Barbara Schiavulli è una giornalista freelance che ha scelto il mestiere più difficile di questo mondo: raccontare la guerra e le innumerevoli emozioni di chi lotta in mezzo alla polvere e al fango, e di fronte alla paura del fuoco nemico e del fuoco amico.

 

“La guerra dentro” (Youcanprint, 2013, 139 pagine, euro 12) è un libro che riunisce le interviste a dieci soldati italiani che hanno partecipato alle missioni all’estero: un artificiere; un artigliere che è stato ferito nel centro di Herat; un generale dei paracadutisti della Folgore; un soldato anonimo delle forze speciali (non ha rivelato il nome per motivi di segretezza); un alpino (per la precisione un rallista che aziona la mitragliatrice nei mezzi corazzati Lince); un generale e chirurgo plurispecialista del Policlinico Militare Celio; un comandante sommergibilista coinvolto nelle operazioni contro la pirateria; un tiratore scelto (cioè un cecchino); un pilota di Mangusta (un elicottero); una psicologa (sono 60 gli psicologi che si occupano dei 106 mila soldati italiani).

Negli ultimi dieci anni sono decine di migliaia i soldati italiani che hanno operato nelle peggiori aree di crisi del mondo. Ogni anno ci sono circa novemila uomini e donne attivi nelle missioni all’estero e dal 2001 ci sono stati più di 90 morti e alcune “centinaia di feriti di cui non si parla mai. Feriti nel corpo e nell’anima”. Dal 2001 gli americani hanno evacuato e trasportato più di 150.000 feriti dall’Iraq e dall’Afghanistan. Dal 2012 i soldati americani morti suicidi hanno superato quelli morti in guerra. Nel 2012 ci sono stati 349 suicidi e 311 morti in combattimento, nel 2013 si sono registrati 475 suicidi e 127 morti in guerra. La morte dell’anima è diventata la loro prima causa di morte e molti altri muoiono in incidenti stradali o colpiti dai colleghi (il cosiddetto fuoco amico).

In dieci anni di battaglie in Iraq e in Afghanistan gli Stati Uniti hanno impiegato due milioni di soldati “e a 250 mila veterani è stata diagnosticata la PTSD, la sindrome da stress post traumatico. Negli ultimi due anni, 5000 veterani hanno tentato di suicidarsi una volta tornati a casa… Molti sono stati arrestati per atti di violenza. Molti hanno ucciso mogli e fidanzate, a volte nel sonno. Molti sono caduti nell’incubo della droga e ancora di più si sono dati all’alcool” e alle pillole.

In Iraq e in Afghanistan ci sono stati meno morti rispetto alle guerre precedenti, ma ci sono stati più feriti, colpiti soprattutto al cervello e agli arti. Oggigiorno, grazie all’ottima organizzazione dei soccorsi, un soldato non muore quasi dissanguato, ma chi sopravvive all’amputazione di uno o più arti, deve imparare a vivere una vita più o meno difficile. Ai tempi del Vietnam un ferito ci metteva 45 giorni per arrivare negli Stati Uniti dal campo di battaglia, “ora la media dall’Iraq alla Germania è di 18 ore, interventi compresi, a cui si devono aggiungere due giorni per arrivare” in America.

Naturalmente i giubbotti antiproiettile si sono evoluti e funzionano molto bene. Gli americani hanno calcolato sedici feriti per ogni soldato morto in Iraq e in Afghanistan, mentre “in Vietnam la media era di un morto ogni due feriti. Oggi è più facile che un soldato salti in aria o che venga colpito dall’onda d’urto di un’esplosione piuttosto che da un proiettile” (p. 86). Per questo motivo servono elmetti con buone imbottiture e nuovi mutandoni protettivi (sperimentati dagli inglesi).

In ultimi analisi si tratta di un libro che riesce a raccontare le particolari emozioni della vita militare e della guerra, dal punto di vista dei soldati. Però gli episodi di guerra narrati sono molto limitati, poiché i militari italiani hanno quasi sempre presidiato le regioni meno pericolose e si sono trovati poche volte in prima linea, rispetto ai più agguerriti e indottrinati colleghi inglesi e americani.

 

Barbara Schiavulli collabora da oltre quindici anni con molte testate e ha seguito la seconda Intifada, e molti conflitti armati nel mondo, soprattutto in Iraq, in Afghanistan e in Kashmir (territorio conteso situato al confine tra India, Pakistan e Cina).

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