Julian Assange, dietro la sentenza c’è stata una grande pressione sociale. Intervista a Fidel Narváez, ex console dell’Ecuador a Londra

06.01.2021 - Juana Pérez Montero

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Julian Assange, dietro la sentenza c’è stata una grande pressione sociale. Intervista a Fidel Narváez, ex console dell’Ecuador a Londra
(Foto di Pressenza)

Buongiorno. Siamo con Fidel Narváez, ex console dell’Ecuador a Londra. Molte grazie per averci ricevuto.

È un piacere e un privilegio. Sono a vostra disposizione.

Lunedì è stata emessa la sentenza con cui la giustizia britannica non concede l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti. Potresti analizzarne i termini?

Ma certo. Mi sembra importante comprendere che questa è una sentenza di primo grado. È stata vinta una battaglia perché l’estradizione è stata negata, e questa è una vittoria, ma la partita non è ancora chiusa. Ci saranno un appello e nuovi sviluppi.

La cosa più importante è l’esito: l’estradizione è stata negata. È qualcosa da festeggiare. È una sentenza piuttosto inaspettata visti gli abusi giudiziari di cui siamo stati testimoni per molti anni e in particolare proprio in questo processo per l’estradizione. La ragione (della sentenza, n.d.t.) è puramente umanitaria. Vale a dire: di tutte le motivazioni, tutte molto forti e ben argomentate dalla difesa, l’unica che la giudice ha accolto è quella che si riferisce allo stato di salute molto deteriorato di Julian Assange – causato dalla sua persecuzione e incarcerazione e dalla tortura psicologica alla quale è stato sottoposto – e all’alto rischio di suicidio nel caso venisse estradato, specialmente in relazione ai metodi persecutori che si utilizzano negli Stati Uniti nei casi di sicurezza nazionale o spionaggio.

Allora questa sentenza va senza dubbio festeggiata, però credo si debba farlo con molta cautela. Perché? Perché le motivazioni che avrebbero dovuto fermare questo risultato sono state tutte approvate dalla giudice. Si tratta di questo: la criminalizzazione dell’attività strettamente giornalistica. Anche se riusciamo a salvare Julian Assange da questa estradizione, il rischio rimane intatto per tutti gli altri giornalisti che in futuro oseranno pubblicare cose simili a quelle che Julian Assange ha divulgato. E cioè rivelare crimini di guerra, crimini contro l’umanità.

Credi ci siano altre ragioni di fondo che possano spiegare questa sentenza? Credi che alla giustizia britannica – o in questo caso alla giudice responsabile – importi così tanto dello stato di Julian Assange?

Credo che non gliene importi niente, a essere sincero, però dietro questa scelta c’è una forte pressione sociale che finalmente si è riusciti a costruire intorno alla causa di Julian Assange. Perché il caso di Julian Assange di ieri non è lo stesso caso di Julian Assange di due anni fa, quando fu espulso dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Perché da allora a oggi la persecuzione si è dimostrata tanto brutale, tanto sproporzionata, che molte prestigiose organizzazioni umanitarie conosciute a livello mondiale – sto parlando di Amnesty International, Human Right Watch, Reporter sin Fronteras – e i sindacati dei giornalisti di tutto il mondo, inclusi i media più prestigiosi che a suo tempo avevano avuto una relazione conflittuale con Julian Assange e con WikiLeaks, tutti loro all’unisono si sono resi conto del pericolo che la sua estradizione avrebbe rappresentato per il giornalismo e i giornalisti e si sono opposti con forza a questa possibilità. Dunque a me sembra che con la sentenza di lunedì, nel momento in cui la giudice convalida le tesi di persecuzione politica nei confronti dell’accusato, ma decide di non estradarlo per ragioni umanitarie, nella sostanza quello che sta facendo è ripulire l’immagine del sistema giudiziario britannico. Insomma, è come dire: “In futuro chiederemo conto del suo comportamento a chiunque oserà fare la stessa cosa”, però in questo caso particolare siamo buoni, umani e salveremo la vita a questo signore che tutto il mondo sta difendendo.

Come dici tu, la sentenza stabilisce un precedente molto forte che riguarda la libertà di stampa, ma anche il diritto internazionale, già violato dal momento in cui si è permesso l’ingresso della polizia britannica nell’ambasciata dell’Ecuador… cioè, il mancato rispetto del diritto e degli accordi internazionali da parte del governo di Lenin Moreno (presidente dell’Ecuador, n.d.t.) e di quello britannico. Neanche questo è stato contestato nella sentenza.

Certo, certo. Questo è un caso politico e in questo caso politico chi è sono sotto processo non è chi ha commesso i crimini. Mi riferisco nello specifico al governo degli Stati Uniti e allo stesso governo britannico relativamente alle guerre illegali, crimini che sono stati denunciati da Julian Assange e WikiLeaks. Viene perseguito colui che ha avuto il coraggio di rivelarli, di smascherare quei crimini e di affrontare tali criminali. Dunque siamo di fronte a un caso politico.

