Spuren è un film che affronta, attraverso la voce delle vittime, una serie di omicidi razzisti compiuti in Germania da un gruppo terrorista di estrema destra, oggetto di un grande e acceso dibattito in Germania rimasto quasi sconosciuto in Italia. Crimini attribuiti per dieci anni alla malavita turca in Germania, con la conseguente persecuzione e stigmatizzazione delle vittime e dei loro familiari, considerati criminali o complici da parte degli inquirenti e dei media. Eventi divenuti poi, a partire dal 2011, dopo la scoperta dei veri autori degli omicidi, oggetto di ulteriori scandali per il coinvolgimento delle istituzioni, di numerose indagini parlamentari e di un lungo processo svoltosi a Monaco dal 2013 al 2018, che ha lasciato tuttora senza risposta molte e inquietanti domande.

Proiezione, in anteprima nazionale, del film SpurenDie Opfer des NSU [Tracce – Le vittime dell’NSU] (2019, Germania, 81 min.) e incontro con la regista del film, Aysun Bademsoy, moderato da Murat Cinar. Nell’ambito del festival Crocevia di sguardi e di Culture alla Mole, manifestazione promossa da Città di Torino e Museo Nazionale del Cinema.

I FATTI

Tra il 2000 e il 2007 otto cittadini tedeschi di origini turche e uno di origini greche sono stati assassinati, altri gravemente feriti in attentati dinamitardi, in diverse città tedesche (Norimberga, Amburgo, Monaco, Rostock, Dortmund, Kassel). Si trattava di piccoli imprenditori, uccisi in pieno giorno, sui loro luoghi di lavoro, tutti con la stessa arma. Le indagini, svolte con enorme dispiego di mezzi e con l’istituzione di speciali commissioni inquirenti (chiamate Halbmond e Bosforus, con evidente riferimento alla supposta matrice turca), sono state indirizzate fino al 2011 all’ambiente della malavita turca in Germania. Nei media tedeschi si è parlato di “delitti del kebab” (Döner-Morde). Le vittime, i sopravvissuti e i loro familiari sono stati considerati, malgrado la totale assenza indizi, coinvolti in traffici di droga, riciclaggio di denaro sporco e altri crimini, sottoposti per anni a sorveglianza e indagini particolarmente aggressive e stigmatizzati sui media come criminali. Sono state invece sistematicamente ignorate, da inquirenti e media, le dichiarazioni di numerosi testimoni, che già dai primi omicidi avrebbero potuto condurre all’individuazione dei veri responsabili, e quelle degli stessi familiari delle vittime, che avevano indicato una possibile matrice neonazista di tali delitti, e nel 2006 avevano organizzato due manifestazioni pubbliche, a Kassel e Dortmund, con lo slogan “Kein 10. Opfer” (No alla decima vittima), con le quali denunciavano il carattere razzista degli omicidi ed esortavano a indagare in tale direzione.
Solo nel 2011 si scopriranno casualmente i veri autori di questi crimini, una cellula terroristica neonazista, chiamata Nationalsozialistischer Untergrund o NSU (Clandestinità Nazionalsocialista), composta da tre persone, due di esse suicidatesi dopo una delle rapine in banca con le quali si finanziavano, e Beate Zschäpe, l’unica sopravvissuta, consegnatasi alla polizia dopo aver spedito un video, realizzato negli anni precedenti, con il quale il gruppo rivendicava i propri crimini, contenente immagini delle vittime scattate da loro stessi subito dopo gli omicidi, accompagnate da commenti irrisori nei loro confronti e proclami razzisti. A partire dal 2012 emergerà inoltre come il Bundesamt für Verfassungsschutz o BfV (Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione), ovvero i servizi segreti tedeschi preposti al contrasto dell’eversione politica, già dalla fine degli anni Novanta aveva costantemente monitorato le attività dei componenti dell’NSU, attraverso diversi informatori e propri agenti, uno dei quali, Andreas Temme, presente in occasione di uno degli omicidi. I risultati di tale monitoraggio non erano tuttavia stati forniti agli inquirenti e inoltre gran parte della documentazione su tale monitoraggio era stata distrutta nel 2011 subito dopo che era stata scoperta l’esistenza dell’NSU. Un ulteriore scandalo che porterà alle dimissioni del presidente e dei vertici del BfV.
Le autorità tedesche reagiranno a tali rivelazioni e scandali con una serie di manifestazioni ufficiali culminate in una cerimonia solenne a Berlino nella quale Angela Merkel formulerà la richiesta di perdono alle vittime da parte dello stato e la promessa di indagini che non avrebbero lasciato nessuna ombra su questi delitti.

