Silvia scusaci

18.05.2020 - Patrizia Cecconi

Silvia scusaci
Silvia Romano in Kenya (Foto di Archivio Pressenza)

Stiamo decisamente in un periodo di grande precarietà dal punto di vista dei valori che dovrebbero rappresentare il substrato comune in un paese che si ritiene democratico.

Abbiamo assistito in questi tre mesi di coercizioni spesso inutili, qualche volta dannose e sempre confuse, a un imbarbarimento dovuto al terrore del virus killer che ha fatto decine di migliaia di morti, molti dei quali potevano essere evitati, ma quest’ultimo fatto non ha ridotto il panico. Abbiamo visto usare il codice penale – oltre a elicotteri con inutile sciupio di denaro pubblico – contro chi osava passeggiare in solitudine, abbiamo visto cambiare le punizioni monetarie da penale ad amministrativo, ma ugualmente abbiamo visto inseguire e sanzionare con multe inverosimili (3.000 euro) un rider che per lavoro portava le pizze in bicicletta, o una signora che accompagnava la figlia in ospedale perché usava l’automobile e non il bus, non si sa perché, e così via.

Abusi e idiozie si sono stretti la mano in questi tre mesi in cui abbiamo visto la delazione diventare virtù. Abbiamo visto anche un cittadino “violentato” da agenti in divisa che trattandolo come un disturbato mentale pericoloso per sé e per gli altri lo hanno sottoposto al T.S.O. (il Trattamento Sanitario Obbligatorio che ci riporta alla mente altri cittadini finiti – da cadaveri – agli onori della cronaca dopo essere stati ricoverati abusivamente con T.S.O., come F. Mastrogiovanni e G. Uva solo per citarne alcuni, morti per maltrattamenti, legati ai letti di contenzione).
Abbiamo, purtroppo, assistito non alla condanna, bensì al plauso di questi e tanti altri abusi in nome del terrore che tanto i media che i numerosi e contraddittori dpcm hanno diffuso a piene mani in questi mesi. Per fortuna, accanto alle più meschine dimostrazioni dell’animo umano quando si fa ottuso giustiziere, abbiamo visto anche segni di vera, generosa e disinteressata solidarietà che potremmo inserire sinteticamente nello slogan “chi ha metta, chi non ha prenda” che si è diffuso a macchia d’olio.

Poi, dopo mesi di tormento da covid-19, la svolta!
Scopriamo che finalmente la giovane volontaria rapita in Kenya è stata rilasciata in Somalia e arriverà all’aeroporto di Ciampino. Non è una comunicazione ufficiale, ma un twitter, alla moda del gigante biondo che governa gli USA e dei ragazzi che, al di fuori delle istituzioni, si invitano a feste o raduni di piazza.
Così, alla gioia per la liberazione di Silvia Romano è immediatamente arrivato il gossip dei gossip e per un po’ si è parlato solo di lei. La ragazza è scesa dall’aereo accolta dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri che, per la verità, nell’ultimo step era stato narcisisticamente scavalcato mettendo in ombra il suo ruolo. Con loro, una ciurma di fotografi e giornalisti oltre a genitori e familiari. E lei, con un sorriso da réclame odontoiatrica e gli occhi luminosi, coperta da un jilbab verde, ha ringraziato tutti e ha dichiarato di essersi convertita all’islam e, come se non bastasse, di essere stata trattata con umanità durante i 18 mesi di prigionia.

Poche parole, un abito in stile islamico e un sorriso radioso sono bastati a mettere in sordina il coronavirus, almeno per qualche giorno, e a spostare su questa ragazza l’odio che in due mesi e mezzo si era scaricato sull’untore di turno.
Se Silvia si è convertita spontaneamente o coattivamente, se le sue dichiarazioni erano necessitate da qualche ricatto rimasto in essere da parte dei suoi carcerieri o se erano spontanee e dovute a un’incontinenza verbale frutto, probabilmente, di 18 mesi di segregazione, non lo sappiamo, ma sappiamo che su di lei si è riversato l’immaginabile e anche oltre.

