Medio Oriente, il tallone d’Achille dell’intelligence

19.05.2020 - Bagdad, Iraq - Redacción Argentina

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Medio Oriente, il tallone d’Achille dell’intelligence
(Foto di Priyam Patel/pixabay)

Introduzione

È normale affermare che il Medio Oriente è il tallone d’Achille del mondo. Non è normale, però, che dopo tanta attenzione, zelo e sorveglianza su questa zona, improvvisamente appaiano nuovi concorrenti che non solo competono con le influenze occidentali, ma si avvalgono anche di nuovi strumenti, meno classici di quelli utilizzati finora. Mi riferisco alla Cina.

Per comprendere le dimensioni di un conflitto di cui a malapena percepiamo la punta dell’iceberg, cercheremo di analizzare, punto per punto, le sue problematiche e il concorso delle confluenze propulsive di ogni avversario.

Cina

Nonostante la Cina volesse solo vendere computer, come assicurava Zheng Bijian, in realtà stava emergendo come una concorrente importante di un mercato nel quale il liberismo sosteneva di avere il controllo; l’enorme ascesa della Cina infatti l’ha spinta rapidamente al vertice, portandola anche in competizione per l’egemonia economica, aspetto sconveniente per il liberismo. Il liberismo esiste per imporsi come produttore, non per permettere ad altri di approfittare della sua ideologia liberista e competere con lui allo stesso livello. Sembra che improvvisamente l’entusiasmo cinese abbia superato il suo apice, partendo da una produzione secondaria per poi competere nelle industrie pesanti, persino nell’aeronautica e nel settore aerospaziale.

Nonostante la Cina sia una produttrice di petrolio, il suo consumo si è evoluto con la sua crescita, arrivando persino a duplicarsi in un decennio. Nel 2007, il consumo era pari a 7784 milioni di barili al giorno, nel 2018 è salito a 13.524 milioni, sempre mantenendo la sua capacità produttiva locale a circa 3,8 milioni. Ovvero, è arrivata ad una necessità di circa 9,3 milioni di barili al giorno. Quasi il triplo della sua produzione nazionale, per non parlare della sua espansione nell’ambito delle energie rinnovabili. In altre parole, pur avendo fonti energetiche variabili, la sua dipendenza dai paesi esteri aumenta ogni giorno.

Questo feroce boom cinese era già stato avvertito da Napoleone Bonaparte, considerato come il suo visionario occidentale. Durante un incontro che ebbe con Lord Mcartney, l’ambasciatore di Giorgio III d’Inghilterra in Cina, Napoleone discusse degli interessi dei francesi in Asia. Lord Mcartney gli comunicò dunque il brusco messaggio che l’imperatore cinese Quianlong gli aveva trasmesso e che lo aveva stupefatto: «noi cinesi non abbiamo alcun bisogno della produzione britannica»; a quel punto Napoleone avvertì l’ambasciatore con le seguenti parole: «la Cina è un gigante addormentato, lasciatela dormire, perché al suo risveglio il mondo tremerà» (di Spinoza, 2010 : 44). Queste parole sono state riprese dal presidente cinese Xi Jinping nel 2014, il quale affermò che il risveglio cinese sarebbe stato come quello di un leone pacifico, amichevole e civilizzato. Sembra che anche in questo la Cina sia diversa dall’occidente, infatti, quello che comunemente consideriamo come il leone feroce, in Cina è pacifico, amichevole e civilizzato.

La piaga americana in Medio Oriente

La politica americana è stata infastidita dalla questione mediorientale. Il suo investimento in Medio Oriente non ha avuto nulla a che fare con l’ipoteca europea. Il Piano Marshall, con il quale gli Stati Uniti hanno salvato il vecchio continente dalla seconda guerra mondiale, è costato appena 12 miliardi di dollari americani di allora, pari a circa 100 miliardi di dollari attuali, cosa che ha avuto ripercussioni incalcolabili in tutto il mondo, e in modo significativo per gli Stati Uniti. L’America ha creato un’economia globale che è servita da trattore politico e da diga contro le vessazioni delle guerre mondiali, ha condotto le convergenze militari dell’URSS a proprio vantaggio, e ha finito per promuovere l’alleanza nordatlantica; ha così mantenuto l’Europa nel lato occidentale dell’asse liberale contro l’alleanza di Varsavia. Infine, pur non condividendo personalmente questa prospettiva, è stata promotrice dell’unità d’Europa e del germoglio della futura Unione Europea (Rostow, 1997). Anzi, ritengo che in questo modo gli Stati Uniti abbiano offerto un biglietto agli obbedienti stati europei sul treno americano, sempre capitanato da loro.

