Perché il reddito di base universale dovrebbe essere considerato un diritto umano?

11.08.2020 - Madrid, Spagna - Juana Pérez Montero

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Tedesco, Greco

Perché il reddito di base universale dovrebbe essere considerato un diritto umano?
(Immagine di WikiImages da Pixabay)

Perché garantirebbe qualcosa di fondamentale: la sussistenza. E questo avrebbe enormi conseguenze fisiche, psicologiche…individuali e collettive.

Questo scritto rappresenta la prima parte dell’intervento dell’autrice nell’ambito dell’atto virtuale intitolato Reddito di Base Universale e Incondizionato, un diritto pendente, organizzato dal Centro di Studi Umanisti Nuova Civilizzazione lo scorso 23 luglio.

Se non viene assicurata la sussistenza, tutti gli altri diritti vengono messi in discussione. Dobbiamo fare in modo che il corpo, il sostegno che abitiamo, possa vivere e sia sano. E un reddito di base universale incondizionato, individuale e adeguato ci permetterebbe di garantire un fondamento essenziale alla sopravvivenza. Ci fornirebbe anche un modo per poter mettere in pratica gli altri diritti così che non restino, per la maggioranza della popolazione a livello planetario, raccolti in mera forma scritta in una fantastica Dichiarazione piena di buone intenzioni.

Dobbiamo essere seri. Se ci dichiariamo difensori dei diritti umani, dobbiamo capire come possiamo attuare i meccanismi per metterli in pratica.

È la carità che ci ha portato, nella migliore delle ipotesi, all’attuale stato delle cose. Certo, la carità ha garantito e continua a garantire che un buon numero di persone possa mangiare (non tutti quelli che hanno fame, tra l’altro. Non in tutto il pianeta, tra l’altro), mentre i governi, prigionieri del grande capitale internazionale, cercano in certi casi e come possono, di legiferare affinché quelle briciole che cadono dal capitale siano distribuite nel modo più equo possibile.

I diritti umani come superamento della carità che ci ha portato allo stato attuale delle cose

Ma se facciamo sul serio, parliamo di diritti.

Per farlo, la prima cosa da mettere in discussione è la concentrazione della ricchezza, una ricchezza che si accumula in modo scandalosamente immorale nelle mani di pochi, mentre in molti soffrono la fame. La maggioranza della popolazione a livello planetario non ha le condizioni minime per una vita dignitosa, condizioni negate da chi questa ricchezza la accumula. È assolutamente immorale che un solo essere umano, uno solo, in questo momento, soffra la fame con la quantità di ricchezza disponibile.

Se si dovesse realizzare un reddito di base universale, si metterebbe subito fine alla fame nel mondo e, naturalmente, si comincerebbero a mettere in pratica e a sviluppare gli articoli 22, 23 e 25.1 della Carta dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Il che costituirebbe un progresso nella redistribuzione della ricchezza e, di conseguenza, ne guadagneremmo in giustizia sociale.

Ma oltre a porre fine alla fame nel mondo, un reddito di base permetterebbe di promuovere altri diritti in tutto il pianeta: il diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione…

In altre parole, faremmo progressi significativi nel fornire pari opportunità per tutti…e con questo, otterremmo libertà.

È evidente l’effetto domino che inciderebbe sull’attuazione di altri diritti che, come tutti sappiamo, oggi sono carta straccia per la maggioranza della popolazione a livello planetario.

Se ci venisse assicurato il diritto alla sussistenza (cibo, acqua, alloggio, energia…), saremmo liberi di discutere le condizioni di un lavoro, per esempio.

Immaginate come cambierebbe la situazione delle donne, non solo perché non dovrebbero dipendere, per esempio, da un partner o da un ex-partner (a volte violento, tra l’altro), che sarebbe già molto, ma perché verrebbero riconosciute per l’inestimabile contributo del lavoro di assistenza che svolgono, di solito mal retribuito o non retribuito affatto. Il lavoro di assistenza è essenziale per la vita. Un lavoro che di solito viene svolto da donne e anche da ragazze molto giovani.

Penso, spero che i grandi difensori del lavoro non pensino che anche i bambini debbano trovarsi un lavoro per vivere dignitosamente o per meritare il diritto di sopravvivere

E qui entriamo nel capitolo sul lavoro minorile. Parlavamo del lavoro di assistenza, che spesso viene svolto da giovani ragazze.

Ma c’è anche l’occupazione svolta da bambini e bambine. Sto parlando di sfruttamento minorile.