Seguiranno diverse commissioni d’inchiesta parlamentari e, dal 2013 al 2018, il processo all’unica sopravvissuta dell’NSU e quattro complici, svoltosi a Monaco, con familiari delle vittime e sopravvissuti costituitisi parte civile. Processo che condannerà all’ergastolo Beate Zschäpe e a pene minori i quattro complici, ma sarà fonte di diverse controversie e insoddisfazione, soprattutto per non aver chiarito né l’estensione della rete dei sostenitori del trio durante la loro lunga clandestinità, né soprattutto il coinvolgimento del Bundesamt für Verfassungsschutz, la cui documentazione relativa al monitoraggio dell’NSU è stata in parte ulteriormente distrutta in fasi successive, in parte secretata e tuttora inaccessibile.

IL FILM

Le tracce cui si riferisce il titolo del film non sono gli indizi lasciati dagli autori degli omicidi sul luogo del delitto, ma le ferite e le cicatrici che questi crimini hanno causato nei familiari delle vittime, nelle comunità di cittadini emigrati in Germania e nell’intera società tedesca.

La regista di origini turche Aysun Bademsoy ripercorre queste tracce attraverso una serie di dialoghi con alcuni dei familiari o conoscenti delle vittime. Una delle prime scene registra le prime dichiarazioni, rilasciate dai familiari delle vittime subito dopo la dichiarazione della sentenza al termine del lungo processo, durato cinque anni, che la regista ha seguito fin dall’inizio, prima di iniziare le riprese del film. I genitori di Halit Yozgat e la figlia di Mehmet Kubaşık ricordano con amarezza le parole di Angela Merkel e le sue solenni promesse non mantenute.

Le scene e i dialoghi successivi iniziano sui luoghi degli omicidi, dove ora sorgono piccoli memoriali, in occasione di cerimonie di commemorazione. A partire dal chiosco di fiori nei pressi di Norimberga, dove nel 2000 è stato commesso il primo degli omicidi, quello di Enver Şimşek, dove ora un suo dipendente, Ali Toy, che solo per caso non era presente al momento del delitto, continua da vent’anni a gestire il chiosco e a coltivare in sua memoria alcuni alberi da frutto. I dialoghi successivi si svolgono ad Amburgo, nel quartiere di Altona, con Osman, fratello di Süleyman Taşköprü, ucciso nel 2006, e poi a Dortmund, con Elif und Gamze, vedova e figlia di Mehmet Kubaşık, assassinato nello stesso anno. Le riprese si spostano infine in Turchia, dove Adile e Semila, vedova e figlia di Enver Şimşek, si sono trasferite.

Il film è stato recentemente acquisito dalla Bundeszentrale für politische Bildung (Agenzia Federale di Educazione Civica) che ha reso il film, in una versione ridotta, visionabile gratuitamente online per chi si collega dalla Germania e ha prodotto ampio materiale didattico per l’utilizzo del film nelle scuole (cfr. link sottostanti).