Tutto quell’enorme beneficio non può essere comparato con l’altro grandissimo investimento americano, quello del XXI secolo. Il costo generato della sua avventura militare diretta in Iraq e Afghanistan tra il 2001 e il 2019 ammonta a 590 miliardi di dollari (Crawford, 2018). Ovvero, 49 volte il costo del Piano Marshall. Tuttavia, né l’Afghanistan, né l’Iraq stanno rendendo le cose facili agli americani.

Si sono scontrati con i Talebani afghani nel 2001, e hanno finito per stringere un patto con loro nel 2019, esausti per non essere riusciti a sradicarli, né a imporre un altro governo più affine ai propri interessi. In Iraq la situazione sembra essere peggiore che mai. Tutti gli investimenti americani non hanno fatto altro che rafforzare l’Iran e la Turchia, gli unici due a beneficiare degli investimenti americani, che hanno anche aggravato la pessima immagine americana nel resto del mondo arabo e islamico. A causa del rafforzamento turco-iraniano si sono indeboliti gli altri paesi arabi, soffocati dai nuovi concorrenti: la Turchia, con i suoi rancori coloniali ottomano-imperialisti, e l’Iran con la sua sanguinosa espansione ideologica, rafforzati dagli investimenti esorbitanti del Piano Marshall arabo.

L’intervento americano, spinto principalmente dalla sua intelligence, è andato particolarmente male. L’Iraq non solo è stato disertato dai ranghi americani, ma è stato anche colonizzato dall’Iran, che ha finito per essere notoriamente rafforzato dall’intervento statunitense. Qualsiasi tipo di sanzione americana nei confronti dell’Iran non ha più senso né efficacia. L’Iraq è diventato il fronte commerciale dell’Iran, oltre a essere un grande mercato per la sua industria. L’Iran, che è soggetto alle restrizioni americane, importa ed esporta tutti i prodotti attraverso l’Iraq. Lo pseudo-stato iracheno è finito per essere la fedele copertura iraniana per il mondo.

Ma sembra che l’intima alleanza irano-irachena ora si sia spinta oltre il colonialismo ideologico. Adesso l’Iraq sta cercando di competere con gli Stati Uniti non solo nell’ambito dei suoi interessi, ma anche in altri settori e aree. Nell’agosto del 2019 il governo iracheno ha stipulato un accordo di investimento e modernizzazione dell’industria petrolifera irachena con la Cina. Un accordo a vita che conferisce alla Cina l’accesso alle risorse di cui ha bisogno. Ovvero, con la modernizzazione della capacità produttiva irachena, nel 2023 l’Iraq raggiungerebbe la produzione di circa nove milioni di barili al giorno, esattamente ciò di cui la Cina ha bisogno per assicurarsi la sua eventuale indipendenza energetica. Per di più, la Cina comprerebbe il petrolio in Yuan cinesi, lo pagherebbe attraverso un conto corrente aperto in Cina, e i soldi sarebbero destinati a investimenti di infrastrutture in Iraq attraverso aziende cinesi. In altre parole, il business perfetto per la Cina, e dannoso a tutti i livelli per gli USA, che perderebbero inoltre le loro vendite di petrolio, essendo i fornitori del 20% del petrolio di cui la Cina ha bisogno.

Nel 2017 il saldo delle operazioni petrolifere americane in Cina ammontava a 3810 miliardi di dollari, che ora perderebbe a causa dell’alleanza iracheno-cinese. In più, la Cina otterrebbe la supervisione della valuta, poiché tutte le operazioni verrebbero effettuate in yuan, immesse in banche cinesi e ne otterrebbero beneficio le aziende cinesi. Quale ulteriore danno potrebbero aspettarsi gli USA dopo la loro enorme operazione bellica?

A tutto ciò si aggiungano la notevole vicinanza geografica dell’Iraq alla Cina, il suo coinvolgimento con l’Iran, le risorse che esso rappresenta, e la grande possibilità di creare un gasdotto diretto con la Cina, evitando così il passaggio critico marittimo dello stretto di Malacca, il tallone d’Achille cinese che gli Stati Uniti stanno calpestando. Ci sono sufficienti ragioni per infastidire gli americani, oltre che per mostrare, ancora una volta, quanto sia volatile il paradigma della loro intelligence.

Il nuovo paradigma americano

Gli Stati Uniti hanno iniziato a smantellare il loro scudo missilistico sul suolo turco alla fine del 2015. In primo luogo perché la Turchia non ha più utilità strategica nei confronti della Russia. Non perché la Russia non sia più una minaccia, ma perché la NATO e l’UE si sono espanse con l’ingresso delle repubbliche slave nel 2004, molto più rancorose nei confronti della Russia rispetto alla Turchia e quindi elementi migliori da manipolare. Inoltre, perché gli Stati Uniti hanno già delle basi proprie in Iraq, per cui hanno già basi a sufficienza condivise con la NATO in Turchia.

