dell’ambiente, l’istituzione di una democrazia reale, o ancora il diritto di fare le proprie scelte e seguire i propri modi di vita, vanno aldilà delle rivendicazioni, testimoniano aspirazioni profonde che hanno un gran significato.

Il clamore di milioni di persone che si mobilitano continuamente per mesi, o anni, esprime l’intento di una cambiamento profondo della società. Stanno agendo potenti immagini cinestetiche e spingono l’umanità in una direzione in cui la violenza non avrà più posto.

 

Note

[1] I sentimenti ostili – Il disgusto, Aurel Kolnaï, Éditions Circé, Parigi, 2014, p. 33. Aurel Kolnaï, filosofo e fenomenologo ungherese ispirato dal pensiero di Frantz Brentano, fu allievo di Husserl.

[2] Ibid. p. 22.

[3] Esquisse d’une Théorie des émotions, Jean-Paul Sartre, Éditions Herman 1965, p. 43.

[4] Appunti di Psicologia, Silo, Op. Cit., p. 292.

[5] È solo nel 1999 che la schiavitù viene abolita in tutto il pianeta. Il Niger è stato l’ultimo paese a sopprimerla, Politica Africana 2003, n° 90, Roger Botte, p. 127.

[6] La fine della preistoria. Un cammino verso la libertà, Tomas Hirsch, Nuovi Mondi Media, 2008.

[7] Appunti di Psicologia, Silo, Op. Cit., p. 292.


Elenco dei capitoli e link ai capitoli già pubblicati:

1- Dove stiamo andando?
2- La difficile transizione dalla violenza alla nonviolenza.
3- Quei pregiudizi che perpetuano la violenza.
4- Oggi c’è più o meno violenza di ieri?
5- Le spirali della violenza.
6- Disconnessione, fuga e iper-connessione (a – Disconnessione).
7- Disconnessione, fuga e iper-connessione (b – Fuga).
8- Disconnessione, fuga e iper-connessione (c – iper-connessione).
9- Le diverse forme di rifiuto della violenza.
10- Il ruolo decisivo della coscienza.
11- Trasformazione o paralisi.
12- Integrare e superare la dualità e Conclusioni.

Traduzione dal francese di Raffaella Piazza. Revisione di Thomas Schmid.