Ma per fortuna, come nel caso delle reazioni scatenate dal terrore della pandemia che, in mezzo a tante bassezze, hanno dato anche qualche frutto nobile, così, anche per Silvia, in mezzo a tante bassezze, c’è anche chi, senza schierarsi in nessuna tifoseria, sa dire qualcosa che rappresenta quella parte non infetta dell’animo umano che ancora ci fa sperare in un futuro possibile. Per questo pubblichiamo il post di un blogger, un medico, attivista da sempre per la tutela dei diritti umani, che parla come uomo, come padre di figli che potevano essere al posto di Silvia Romano o di Giulio Regeni, e come cittadino preoccupato per questa deriva di odio che impoverisce tutti. Lo abbiamo scelto a esempio di quella parte d’Italia che all’odio o alla santificazione ha preferito il rispetto. Per fortuna non è il solo.
Quello che segue è il messaggio che il dr. Gianni Lixi ha affidato al suo blog e che noi rilanciamo convinti che, come affermava Silo, “il cambiamento è possibile e dipende dall’azione umana”.


“Silvia scusaci

di Gianni Lixi
L’articolo 661 del codice penale condanna chi abusa della credulità popolare. Credo che sia un articolo non applicato quanto dovrebbe. Gli stessi che ora lanciano strali, parole scomposte ed ahimè anche atteggiamenti minacciosi, contro Silvia Romano, sono gli stessi che brandiscono rosari, presepi, processioni, messe, nell’intento di accattivarsi la simpatia di persone fragili e senza un grande background culturale, abusando della loro credulità perché possibili elettori. Ora usano l’islam, una delle religioni più diffuse del pianeta per aizzare l’odio e guadagnare consensi, l’altro giorno erano i migranti.

Personalmente sono per il superamento delle religioni. Sono uno strumento che tutti i poteri politici usano per dividere anziché per unire. Un bel paradosso: quello che dovrebbe affratellarci viene utilizzato per dividere. E d’altra parte le religioni tutte si prestano a questo. Quale uomo che aderisce ad una religione pensa che la sua non sia la migliore? Hanno in sé un elemento divisivo dalla nascita. Non si diventa fratelli con le religioni. Ci si deve sforzare di diventare fratelli, come tutti gli incontri interconfessionali (più che benvenuti) che si promuovono in questo senso dimostrano.

Capisco però che il trasporto che un individuo ha di aderire a questa o a quella religione nasce, quando non è una adesione automatica come può accadere quando si aderisce ad una religione egemonica nel tuo ambito culturale (la religione cattolica in Italia, altre religioni in altri paesi) da una esigenza di spiritualità. Questa è una componente che non credo sia dissociabile dalla natura umana. La spiritualità si può vivere in tanti modi, non solo religiosi, anzi direi che le religioni sono in questi ultimi decenni in fase di decadenza.

La spiritualità per la terra, per i suoi frutti, per l’uomo stesso, senza intermediazioni religiose. Sia come sia, la scelta deliberata e non automatica di una religione ha alla base la ricerca di spiritualità. Questo è un fatto molto intimo e trovo pornografico che ci sia qualcuno che spogli questa intimità.

Tanti, troppi giornalisti non solo nelle testate di destra ma anche nelle testate meno reazionarie (Micromega per esempio) hanno sentito un irrefrenabile impulso di cercare di interpretare (in genere sminuendolo) questo delicato, imperscrutabile ed intimo passo fatto da Silvia.

Durante la prigionia di Silvia ogni tanto mi scendevano le lacrime a pensarla.

Forse perché al posto suo ci sarebbe potuta essere mia figlia che lavora nel campo dei diritti umani e che ha lavorato in Africa. Mi succedeva la stessa cosa pensando a Giulio Regeni. Forse perché un altro figlio faceva in quegli anni un percorso simile al suo. E se penso a Patrick Zaky è lo stesso.
Da padre, e da cittadino del mondo, gioisco per il ritorno di Silvia anche se mi angoscia la gogna mediatica a cui è costretta, e continuo a piangere Giulio che non è ritornato.”

Categorie: Diritti Umani, Europa, Genere e femminismi, Opinioni, Questioni internazionali, Umanesimo e Spiritualità
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