Questo è stato un ragionevole incentivo per avvicinare la Turchia alla Russia, dalla quale ha acquistato i suoi S400. Non si tratta di un cambiamento di paradigma, bensì di un radicale colpo al paradigma. Un membro che a suo tempo era il più critico della NATO nei confronti dell’URSS, si vede smontare all’improvviso il suo scudo aereo e viene abbandonato al suo destino, finendo con l’acquistare uno scudo dalla stessa Russia, lasciando in dubbio su quale sia il paese contro il quale possa essere utilizzato.

Un cambio di prospettive, ma anche di regole del gioco. Negli ultimi due decenni, l’Arabia Saudita è diventata il miglior cliente dell’industria bellica. È passata dallo spendere un ammontare di 391 milioni di dollari nel 2008 a 3760 milioni nel 2019. Nonostante ciò, e oltre ad essere presenti in Arabia Saudita cinque basi militari americane, con lo scudo antiaereo “patriot” installato, un drone iracheno è riuscito a penetrare nel suo territorio, sferrando un attacco senza precedenti ai suoi impianti petroliferi, i più immensi del mondo, nel settembre 2019, riuscendo anche a fuggire senza essere intercettato.

Da parte sua, l’Iran ha continuato a essere mimetizzato a livello internazionale dall’Iraq, e le sue importazioni militari sono una chiara dimostrazione di questa copertura. Tra il 1998 e il 2003, anno dell’invasione dell’Iraq, le sue importazioni di armi oscillavano tra i 381 e i 282 miliardi di dollari, ma da allora sono crollate drasticamente. Nel 2004 sono scese del 50% e nel 2005 sono nuovamente diminuite del 50%, per un totale di appena 57 milioni, poiché si riforniva dal suo delegato, l’Iraq, che importava le armi passandole in mani iraniane. Tuttavia, l’Iran manteneva il suo unico fornitore internazionale dichiarato, la Russia, che nel 2016 ha incassato 413 miliardi di dollari per l’approvvigionamento dell’Iran.

Misteriosamente, l’Iraq è rimasto lo spazio di libero passaggio degli avversari. È passato da una spesa militare pari a zero nel 1998 a 378 milioni di dollari nel 2008 e a 1789 milioni di dollari nel 2016, continuando però ad essere uno pseudo-stato, senza sovranità né integrità territoriale. Ha perso il 30% del suo territorio nel 2014, occupato da un centinaio di miliziani paramilitari, che in seguito si sono proclamati un nuovo Stato, il DAESH (2014-2017).
Senza contare l’altro terzo del suo territorio, il Kurdistan, che gode di una sovranità de facto dal 1991 e la cui costituzione del 2005 ha potuto solo riconoscere lo status quo. In altre parole, anche l’altro terzo del suo territorio è al di fuori della sua sovranità, ed è altamente militarizzato, con una vasta base militare americana e armi sofisticate. Tutto ciò è misteriosamente privo di qualsiasi documentazione. Infatti, nemmeno il SIPRI si è preso la briga di documentare i suoi armamenti, non appare infatti sotto alcun indice come entità importatrice di armi.

È opportuno sottolineare che le importazioni di armi in Iraq nel 2016 erano pari a 1789 milioni di dollari, di cui circa la metà provenienti dagli USA, e 352 milioni dalla Russia. Nel 2018 invece, erano pari a 40 milioni dagli USA e a circa 493 milioni di dollari dalla Russia, mentre nel 2018 erano 175 milioni provenienti dalla Russia e zero dagli Stati Uniti. Iniziava così a prodursi la rottura, e i conseguenti fastidi.

La novità degli USA è stata l’annuncio, nel settembre 2019, della loro intenzione di ridurre i propri scudi antiaerei in Arabia Saudita. In quel momento molti l’hanno considerata una tattica per esercitare pressioni sull’Arabia Saudita con il fine di raggiungere un qualche obiettivo politico-commerciale, proprio perché quell’annuncio era stato fatto dieci giorni dopo l’attacco dei droni iraniani alle strutture saudite, mentre gli scudi non li hanno rilevati né si sono attivati, o così sembrava.

Da allora, sembra che per la prima volta l’Arabia Saudita abbia effettuato il primo acquisto di armi alla Russia, anche se per un valore iniziale di 6 milioni di euro. Si tratta della prima operazione storica di acquisto di armi russe da parte del regno saudita, da quando vi sono registri nel SIPRI. Ora sembra che gli Stati Uniti siano decisi a portare avanti lo smantellamento dei loro scudi. Nel maggio 2020, in piena pandemia mondiale, gli USA hanno annunciato l’inizio dello smantellamento di questi sistemi di difesa aerea, che tanto sono costati, e che non sono serviti né ad intercettare il drone iraniano, né a seguirlo, né ad avvertire della sua presenza.

