Intervista a Luz Jahnen, produttore del documentario «Oltre la vendetta»

07.10.2016 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Tedesco, Portoghese

Intervista a Luz Jahnen, produttore del documentario «Oltre la vendetta»
(Foto di Pressenza)

“Una cultura di riconciliazione personale e una giustizia che non sia vendicativa… sono molto rivoluzionarie”

Luz Jahnen è tedesco, produttore di questo documentario, umanista, ricercatore e difensore della necessità di superare questo sistema basato sulla vendetta, “se vogliamo passare a una cultura che si appoggi sulla riconciliazione come forma di risoluzione dei conflitti e come base di una nuova cultura nonviolenta”.

Hai pubblicato uno studio: “Vendetta, violenza e riconciliazione”; poi hai tenuto e continui a tenere laboratori sul tema in diversi paesi, e adesso hai prodotto questo documentario, “Oltre la vendetta”. Sembra che tu abbia fatto di questo tema la tua priorità…

In un certo senso, sì. Nel senso che ciò che mi preoccupa principalmente, del futuro a breve e a medio termine, è la violenza. L’attualità e l’orizzonte umano mi sembrano abbastanza oscurati dagli avvenimenti e dalla minaccia di violenze di ogni tipo. Dato che il mondo dei poteri politici ed economici sembra incapace di aprire vie verso il superamento della violenza, credo sia necessaria l’iniziativa di individui, gruppi e popolazioni intere per sviluppare nuove risposte all’antica e oggi urgente domanda: come può l’essere umano convivere e sviluppare il progetto umano più in là della violenza? Bene, questo documentario è un contributo a questo progetto. Sono sinceramente grato per aver incontrato Álvaro Orus, un amico madrileno che, con la sua esperienza come direttore di vari documentari, con il suo interesse per il tema e la sua forma di lavoro ha, in definitiva, reso possibile questo film.

La première ha avuto luogo all’interno di questo Congresso, il cui motto, per il 2016, è “Disarmo. Verso la costruzione di una cultura di pace”, e che si è tenuto a Berlino. Non sembra essere stata una casualità che la prima fosse qui.

Si e no. Con Álvaro stiamo lavorando a questo progetto da gennaio e – grazie al fatto che Álvaro mantiene il suo calendario, non come me, ahahah – abbiamo visto che potevamo finirlo per la data del Congresso Mondiale del IPB di Berlino. Ci sembrava l’occasione ideale poterlo presentare davanti a un migliaio di attivisti e volontari di tutto il mondo sul tema della pace. Ci è sembrato il pubblico idoneo al rilascio di un documentario che parla del superamento della vendetta, della violenza nella sfera personale e sociale, ecc. Inoltre, dal momento che questo documentario è una produzione realizzata senza fondi, statali o culturali, una collaborazione tra una quarantina di amici con i loro contributi sotto forma di interviste, musica, traduzioni, voci, o che ci hanno ospitato a casa propria durante i nostri viaggi e le nostre ricerche, ci sembrava si sposasse bene con l’attitudine di questi attivisti internazionali che, in molti casi da anni, stanno lavorando volontariamente e laboriosamente, lottando per promuovere una nuova cultura di pace. Dato poi che questo documentario, in definitiva, trasmette un messaggio di grande speranza nonostante il tema sia piuttosto difficile, speriamo con questo di poter contribuire a questo compito.

Voglio dire che in questa stessa settimana viene rilasciato in altri sette paesi e già ora contiamo sulla versione in spagnolo, inglese e tedesco… Dato che si tratta di una produzione di carattere internazionale, il processo di produzione ha suscitato l’interesse di alcuni di coloro che sono coinvolti di altri paesi, e in altri… così, sembra che questo documentario stia trovando la sua strada.

Autori, certi movimenti, ecc., dicono che finché non si produrrà una vera riconciliazione tra le persone e i popoli, non si potrà costruire una vera cultura di pace

Mmmhhh… mi sembra che dobbiamo invertire qualcosa nelle condizioni che hai citato. Una vera cultura di “pace interiore” significherebbe un altro modo di trattarsi tra persone e tra popoli. Con “pace interiore” mi riferisco alla capacità di riconciliare le mie ferite, i danni che ho subito da altri. Questi fatti dove sono? Dove fanno male? Nella mia memoria! Quindi ogni appello alla pace e alla riconciliazione comincia – io credo – con un’attitudine e una disposizione molto personale nel trattare i conflitti vissuti e quelli attuali intenzionalmente, non in modo istintivo. Cercare di comprendere in profondità ciò che è accaduto e perché è accaduto. Non ho dubbi sul fatto che da lì nasca un altro modo di trattare gli altri. Sarà come mettere maggiore attenzione a un vero equilibrio mentale. Con questo non voglio dire, per nulla, che dobbiamo smettere di chiedere ai potenti di fermare la loro violenza, con la quale producono tanta sofferenza, miseria e pericolo per il futuro. Per niente! Più forte e più alta dovrà essere la voce dei popoli che reclamano la pace e la fine della violenza! Ma da dove agiamo per ottenere la pace e il superamento della violenza? Credo, se mi chiedi da dove può iniziare una vera cultura di pace, dalla nostra interiorità, da un miglior modo di trattare noi stessi e gli altri!

