Verità per Giulio Regeni e libertà per Patrick Zaki. Sono le richieste che vengono fatte di continuo al nostro governo affinché faccia pressioni diplomatiche su quello egiziano. Sono ormai cinque anni per Giulio e otto mesi per Patrick che le voci di attivisti, giornalisti, difensori di diritti umani e di migliaia di cittadini non vengono ascoltate.

Niente sembra mettere in discussione la leadership del dittatore al-Sisi che continua a restringere le libertà fondamentali dei cittadini egiziani.

Dove ogni diritto umano è stato lacerato e la libertà di espressione annullata, dove oppositori politici, avvocati, attivisti e giornalisti sono costretti a subire persecuzioni e ad essere incarcerati, negli ultimi mesi, anche gli influencer sono stati presi di mira, in particolare quelli di Tik-Tok. Vengono accusati di condividere materiale dissoluto, di incitare alla prostituzione e di essere colpevoli di crimini morali ritenuti pregiudizievoli dell’integrità del paese.

Arresti, persecuzioni e condanne a morte: da anni in Egitto si sta registrando una vera e propria crisi dei diritti dell’uomo. Complice di tutto questo è anche l’inerzia della comunità internazionale che continua a ritenere al-Sisi un valido partner commerciale; il nostro paese su tutti.

Tra condanne a morte, incidenti e torture, in Egitto i luoghi di detenzione sono un inferno.

I DECESSI REGISTRATI NEI LUOGHI DI DETENZIONE

Senza dubbio, il carcere di Tora, a sud del Cairo, è il più affollato e pericoloso del paese. È il luogo dove sono detenuti la maggior parte degli oppositori politici, ovviamente oltre a colpevoli di reati di ogni tipo.

Il complesso carcerario di Tora include sette prigioni, dove per la carenza di cure mediche e le continue torture ai danni dei detenuti, avvengono ripetuti decessi. Ricordiamo la storia di Shady Habash, il regista e fotografo 23enne, morto in carcere il 2 maggio scorso, dopo che le richieste di assistenza medica per alcuni dolori allo stomaco gli erano state respinte. Secondo la versione ufficiale del governo egiziano, il ragazzo avrebbe bevuto “erroneamente” dell’igienizzante, pensando fosse acqua.

Lo scorso dicembre, il Committee for Justice ha pubblicato un report con una serie di dati allo scopo di rendere chiaro alla comunità internazionale ciò che accade nelle carceri egiziane. I dati riguardano i decessi registrati per tortura o carenza di cure mediche nel carcere di Tora.

I ricercatori del CFJ hanno dimostrato che da giugno 2013 a dicembre 2019 i decessi verificati sarebbero 958, tra cui 9 minorenni. Tra questi, circa 280 riguardano oppositori politici.

Sempre secondo il report per gli anni presi in considerazione, il 2015 è stato l’anno in cui nel complesso di Tora si sono registrati più decessi, nello specifico 217, circa il 23% del totale, seguito dal 2014 con 183 decessi, 145 durante il corso del 2017 e rispettivamente 129 e 108 nel 2016 e 2018.

Nel report è specificato che i dati sono quelli a cui il team di riferimento ha avuto accesso attraverso un lungo lavoro, lasciando quindi intendere che i numeri potrebbero essere sottostimati.

QUINTO PAESE AL MONDO PER NUMERO DI CONDANNE A MORTE

L’Egitto è il quinto paese al mondo per numero di condanne a morte, anche se i numeri del 2019 (circa 435) sono inferiori a quelli del 2018 (717). Dall’inizio di quest’anno, invece, le condanne sarebbero circa 171, tra cui 40 per ragioni politiche.

Secondo la legge egiziana, quando una condanna di morte diventa ufficiale, gli atti del condannato vengono presentati al Presidente della Repubblica attraverso il ministro della giustizia. Se entro 14 giorni non viene eseguito l’ordine di grazie da parte del Presidente, la condanna a morte viene eseguita.

Ciò nonostante il governo egiziano considera gli organismi internazionali per i diritti umani come politicizzati e rifiuta qualsiasi giudizio o accusa contro la magistratura del paese, ribadendo che la stessa è un organo imparziale e indipendente da qualsiasi influenza politica. In pratica però sono tutti omicidi ordinati dalla legge e dal governo egiziano.

In Egitto, anche se nella nuova costituzione emanata nel 2014 non viene citata la pena capitale, allo stesso tempo definisce i principi della Sharia come fonte principale della legislazione. Il codice penale egiziano prevede la pena capitale per circa 35 diversi reati.

Anche se per alcuni reati la pena di morte è obbligatoria, nella maggior parte dei casi viene lasciata alla corte la scelta tra pena detentiva e pena di morte.

La Human Rights Watch ha descritto i processi egiziani come una “palese e fondamentale violazione del diritto a un processo equo sancito dalla Costituzione egiziana e dal diritto internazionale”.

Numeri raccapriccianti che ci rendono maggiormente consapevoli del calvario di Patrick Zaki che è ancora prigioniero; ieri la sua custodia cautelare è stata prolungata nuovamente. Per altri 45 giorni il giovane studente e ricercatore dell’Università di Bologna resterà in carcere, senza motivo.

Intanto negli ultimi giorni, come riportato da Amnesty International, circa 278 parlamentari europei e statunitensi hanno inviato lettere pubbliche al presidente al-Sisi denunciando la situazione dei prigionieri di coscienza in Egitto.

Tra le tante mobilitazioni degli ultimi tempi, dallo scorso 8 settembre fino a ieri mercoledì 21 ottobre, come raccontato da Riccardo Noury sul Fatto Quotidiano, una delegazione di Amnesty si è recata più volte davanti all’ambasciata egiziana a Roma per consegnare le 150mila firme raccolte per la scarcerazione di Patrick. Nonostante le attese, l’ambasciata continua a rifiutare di accogliere le firme.

Report completo Committee for Justice