La domanda retorica quindi sarebbe: se gli Stati Uniti, dopo decenni di insediamento, si stanno ritirando dal Golfo, a chi pensano di lasciarlo? Alla Russia? E se fosse così, è normale che l’Arabia Saudita vada in Russia ad acquistare gli S400 come ha fatto la Turchia? In questo caso allora, quale sarebbe il motivo? E da chi dovrebbe proteggersi? Il nemico saudita è l’Iran, rifornito a sua volta dalla Russia: quale scenario potrebbe prospettarsi se la Russia finisse a fornire armi ad entrambi gli avversari? Questi S400 servirebbero davvero ad entrambi i contendenti contemporaneamente?

Va sottolineato l’argomento della ritirata americana, dettato dalla necessità strategica di collocarlo in altri punti legati ai loro interessi. Ovvero, restringere il campo di azione della Cina, che è la nuova angoscia americana. In questo caso, gli USA sono interessati a restringere l’assedio nello stesso territorio della Cina, delimitato dai punti strategici americani, oltretutto lontani dal proprio stesso territorio. D’altra parte, la Cina è interessata ad ampliare questo recinto, e possibile campo di confronto, lontano dai propri confini; il golfo arabo sarebbe lo scenario di scontro perfetto, se soltanto la Cina riuscisse ad assicurarsi l’approvvigionamento energetico dal nord, come pianificato, avendo così le spalle coperte dal suo tradizionale alleato e avversario degli Stati Uniti, la Russia, oltre a riuscire ad appropriarsi del petrolio dall’Iraq: lo taglierebbe all’India, fedele alleato dell’America, scomodo vicino della Cina, e principale cliente del petrolio iracheno.

Epilogo

Sembra che gli americani abbiano recuperato il loro vecchio modello di intelligence. Dall’ottobre del 2019 hanno dato impulso in Iraq a disordini popolari che, nel giro di poche settimane, hanno portato alle dimissioni del primo ministro iracheno, affine all’Iran. Ma l’affinità irachena nei confronti dell’Iran non è di un solo primo ministro, bensì di tutta l’oligarchia politica, che gli americani stessi hanno rafforzato in seguito all’invasione. Infatti hanno segregato la società irachena in tre strati etnico- ideologici: i curdi, dei quali hanno sostenuto l’autonomia nel nord; i sunniti arabi, chiamati asse del male, che hanno escluso in modo assoluto per essere stati sostenitori del vecchio regime e oppositori dell’invasione; e gli sciiti, che hanno rafforzato in modo significativo consegnandogli tutto il potere e che sono finiti nelle braccia dell’Iran, loro patriarca ideologico.

Per risolvere il problema, il 2 gennaio 2020 hanno sferrato il secondo scacco con l’annientamento del generale della guardia repubblicana iraniana, durante un viaggio apparentemente non ufficiale in Iraq, insieme a un altro alto comando paramilitare iracheno. In altre parole, hanno ottenuto molto più che due piccioni con una fava. E’ successo nel decisivo momento in cui il si dimetteva il primo ministro che aveva firmato l’accordo con la Cina e in cui l’Iran negoziava la sua sostituzione. Quindi è stata liquidata la leadership iraniana, e il suo rappresentante iracheno. Tutto questo per spingere alla sua sostituzione con un altro, che non è stato solo apparentemente molto affine agli Stati Uniti, ma anche il loro agente, rappresentante e portavoce in diverse missioni in Iraq. In altre parole, sono riusciti a sceglierlo personalmente, imponendo la sua elezione al di sopra dell’Iran, che lo stava facendo dal 2005.

Adesso non ci resta che aspettare la prossima mossa. Che succede con l’accordo di investimento cinese in Iraq? E se ora il nuovo governo filo-americano iracheno lo affondasse, quale sarebbe la posizione dell’amichevole e civile leone cinese? Senza dimenticare la recente mossa dell’intelligence americana di raccogliere prove, dice, per imputare alla Cina la responsabilità per la sua negligenza nella gestione dell’attuale pandemia, che è solo la punta dell’iceberg.

di Samer ALNASIR @SamerAlnasir

Bibliografia.

  1. De Espinosa, Lamo (coord). Europa después de Europa. Madrid: Academia Europea de Ciencias y Artes, 2010.
  2. Rostow, Walt. «Lecciones del Plan Marshall». Política Exterior, Vol. 11, No. 58 (Jul. – Aug., 1997), pp. 173-180.
  1. Zheng Bijian, «China’s «Peaceful Rise» to Great Power Status», Foreign Affairs, 5, 2005, p. 22.

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Cesta

Categorie: Economia, Internazionale, Medio Oriente, Questioni internazionali
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