Credo anche, visto che è utile per la memoria personale, che potrebbe essere sano per la memoria collettiva gettare uno sguardo libero e senza colpa sul passato dell’umanità. Tra le meraviglie dell’apprendimento umano si trovano fatti molto, molto violenti. Tanto violenti che ci costa comprenderli e integrarli come parte della nostra storia, per non parlare dei genocidi attuali e di quelli degli ultimi secoli, tanto che popoli e paesi molte volte non vogliono accettarli perché macchiano la loro memoria collettiva. Ti faccio un esempio: quanto ci costa vedere, comprendere e accettare il nostro passato cannibale! Certamente è più piacevole e ispiratore ascoltare un concerto di violino di Mozart. Però, se vogliamo superare la violenza umana – e questo è irrinunciabile e possibile – forse non è così male avere chiaro da dove veniamo, per comprendere con maggiore chiarezza che, di fronte alla crisi di convivenza umana, oggi possiamo e dobbiamo accelerare il passo e andare con decisione verso una cultura della nonviolenza, una cultura di riconciliazione. Speriamo che le giovani generazioni abbiano interesse in questo cambiamento.

Da dove nasce il tuo interesse nello studio della vendetta e della riconciliazione?

Sono nato in un paese dal quale è sorto, circa 20 o 25 anni prima della mia nascita, un genocidio contro milioni di esseri umani, l’Olocausto. A 15 anni, cresciuto nella Germania occidentale dove famiglie e scuole preferivano non parlare del passato, ho visto per la prima volta immagini dei campi di concentramento. Ancora oggi mi mancano le parole per quello che ho visto. Ma posso dirti che quelle immagini hanno rotto i limiti ingenui della mia immaginazione. Il fatto che degli esseri umani potessero trattare così altri esseri umani… era molto, molto oltre ciò che pensavo fosse possibile. Da quel momento, comprendere la violenza umana e trovare strade per il suo superamento è diventata una profonda necessità per la ricerca di un senso nella vita. Chiaramente, c’è voluto poco prima che mi imbattessi in Gandhi e King, che leggessi tutto di loro, cercando di applicare nei miei ambiti quello che comprendevo. E non sono passati nemmeno molti anni prima che incontrassi Silo, questo argentino che ha collegato la sua profonda conoscenza dell’essere umano con la cosiddetta Nonviolenza Attiva e la giusta resistenza di fronte a ogni tipo di violenza e discriminazione.

Credi che sia possibile riconciliarsi senza avere prima giustizia per i colpevoli?

Sì. Credo che siano due cose molto differenti.

Riconciliarmi con ciò che mi è accaduto, riconciliarmi con la mia memoria. Un atto personale e intimo. Gran parte del documentario parla di questo e, credo, lo spiega bene.

La giustizia per i colpevoli – se non vuole essere solo una maschera della vendetta – può avere due funzioni: prendere delle misure per evitare che il colpevole ripeta le sue azioni, e inoltre chiarire la memoria dell’insieme sociale sui fatti violenti nascosti e negati.

Sì, la giustizia in questo senso può aiutare a riconoscere, di fronte alle vittime della violenza, i mali commessi da quei colpevoli, a compensare un po’ l’impotenza vissuta in quanto vittima di violenza grazie al fatto che la “società” si mette dalla tua parte, e anche eliminare la paura che questo possa ripetersi in qualunque momento nel futuro. Ma questo riconoscimento non necessariamente serve alla piena riconciliazione con quanto vissuto.

Una cultura di riconciliazione personale e una giustizia che non sia vendicativa, vedendo la situazione attuale, sono molto rivoluzionarie. Non coincidono con il sistema attuale, che si basa sulla violenza.

In definitiva, a cosa serve riconciliarsi?

A una prima lettura, senza dubbio serve a trovare pace interna rispetto alle ferite che mi ha causato “la vita”. Anziché vivere incatenato alla compensazione delle mie ferite e dei miei dolori, serve ad aprirmi alla pienezza della vita e alla libertà interna, a liberare l’energia vitale.

Smettere di insistere con comportamenti vendicativi e decidersi verso un modo di trattasi riconciliatorio con se stessi e gli altri significa, in definitiva, un orientamento mentale molto diverso, un orientamento costruttivo, positivo, a favore di tutti. Sarà un valido aiuto per sé e un buon contributo per lo sviluppo di una nuova cultura umana nonviolenta. Ha molto senso. Un cammino molto, molto ispiratore.

Hai potuto ottenere pace a fronte di momenti in cui si sono prodotte ferite irreparabili?

Ho potuto riconciliarmi con ferite che mi hanno causato molto dolore, che c’entravano con situazioni e relazioni per me molto importanti, che non si possono ristabilire “come se non fosse successo nulla”.

E’ stato molto commovente il modo in cui alcuni degli intervistati, nel documentario, descrivevano proprio quello che stai chiedendo.

Tornando al documentario e ad alcuni aspetti che hai descritto nel processo verso la riconciliazione, alcuni degli intervistati esprimono il fallimento delle loro vite, la sofferenza che certi avvenimenti hanno generato in loro e la profonda necessità di uscire da quella situazione…

Mi sembra che si tratti di esperienze molto personali, in cui le risposte meccaniche non bastano più, sono esaurite, perché si vive come in un’eterna ripetizione, molto lontana dalla sensazione desiderata di apprendere e crescere internamente, con nuove comprensioni ed esperienze interessanti e piacevoli. Credo che molti di noi conoscano situazioni della vita che si trasformano in una piatta ripetizione, che produce quasi una sensazione di imprigionamento. E’ un po’ duro vederlo con chiarezza, e si può viverlo come fallimento. Ma dato che si tratta di qualcosa che porta a comprendere molte cose e a sperimentare un profondo rinnovamento della vita, allora sia benvenuto il fallimento! Così l’hanno interpretato alcuni degli intervistati. Ma è molto meglio che lo raccontino loro…

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

Categorie: Internazionale, Interviste, Umanesimo e Spiritualità
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