Incontro con Marie Doutrepont: «dovremo rendere conto ai nostri figli per il nostro comportamento» a proposito del campo di Moria e della politica di accoglienza della UE

19.10.2020 - Bruxelles, Belgio - Tatiana De Barelli

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Tedesco

Incontro con Marie Doutrepont: «dovremo rendere conto ai nostri figli per il nostro comportamento» a proposito del campo di Moria e della politica di accoglienza della UE

Marie Doutrepont su Moria : «ogni traccia di umanità sparisce come una goccia d’acqua su una lastra di cemento caldo».

Marie Doutrepont è un’avvocatessa belga, autrice del libro «Moria: Cronache dei limbi dell’Europa»,180° edizione – 2018. Dopo aver letto il suo libro, abbiamo deciso di intervistarla.
Desideravamo conoscerla meglio e valorizzare il lavoro di tutti coloro che si occupano dei rifugiati. Speriamo inoltre che chi non si sente coinvolto oggi sia incoraggiato a leggere le lettere pubblicate in questo libro, scritte come una boa di salvataggio dal campo di Moria.

L’intervista è stata realizzata alla vigilia dell’annuncio del nuovo Contratto europeo sulla migrazione 2020 (PACT) e all’ombra dell’incendio che ha avuto luogo nella “vergogna dell’Europa”, il Centro di accoglienza e identificazione / Campo Moria. Marie Doutrepont parla con sincerità e a cuore aperto della sua esperienza a Moria, dove ha prestato gratuitamente assistenza giuridica a decine di richiedenti asilo intrappolati tra le restrittive leggi europee e l’impossibilità di tornare ai loro paesi di origine.

L’abbiamo appena saputo! Qualche giorno fa, il governo greco ha rimpiazzato Moria, che ha preso fuoco, con una nuova struttura a Kara Tepe (un posto vicino a Moria, Lesbo). Questa intervista esprime l’a preoccupazione di tutti, per un cambiamento non solo nella struttura del campo (acqua calda, più servizi igienici, alimentazione e alloggi adeguati), ma anche nei servizi che, secondo i trattati, L’UE è obbligata a fornire alle persone che arrivano sul continente alla ricerca di protezione internazionale. Il diritto di asilo è inalienabile e il modo in cui questo diritto viene violato dall’accordo UE-Turchia e dalle politiche generali di asilo dell’UE oggi è una vergogna che infanga la cultura umana contemporanea. Come abbiamo già scritto a più riprese, esistono delle soluzioni e possono essere trovate immergendosi nel paesaggio umano di questi luoghi remoti.

Video (in francese)
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Trascrizione del video

Perché è andata al campo Moria?
Lavoro con i diritti degli stranieri da sempre. Sono specializzata in diritto di asilo. Sono dieci anni che le persone vengono da me a raccontarmi i motivi per cui sono fuggiti dal loro paese. C’era sempre una parte della storia che resta un buco nero, una parte della storia che, come avvocati, indaghiamo molto raramente, perché siamo più interessati alle persecuzioni nei paesi di origine. È la parte del racconto che riguarda quello che si chiama “la via di fuga”. E in particolare, mi interessava sapere come i richiedenti e le richiedenti asilo vengono trattati in Europa, ai confini dell’Europa, in quei luoghi che sono i luoghi del non-diritto, dei no man’s land che sono quelli chiamati gli “hotspot”, che si trovano ai confini, alle frontiere d’Europa. E poi, è girato un piccolo annuncio di un’associazione che cercava avvocati volontari per prestare assistenza giuridica in questi hotspot, ho mandato immediatamente la mia candidatura ed è stata accettata. È così che sono partita.