Chi ha violato il diritto internazionale non viene processato. Allora è ovvio che la giudice non condanni nella sua sentenza il comportamento del governo ecuadoriano che ha molestato, isolato, emarginato, torturato psicologicamente Julian Assange nel corso dell’ultimo anno – mi riferisco al governo del signor Lenin Moreno – e che successivamente, in violazione delle convenzioni internazionali, ha persino consegnato un rifugiato politico ai suoi persecutori, ha aperto le porte di un’ambasciata in modo che una forza straniera la invadesse e sequestrasse un giornalista, un rifugiato politico.

Al contrario, la giudice ha citato il presidente Moreno nella sua sentenza, come per giustificare le ragioni per cui Julian Assange è stato espulso dall’ambasciata, nonché le azioni di spionaggio di cui egli stesso, il suo avvocato e i suoi visitatori sono stati vittime. Dunque sì, è un precedente molto negativo e molto triste, soprattutto perché criminalizza l’attività giornalistica.

Che cosa pensi accadrà nei prossimi giorni e in futuro?

Beh, la questione va avanti. Ci sarà un appello da parte degli accusatori. Spero che la più alta corte di giustizia britannica ratifichi la decisione della giudice di negare l’estradizione e che si possa arrivare alla fine di questo oscuro tunnel, che è già stato troppo lungo, troppo tortuoso, e il cui obiettivo è stato quello di creare un precedente già predisposto.

Il precedente è già stato stabilito: non hanno bisogno di imprigionare Julian Assange a vita per intimidire i giornalisti. Lo hanno già fatto. Lo hanno perseguitato per dieci anni, lo hanno diffamato, hanno distrutto la sua reputazione e gli hanno inflitto un grave, grave danno psicologico che probabilmente è irreversibile.

E anche fisico, mi sembra di capire, giusto?

Giusto.

E tu, che hai convissuto con lui per alcuni anni, come la stai vivendo personalmente?

Io sono molto coinvolto in questo caso, in questa causa, per varie ragioni, anche personali. Julian è diventato un amico nel corso del tempo, però è una persona che ho iniziato ad appoggiare anche prima perché credo nelle cause che lui difende, le condivido. Inoltre come rappresentante del mio paese in quell’epoca ero molto felice e orgoglioso che L’Ecuador avesse abbracciato e sostenuto queste cause. Allora questo è personale, è politico, è una questione di principi e io lo vivo intensamente, sì, con molta preoccupazione per il suo futuro, per il precedente che è stato stabilito, però anche con ottimismo, perché ad ogni buon conto è stata una vittoria, una battaglia meritata per lui e per il suo team legale. È chiaro.

Per me la sentenza è stata sorprendente. O non ti ha sorpreso troppo…?

Ebbene, in qualche modo confesso che lo prevedevo. Seppure per tanti anni abbiamo visto abusi, tanta negligenza e tanto disprezzo per lo stato di diritto, per la giustizia in quanto tale, le udienze del processo di estradizione così intense, lunghe e combattute hanno mostrato che questa è una persecuzione politica e che non ci sono elementi per criminalizzare le azioni di Julian e di WikiLeaks.

Così, pur avendo perso la speranza lungo la strada, anche dopo aver visto una simile prova da parte della difesa, mi sembrava che forse il sistema giuridico britannico non potesse scendere più in basso. E a tempo debito la giudice, anche se per ragioni insufficienti, cioè solo per motivi umanitari, per motivi di salute, il che significa che se non fosse stato per quello lo avrebbero già estradato, anche se solo per questo, ha preso la decisione giusta, che inoltre ritenevo possibile. Quindi sì, sono rimasto sorpreso, ma non del tutto.

Molto bene. Desideri aggiungere qualcos’altro?

Semplicemente che questo caso è ancora aperto, che non siamo giunti alla fine di questo tunnel, che esistono le istanze d’appello, che speriamo sia permesso a Julian Assange di difendersi da uomo libero. E’ il prigioniero politico più importante dell’Occidente, perché non sta scontando una sentenza, non deve niente alla giustizia, eppure continua a stare in prigione. È ormai ora che si goda, dopo tanto tempo, ciò che tutti noi vogliamo per tutti: la libertà.

Molte grazie, speriamo di incontrarci di nuovo per parlare della libertà di Julian Assange.

Sì, speriamo che sia così. Molte grazie a te.

Traduzione Manuela Donati, revisione di Anna Polo

Edizione del video: Ángel Martín / Trascrizione: Alicia Blanco

 

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Internazionale, Interviste, Video
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