Penso che gli appassionati difensori del lavoro come mezzo di sussistenza (perché il contrario genera pigrizia – dicono – o perché il lavoro è ciò che dà dignità all’essere umano, ecc.), dicevo suppongo, spero che i grandi difensori del lavoro non pensino che anche i bambini debbano trovarsi un lavoro per vivere dignitosamente o per meritare il diritto di sopravvivere.

Oppure crediamo che quando i bambini non sono bianchi, o non sono stati generati in alcune aree del pianeta, dovrebbero avere meno diritti?

Possiamo immaginare per un momento, solo per un momento, quante opportunità si aprirebbero ad un bambino che lavora per un piatto di cibo, o che è pagato meno di un dollaro al giorno per lavorare 10, 12, 14, 16 ore…potendo disporre di un reddito di base?

Quali opportunità si aprirebbero a una ragazza che è costretta a sposare un uomo che ha due, tre volte o più la sua età e che rimane incinta non appena ha una possibilità naturale di farlo? Quali opportunità si aprirebbero a quella ragazza se ne avesse i mezzi, se avesse un sostentamento garantito fin dalla nascita?

Perché tutta questa storia del matrimonio infantile sembra venire giustificata dal discorso che lo propone come un fatto culturale. Chiaramente è culturale, e non naturale; queste sono pratiche culturali, sì, ma dipendono fortemente dalla condizione di povertà e di miseria della ragazza che è condannata a sposarsi perché la sua famiglia non può mantenerla o perché la sua famiglia possa mangiare.

Riuscite a immaginare se a tutti quei bambini venisse data la possibilità di realizzarsi al massimo, come gli esseri sacri che sono?

Ma lasciamo questo capitolo così doloroso della storia dell’umanità, nel quale purtroppo ci troviamo e che produce inoltre tanta ricchezza, per citare invece alcuni altri diritti che potrebbero venire sviluppati dall’attuazione di un reddito di base.

…senza il diritto alla sussistenza, tutti gli altri diritti vengono messi in discussione.

Parlo del diritto alla libertà di pensiero e di credo, alla libertà di espressione, alla libertà di informazione…tutti influenzati dall’avere o meno un sostentamento garantito.

Vedete, senza il diritto alla sussistenza, tutti gli altri diritti vengono messi in discussione.

Potremmo citare anche altri diritti: il diritto alla riparazione storica, che coinvolge, oltre alle donne e ai bambini, interi popoli e intere regioni del pianeta. Popoli schiavizzati, popoli saccheggiati, popoli condannati a nascere, crescere, vivere in pessime condizioni e morire in mezzo a guerre che facilitano questo saccheggio, che li condanna alla miseria, alla malattia e alla morte.

Come cambierebbe la vita di tutte queste popolazioni se i loro mezzi di sussistenza fossero assicurati!

Amici, la ricchezza – che cresce ogni giorno di più grazie al contributo di tutti – permetterebbe a tutta l’umanità di vivere in condizioni di vita dignitose, con maggiori opportunità per tutti in tutti i campi, con maggiore giustizia sociale e maggiore libertà. Ci aiuterebbe, come società planetaria, nel cominciare a costruire il mondo a cui la maggior parte delle persone aspira.

Parte di questa aspirazione si rifletteva sulla carta nel 1948. Questa Dichiarazione dei Diritti Umani può cominciare a prendere forma per tutta l’umanità se iniziamo col garantirne la sopravvivenza. E questo può essere fatto con una misura quale un reddito di base individuale, incondizionato, universale e adeguato.

Oggi è possibile. C’è sufficiente ricchezza, più che sufficiente, una ricchezza che appartiene a tutti.

Quella dichiarazione d’intenti, la Carta dei Diritti Umani, non parla esattamente del mondo ideale a cui aspiriamo, ma se dovesse diventare realtà, sarebbe l’inizio della stesura del primo capitolo di quel mondo. Un mondo in cui l’essere umano può guardare al suo passato e capire che è stato un errore di calcolo il fatto che alcuni si siano impossessati di ciò che appartiene a tutti, e in cui può puntare alla riconciliazione con la propria storia; un mondo in cui ogni essere umano sviluppa il Proposito che lo porta a sentirsi completo e dal quale può contribuire in misura maggiore alla comunità, alla costruzione del noi; un mondo più sereno, un mondo più lucido, con un livello di coscienza più alto, un mondo non violento, un mondo all’altezza dell’essere umano…il mondo che desideriamo e che, peraltro, ci meritiamo.

 

Traduzione dallo spagnolo di Cecilia Costantini. Revisione di Silvia Nocera

Categorie: Diritti Umani, Opinioni
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