La procedura di trattenimento dei richiedenti asilo è una violazione dei diritti umani?
Per definizione, la procedura di asilo a Moria è estremamente mutevole.
Le procedure sono molto vaghe, instabili, le regole cambiano in continuazione… È molto difficile poter dare anche solo una consulenza giuridica un po’ più sicura alle persone che sono nel processo di richiesta di asilo, proprio perché tutto cambia sempre. Quando sono arrivata – ormai tre anni e mezzo fa – avevamo un briefing giuridico all’inizio di ogni settimana. Eravamo tutti avvocati specializzati in diritto di asilo. Questo vuol dire che avevamo tutti delle nozioni abbastanza precise sul diritto europeo, ma c’erano tutte delle procedure specifiche a Moria che non conoscevamo, e a volte da una settimana all’altra cambiavano del tutto le procedure.

Quindi, ovviamente, questa confusione giuridica, questa incapacità di poter spiegare come andare avanti nel processo, è già una fonte di violenza enorme. Dunque, è solo questo, solo il fatto che io non possa spiegarvi nel dettaglio come funziona la procedura da quanto cambia, è esplicativo; è cambiata quando ero là, è cambiata varie volte dopo, è già questa una violazione di base dei diritti umani di persone che sono completamente alla deriva, che hanno davvero bisogno di avere una prospettiva, di capire in cosa arrivano, in cosa si stanno inserendo. È evidentemente già una violazione. È certo che, a tutti i livelli, ci sono delle violazioni dei diritti fondamentali.

Già c’è un primo grosso problema, e cioè la rilevazione delle persone chiamate “vulnerabili”.
C’era una procedura a Moria per le persone che arrivano sull’isola – e quindi che arrivano in Europa – secondo la quale in pratica vengono smistate le persone “vulnerabili” e quelle “non vulnerabili”.
Ma c’è una certa ironia in questo, perché chi è arrivato su un gommone affollato, chi ha creduto che ci avrebbe perso la vita, chi magari ha visto morire affogate persone che erano accanto a lui sul barcone… Di fatto, per definizione, sono tutti vulnerabili! Ma bisogna fare una selezione tra chi è più o meno vulnerabile e già così era molto problematico, perché l’accertamento di questa vulnerabilità si fa in pochi minuti, a volte senza neanche un interprete, con vari impedimenti che spesso fanno sì che le persone non dicano che hanno dei problemi per paura che se dicono di essere malate, questo pregiudichi la loro domanda di asilo.

Mi viene in mente un esempio: un uomo congolese che era stato orribilmente torturato, talmente torturato che tutto il suo corpo era coperto di vesciche, e quando ha sollevato la maglietta e le ha mostrate al medico che aveva l’incarico di fare questo smistamento, quest’ultimo ha creduto che avesse una malattia della pelle, gli ha prescritto una pomata dermatologica e l’ha classificato come “non vulnerabile”.

Ho incontrato persone che si trovavano in una sofferenza insostenibile, ma una volta ricevuta l’etichetta sbagliata, è molto difficile tornare indietro.

Inoltre c’è il problema delle scadenze.

Ho un’amica che è andata recentemente a Moria e che diceva che le persone che sono arrivate a dicembre 2019 saranno chiamate in commissione di asilo nel 2021.

Quindi, Moria, che era destinata ad essere un campo transitorio per chi si ferma qualche giorno, o magari una o due settimane… ora è un campo profughi a tutti gli effetti, dove le persone restano a lungo. Questa è un’altra violazione dei diritti umani, obbligare le persone a restare in un campo di concentramento. È un campo dove vengono ammassate le persone, visto che si parla di 20.000 persone in una struttura con una capacità di 2.500 posti.

Non c’è affatto un’assistenza giuridica adeguata. Quando ero sul posto, eravamo circa 6 avvocati per, all’epoca, 7-8000 persone. Dunque, non c’è alcuna possibilità di fare in modo che le persone vengano preparate correttamente. E non c’è alcuna assistenza. Qui in Belgio, quando qualcuno inoltra una domanda di asilo, io lo accompagno in commissione. Laggiù, era quasi impossibile; non ci sono le autorizzazioni, gli avvocati stranieri sono sono autorizzati ad accompagnarli, ecc. È tutto così problematico, a tutti i livelli. Non c’è niente che funzioni, che sia in termini di informazione, di trasmissione dell’informazione, di chiarezza… anche per degli avvocati come noi, specializzati in diritto di asilo, spesso non ci capivamo niente, della capacità di regole che cambiano in continuazione, delle scadenze di gestione della richiesta di asilo. Anche sulla sostanza: infatti, la prima tappa era quella della vulnerabilità, la seconda tappa era quella di vedere se si potevano rimandare le persone in Turchia.