DICHIARAZIONE DELLA REGISTA

“La scoperta che gli autori della serie di omicidi di otto persone tedesche di origini turche era un gruppo neonazista, l’NSU, è stata una tragedia non solo per le famiglie coinvolte, ma anche per la generazione di emigrati turchi in Germania di cui io stessa faccio parte. Persone che avevano scelto la Germania come loro patria. I nostri genitori sognano ancora di tornare, prima o poi, nella patria che hanno lasciato. Noi invece ci consideravamo tedeschi e avevamo fiducia in questo stato. Gli omicidi dell’NSU hanno provocato una frattura in questa fiducia faticosamente acquisita. L’odio che ha guidato il trio dell’NSU nella scelta delle loro vittime era rivolto esattamente nei nostri confronti, la seconda e terza generazione di tedeschi di origini turche. Una generazione che pensava che lo stato non avrebbe tollerato il razzismo e ci avrebbe protetto dalle sue manifestazioni. Le istituzioni hanno invece fallito. Le indagini condotte su questi omicidi sono state condizionate da motivazioni razziste, sfiducia e risentimento. Gli omicidi dell’NSU non sono soltanto tragedie individuali, ma costituiscono per la seconda e la terza generazione un drammatico punto di svolta nei i loro rapporti con la Germania e per le loro aspirazioni a una patria che, forse, era una volta la Germania. Potranno, queste nostre ferite, essere davvero guarite? E come si potrà riacquisire una fiducia che è stata scossa così profondamente?”

LA REGISTA

Aysun Bademsoy nasce a Mersin, in Turchia, nel 1960. Nel 1969 la famiglia si trasferisce a Berlino, dove la regista attualmente vive e lavora. Dopo gli studi di teatro e giornalismo alla Freie Universität Berlin inizia a lavorare nel cinema. Inizialmente come attrice, poi come assistente alla regia, sceneggiatrice, direttore di produzione o assistente al montaggio con registi come Harun Farocki und Christian Petzold. Nel 1989 realizza come regista il suo primo film, il primo di una lunga e stimata carriera come autrice di documentari, molti dei quali affrontano il tema della migrazione e in particolare della vita quotidiana in Germania dei cittadini di origine turca. Tra questi riceve grande attenzione Mädchen am Ball (1995), sulla vita di cinque componenti di una squadra di calcio femminile berlinese di origini turche, sulle cui vicende è tornata ancora in film successivi. Tra i suoi film visti a Torino, Deutsche Polizisten (2000), sulla vita di alcuni poliziotti berlinesi di origine prevalentemente turca, presentato nel 2005 dal Goethe-Institut, e Am Rand der Städte (2006), su un quartiere residenziale di Mersin abitato da turchi emigrati in Germania e tornati in seguito a vivere nel loro paese natale, mostrato l’anno successivo al festival Crocevia di sguardi.

IL FILM, L’NSU E L’ESTREMISMO DI DESTRA IN GERMANIA

Per approfondimenti, all’interno dell’ampia bibliografia apparsa in Germania sul fenomeno dell’NSU si segnalano alcune pubblicazioni che affrontano il tema con particolare attenzione alla prospettiva delle vittime, scritti da familiari (S. Şimşek), alcuni degli avvocati che li hanno assistiti durante il processo (M. Daimagüler e A. von der Behrens) e autori e associazioni che hanno sostenuto nel corso degli anni le loro richieste di verità e giustizia:

Semiya Şimşek, Schmerzliche Heimat. Deutschland und der Mord an meinem Vater, Rowohlt, 2013
Mehmet Daimagüler, Empörung reicht nicht!: Unser Staat hat versagt. Jetzt sind wir dran. Mein Plädoyer im NSU-Prozess, Lübbe Verlag, 2017
Orhan Mangitay u. a. (Hg.), Die haben gedacht, wir waren das. MigrantInnen über rechten Terror und Rassismus, PapyRossa Verlag, 2016
Antonia von der Behrens (Hrsg.), Kein Schlusswort. Nazi-Terror, Sicherheitsbehörden, Unterstützernetzwerk. Plädoyers im NSU-Prozess, VSA Verlag, 2018
NSU-Watch, Aufklären und Einmischen. Der NSU-Komplex und der Münchener Prozess, Verbrecher Verlag, 2020
Kemal Bozay u.a. (Hg.), Damit wir atmen können. Migrantische Stimmen zu Rassismus, rassistischer Gewalt und Gegenwehr, PapyRossa Verlag, 2021
Aktionsbündnis “NSU-Komplex auflösen”, Tribunale NSU-Komplex auflösen, Assoziation A Verlag, 2021

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