Il collettivo Plataforma Socioambiental, costituito da contadini e assemblee, mette in discussione l’espansione del modello estrattivo e i suoi impatti sui territori e sulla gente. E denuncia che il Governo argentino ha accantonato la Legge sulle Zone umide e sull’Accesso alla Terra per i piccoli produttori.

«Siccità, incendi, ondate anomale di caldo, frumento transgenico, enormi fattorie di suini, petrolio nel mare, pandemia. Sembra la trama di un film apocalittico e invece purtroppo è la radiografia dell’Argentina nel 2022.» Così inizia il documento del collettivo Plataforma Socioambiental, costituito da piccoli produttori, indigeni, assemblee socioambientali e ONG che, da un punto di vista olistico dell’ambiente, mettono in discussione la priorità data alle attività che radono al suolo territori e popolazioni.

La Plataforma Socioambiental è stata costituita in agosto 2021 col presupposto di «resistere al cattivo sviluppo e creare giustizia sociale e ambientale» ed è composta, fra gli altri, dall’Unione dei Lavoratori della Terra (UTT), la Rete per una Vita senza Pesticidi della provincia di Entre Rios, Basta è basta, il Movimento Nazionale di Contadini Indigeni-Somos Tierra (MNC-ST), l’Assemblea per Tandil senza frumento transgenico o pesticidi e l’Istituto di Salute socioambientale della Facoltà di Medicina di Rosario.

La loro prima azione è stata un «panazo» (una protesta che consiste nel regalare pane, N.d.R.) a Plaza de Mayo contro il frumento transgenico dell’industria Bioceres-Indear, in cui convergono imprenditori come Hugo Sigman e Gustavo Grobocopatel. All’inizio del 2022 hanno emesso un comunicato intitolato «Basta ecocidio» che dettaglia i punti chiave della crisi climatica e i conseguenti impatti sociali. «Le comunità e i lavoratori agricoli in molte province protestano perché i loro animali muoiono e non possono continuare a produrre per mancanza d’acqua, in un contesto già allarmante di siccità», spiegano.

Sottolineano il susseguirsi di incendi in Patagonia, nel Litoral, a Buenos Aires, a San Luis e a Salta, fra i vari luoghi. Ricordano che dal 2019 in Argentina è stata dichiarata «l’emergenza climatica ed ecologica» ma le misure prese per questioni ambientali, per evitare o ridurre questi disastri socioambientali, sono «insufficienti». Denunciano che «l’agrobusiness, l’industria petrolifera, la deforestazione, le miniere, il fracking, il settore immobiliare, sono alcuni degli aspetti del modello estrattivo che più distruggono e contaminano; un modello che dà priorità ai profitti rispetto alla vita umana, alla natura e ai beni comuni».

Jeremías Chauque fa parte del popolo Mapuche e dell’esperienza agro-ecologica Desvío a la Raíz, nella località Desvío Arijón (regione di Santa Fe in Argentina). «La circolarità è nelle vene della nostra antica discendenza: il seme ritorna a nascere e nulla è casuale. Così arriva il momento in cui è necessario mettere in chiaro quali urgenze e priorità stiamo coltivando e mettendo in agenda. Produzione dev’essere sinonimo di società, ambiente, cultura. È chiaro che, se un’attività contamina, uccide e impoverisce, non è progresso, ma è saccheggio», afferma.

Nelle sessioni straordinarie del Congresso Nazionale si discuterà il disegno di legge spinto dal Consiglio Agroindustriale Argentino (un settore che convoglia tutte le grandi industrie dell’agricoltura), lasciando invece da parte i disegni per la Legge sulle Zone umide e sull’Accesso alla terra per i Piccoli produttori, spinta da anni dall’UTT. «È evidente che l’agenda del Governo ha più a che vedere con l’estrattivismo, con le imprese potenti, che con le risposte al nostro settore. Sicuramente ha a che fare con il Fondo Monetario Internazionale e dimostra che non si sono mai interessati ai progetti di Accesso alla Terra, con cui produciamo cibo per la popolazione» ha dibattuto Agustín Suárez dell’UTT.

Il comunicato di Plataforma Socioambiental ricorda che i vicinati si stanno organizzando per spegnere gli incendi, frenare la deforestazione, curare i mari e le montagne, seminare l’agro-ecologia, rifornirsi di acqua, ma anche per mettere in questione il ruolo del governo: «La risposta a un problema così strutturale non può dipendere solo dalla solidarietà e dall’autogestione dei nostri popoli. C’è bisogno di politiche pubbliche urgenti per combattere davvero la crisi climatica e le industrie che la esacerbano con i loro saccheggi. Le emergenze ambientali non possono rimanere una dichiarazione di princìpi. C’è bisogno di politiche decisive per far fronte alle conseguenze lasciate dal modello estrattivista».

In dicembre 2021 nel Chubut, in Argentina, c’è stata un’altra dimostrazione di come la grande industria mineraria non gode dell’approvazione delle popolazioni. Proprio come a Mendoza nel 2019, gli abitanti del Chubut sono usciti in strada e hanno ottenuto la deroga della legge mineraria spinta dal governatore Mariano Arcioni. A 1800 km da Rawson, nella regione di La Rioja, la popolazione rifiuta da 14 anni l’insediamento di imprese minerarie. Attualmente, continua la mobilitazione nel Dipartimento di Vinchina, nella zona ovest della provincia, che conta più di 90 permessi minerari e un giacimento dell’impresa Pathfinder ai piedi delle Sierre del Famatina, il quale può danneggiare il fiume Valle Hermoso, l’unico bacino idrico a rifornire la zona.

María Pía Silva, membro dell’assemblea di La Rioja, precisa che esistono più di 40 progetti nella riserva provinciale Laguna Brava, a Corona del Inca e in altri luoghi di grande valore biologico e archeologico, che conservano le zone umide andine. «Il ghiacciaio El Potro, il più grande della nostra catena montuosa regionale, è circondato da progetti di miniere e, solo a due chilometri di distanza, a San Juan, si vuole cominciare a sfruttare il mega giacimento (di rame e oro, N.d.R.) Josemaria. Per questo, i vicinati hanno iniziato un blocco selettivo delle imprese minerarie che stanno esplorando la catena montuosa riojana danneggiando le sorgenti d’acqua. Noi delle assemblee di La Rioja esigiamo l’annullamento dei permessi minerari», ha spiegato Silva.

Traduzione dallo spagnolo di Mariasole Cailotto. Revisione di Thomas Schmid.