Dal momento che si prendeva in considerazione che uno faceva parte di un gruppo con un alto tasso di riconoscimento dello status di rifugiati, come per esempio i siriani, si cominciava con lo stabilire se non si potesse rimandarlo in Turchia. E nella misura in cui si prendeva in considerazione che la Turchia fosse un’alternativa sicura, che lo si potesse rimandare in Turchia con una garanzia minima che non lo si rimandava direttamente in Siria. In effetti, non veniva proprio esaminata la sostanza della richiesta di asilo, il motivo per cui qualcuno lascia il suo paese di origine, pertanto c’è una evidente violazione della convenzione di Ginevra – la convenzione sui rifugiati, – che vincola tutti gli stati firmatari a esaminare la situazione almeno, a chiedersi “perché sei venuto qui? Qual è la tua motivazione?”. E qui, infatti, ci sono delle procedure messe in atto a livello europeo, per dire: «non esamineremo il motivo della fuga, la ragione per cui le persone avviano una richiesta di asilo», proprio a quelle persone che, per la loro nazionalità, hanno bisogno a priori e in percentuale altissima di protezione.

L’accordo dell’UE con la Turchia era destinato ad accelerare la procedura?
Non penso che fosse fatto per accelerare la procedura. Era per arrestare – odio queste parole – l’ondata, l’afflusso, l’esondazione, la valanga, ecc. Evocano sempre delle immagini come se si trattasse di uno tsunami, una catastrofe naturale. Quindi, quando c’è stata questa “ondata” importante di persone che sono arrivate nel 2014, 2015, c’è stata la volontà di frenare, di vedere come si poteva fare per mettere fine a tutto ciò. Non penso che la volontà prioritaria fosse di accelerare la procedura di asilo.
Non credo che sia mai stato così. Ne sono sicura e lo sono ancora di più quando leggo le testimonianze di persone che ci sono state dopo di me. Ho letto il libro di Ziegler “la vergogna dell’Europa” ed è interessante vedere che facciamo davvero la stessa analisi e diciamo entrambi che a Moria il problema non è solo la negligenza, non è solo la cattiva gestione. È una politica deliberata che ha come scopo di mandare un messaggio alle persone che vogliono venire in Europa, che dice: “guardate cosa facciamo a chi viene qui. Li trattiamo male, li trattiamo come cani, li lasciamo in un campo”, e spera che quelle persone lo vadano a dire ad altri e che questo faccia da deterrente. E quindi, l’accordo UE – Turchia non ha mai avuto come obiettivo di accelerare il processo di richiesta di asilo. L’obiettivo era di cercare di frenare gli arrivi e di lasciare marcire le persone in una specie di “no man’s land” dove esse sono in Europa ma non lo sono effettivamente, e senza nessun titolo, sì be’ può funzionare.

Ha dei consigli da dare alle ONG sul posto?
È una questione complicata. Non so bene come rispondere. In effetti, è così complicato lavorare a Moria perché si ha l’impressione di svuotare il mare con un cucchiaino. Io, per parlare della mia esperienza – ed è così che è nato il mio libro – quello che mi ha aiutato, quello che mi è sembrato in ogni caso assolutamente necessario, è stato di testimoniare, di dire a me stessa che in realtà l’unica cosa che forse potevo fare era di dire cosa sta succedendo, di denunciare, di dare degli esempi, e di vedere che questo, questo tocca le persone. Penso che ciò che ha fatto sì che questo libro toccasse le persone è che ho solo raccontato le storie di persone, esseri umani. Quando vedo le testimonianze che leggo, peraltro di persone che sono a Moria o che si sono state, spesso solo solo storie di vita. Ci si trovano degli uomini, delle donne, dei bambini che hanno affidato i loro racconti e che hanno raccontato come vanno le cose a Moria. E mi sembra che questo sia essenziale. E poi, ma qui è la giurista che parla, penso ci sia bisogno di riflettere sul modo in cui si possa coinvolgere anche la responsabilità delle nostre istituzioni europee che autorizzano, sostengono e permettono tutto questo.

Ma penso che sia una responsabilità dire cosa succede a Moria perché c’è una volontà molto, molto determinata a creare omertà. Non si possono fare foto nel campo, non si può uscire dal campo con delle foto; all’inizio, tutti quelli che lavorano nel campo come volontari devono firmare un accordo di riservatezza in cui si impegnano a non divulgare niente di quello che succede nel campo. Quindi c’è la volontà che non si sappia niente in giro. E questo ha funzionato per un periodo. Credo che da qualche anno, da quando sono tornata, ci sono sempre più testimonianze che escono e le persone cominciano ad essere più al corrente di quello che succede. Ma credo che bisogna continuare. Dire a se stessi che è un’opportunità di essere sul posto; e che bisogna continuare a raccontare quello che si vede.

Qual è l’attitudine dei belgi verso i rifugiati di Moria?
Non ci sono regole! Basta dare uno sguardo al panorama politico. Abbiamo un paese in cui, ad eccezione delle Fiandre, c’è una maggioranza di estrema destra. Ci sono persone molto ostili, che hanno molta paura delle migrazioni. E poi ci sono persone, come per esempio la piattaforma cittadina, che sono fortemente impegnate.

In realtà, ciò che è interessante è che si è creata una sensibilizzazione, dalla negligenza colpevole dello stato belga che ha rifiutato di accogliere dei migranti, e di colpo ora ci sono persone che non erano per niente coinvolte e che prima non avevano convinzioni politiche chiare su questi temi, che si sono rese conto che c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui vengono trattate le persone. Quindi, è un po’ come dappertutto, non ci sono regole. Ci sono delle cose molto molto belle che succedono e poi ci sono molte paure purtroppo, alimentate parecchio politicamente.

Aprire le frontiere o continuare a erigere muri?
Io penso che, in ogni modo, c’è qualcosa che non funziona nel modo in cui si pone la domanda in questo momento storico. Palesemente. Stiamo facendo un genocidio nel Mediterraneo!! Ed io mi aspetto che, da qui a 5, 10 anni, i nostri figli ci guarderanno con sgomento dicendo “ma cosa avete fatto?” Che ci sarà una Norimberga del mare Egeo, del mar Mediterraneo. Tutte le persone che abbiamo, in modo a volte molto molto consapevole, lasciato ad affogare laggiù, o che abbiamo aiutato a naufragare. C’è un articolo recente che è uscito sul New York Times che mostra dei funzionari greci imbarcare delle persone che magari hanno lo status di rifugiati in Grecia o negli hotspot; li mettono in dei barconi e li abbandonano alla deriva per rimandarli in Turchia. Quindi, c’è veramente qualcosa che diventa folle, la macchina che si inceppa… Si ha l’impressione che non c’è più un limite a quello che si può infliggere a queste persone. Insomma, c’è qualcosa che non funziona, qui, è evidente. E si vede bene, laddove l’hanno fatto, di costruire muri – che sia in Messico o in Palestina – che questo non fa che esacerbare le tensioni, crea più violenza.

Io penso che bisogna comunque distinguere: ci sono persone che fuggono dal proprio paese per motivi di asilo, perché cercano un rifugio in un altro paese, e che non possono tornare nel loro.

Ci sono anche persone che fuggono per altre ragioni, e loro, purtroppo, non ottengono protezione perché di fatto non rientrano nei criteri della Convenzione di Ginevra. Fuggono perché, se restano, muoiono di fame. E questo non è riconosciuto come un criterio che permetta di ottenere una protezione internazionale. E poi ci sono anche tutti quelli che vogliono tentare la sorte e avere un futuro migliore per loro e per i loro figli. Oppure che sono curiosi! Questo fa comunque parte della realtà umana, direi, il voler andare a vedere cosa c’è dall’altra parte della montagna! E questo, non si potrà mai impedire! È intrinsecamente umano.
Il problema è che si costringono le persone a tentare un viaggio senza ritorno possibile. Perché una volta che partono, devono vendere tutto quello che hanno, a volte tutto il villaggio dà il suo contributo.
O magari, semplicemente, non hanno più la possibilità di tornare perché il loro villaggio non esiste più.

Penso che aprendo le frontiere, ci sarebbero sempre queste persone che vengono perché non hanno alternativa. Ci sarebbero anche persone che vengono perché, in verità, hanno voglia di sperimentare qualcos’altro. E poi si rendono conto che non fa per loro, o magari che potrebbero ripartire più facilmente.

È quello che ha fatto la Cina. Allora, non dico che la Cina sotto questo aspetto sia un modello ma si vede che è quello che ha fatto la Cina con molti paesi africani: aver aperto le frontiere e constatare che, in effetti, c’è tutto un commercio che si mette in moto tramite persone che fanno delle andata-ritorno.

Credo che siamo un po’ troppo concentrati su quest’idea di dire che bisogna assolutamente mantenere in piedi questa diga e che il giorno in cui crolla, ci sarà una specie di inondazione senza fine. Penso che in ogni caso si potrebbero abolire i permessi di corto soggiorno. Dire che chiunque può volere venire in Europa per meno di tre mesi, come noi, come gli europei. Se si vuole andare praticamente ovunque nel mondo per meno di tre mesi, si può fare. Dopo, bisogna ritornare al termine dei tre mesi, e se si vuole restare, si possono ancora considerare altri tipi di regolamento. Ma penso che ci sia qualcosa a cui rinunciare a questo livello.

Fa molto belgo-bega ma ho letto poco tempo fa un’intervista di Louis Michel che non si può tacciare di essere un uomo di sinistra e che, anche lui, lo suggerisce. Infatti diceva: “Bisogna aprire le frontiere all’Africa, questo favorirebbe gli scambi e il commercio.

Da parte mia, io vedo il numero di persone che arrivano qui e che, in realtà, vorrebbero poter tornare nel loro paese, ma non gli è possibile perché la loro famiglia è qui, e sanno che, se tornano, non potranno più vederla; che vorrebbero per esempio poter venire per due mesi, vedere i loro bambini in estate e tornare di nuovo a casa loro. Quindi, ci sarebbe davvero qualcosa su cui lavorare, qualcosa da destrutturare qua e là, parlo a un livello più ampio, e non parlo solo dei richiedenti asilo o dei rifugiati. Parlo di tutti quelli che vogliono migrare.

Ma questo rientra nella stessa questione. Penso che ci sia qualcosa da destrutturare a questo livello e che non so cosa può succedere.

Non sono Madame Irma (N.d.T. Nome di un sito web su arti divinatorie, visioni e predizioni) ma penso che sia necessario provare un’altra strada, perché quello che succede là, ora: siamo a un punto morto.

Ci può fornire qualche esempio di trattamento positivo, di collaborazione all’interno del campo?
Un artista iracheno, che aveva creato una specie di happening nella sua tenda dove aveva chiesto a tutti – era una tenda in cui c’erano una dozzina o una quindicina di uomini – di mettersi in una posizione un po’ rigida, e poi li aveva filmati. Ne aveva fatto una specie di momento artistico.

C’era un parrucchiere che tagliava i capelli per 3 euro. Stava all’entrata del campo con della musica Reggae e c’erano pure delle persone che uscivano dal campo, venivano riconosciute come rifugiati, ma che tornavano a Moria per farsi tagliare i capelli da lui perché comunque era meno caro che a Mitilene.

A volte, quando c’era una donna africana che trovava un po’ di lana, il giorno dopo ne vedevi 25 che avevano tutte le trecce; o le unghie con lo smalto tutte dello stesso colore… c’erano questi piccoli momenti in cui ci si prendeva cura di sé.

C’erano anche delle cose poetiche: ho visto qualcuno che aveva piantato dei fiori vicino al loro campo, vicino alla tenda.

C’erano dei piccoli momenti così, di poesia.

E poi, ogni tanto c’è anche tutto il supporto da un punto di vista più strutturale. A volte però ci sono molte persone che arrivano al campo, che sono molto isolate. C’è solidarietà tra di loro.

Anche molte donne, perché uno dei grandi problemi a Moria è il posto delle donne. Essere una donna isolata in un campo così… È già molto complicato essere una donna sola e aver fatto tutta quella traversata. Ma ritrovarsi come donna sola a Moria, è una catastrofe.

Ci sono testimonianze di donne che portano il pannolino la notte per evitare di dover andare al bagno, perché ci sono da 2 a 4 bagni per 20000 persone. Immaginatevi cosa vuol dire! Quindi, i bagni sono un luogo estremamente pericoloso, e di notte ancora di più.

Ci sono delle donne che si sono riunite per essere almeno insieme e non trovarsi da sole nel campo.

In quanto cittadini, come possiamo agire?
Credo ci sia bisogno di ricordare che la politica a Moria è la nostra politica, è una politica europea; e quindi, non è che “i greci” siano il braccio armato di una politica che è stata decisa a Bruxelles. Insomma, bisogna ricordarsi che siamo noi, è quando si vota, e la democrazia di sicuro non si limita al momento in cui si va a votare. Siamo noi che decidiamo che questa politica venga portata avanti. Spetta a noi. Abbiamo un potere di azione anche a questo livello. Possiamo manifestare, possiamo scrivere delle petizioni, possiamo proporre altre cose, possiamo interpellare i nostri governanti, per dire che non siamo d’accordo con questa politica. Questa è una prima cosa. Ricordarsi che non è certamente un problema greco.

D’altronde, per me, è molto problematico. C’è uno scambio malsano con la Grecia, che è un paese dissanguato finanziariamente, a cui l’Europa ha delegato il lavoro sporco dicendo: “tenetevi per un po’ tutti questi rifugiati sulle vostre isole, che stiano lontani dalle nostre metropoli.” Ma penso che ci sia qualcosa da fare a questo livello.

E poi, bisogna anche dire che questa politica europea si riproduce su scala nazionale a tutti i livelli.
Trovo impressionante vedere che, di colpo, si è formato un circolo vizioso: criminalizziamo i migranti e poi, che sia l’Europa o lo Stato, proibiamo pure di portare loro soccorso. In Grecia, vigeva il divieto di andare a soccorrere chi stava affogando in mare.

Qui (Bruxelles), abbiamo visto tutta la questione sul Parco Maximilien: possiamo sostenere delle persone che dormono in strada? E in terzo luogo, criminalizziamo quelli che aiutano. Con il processo degli “albergatori” qui a Bruxelles, ma ne abbiamo avuti un sacco e ce n’è ancora un sacco in Grecia, con Carola Rackete per esempio, la capitana della nave tedesca che è stata incriminata perché ha portato soccorso ai migranti. Quindi è un circolo vizioso che fa sì che non criminalizziamo soltanto chi fugge o che cerca di migrare. In più, lo Stato è coscientemente inattivo, ed è un’inattività che ha conseguenze davvero molto, molto dannose. Di colpo, dei cittadini si mobilitano e vengono criminalizzati per questo.

Penso che sostenere i migranti allo stesso tempo qui in Belgio o in ciascun paese dove uno vive e insorgere contro la criminalizzazione di coloro che li sostengono, queste sono azioni molto concrete. Non è perché sosteniamo gli albergatori qui in Belgio che questo non abbia alcun legame con quello che succede a Moria. Tutto questo deriva dalla stessa politica. Agire qui, è anche sostenere le persone che cercano di cambiare le cose in Grecia o a Moria.

 

Traduzione dal francese di Raffaella Piazza. Revisione: Silvia Nocera

Categorie: Diritti Umani, Europa, Interviste, Migranti, Questioni internazionali, Video
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