La “guerra” alle ong nel Mediterraneo per favorire i profitti dei traffici illeciti del “mare di mezzo”?

07.11.2018 - Andrea Intonti

La “guerra” alle ong nel Mediterraneo per favorire i profitti dei traffici illeciti del “mare di mezzo”?
(Foto di Jugen Rettet)

Oggi, 20 settembre 2018, uno degli obiettivi politici di molti governi europei sembra pienamente raggiunto: il Mediterraneo centrale è privo di presidi umanitari, di imbarcazioni destinate a prestare soccorso, di mezzi attrezzati e personale formato al fine di salvare vite umane[1]

«Le ong complici degli scafisti» è stato – ed è – il leit-motiv di parte della politica e della magistratura, oggi nell’area di governo. Accuse senza prove, processi mediatici che crollano alla prova delle evidenze giudiziarie e che hanno un obiettivo tanto chiaro quanto pericoloso: sgombrare il Mediterraneo non tanto da chi “aiuta i migranti” quanto da osservatori indipendenti su quanto accade nel “mare di mezzo”.
Perché mentre l’attenzione è focalizzata sugli sbarchi dalla Libia, il Mediterraneo rimane zona di ampi commerci, e tra una tonnara e uno yacht turistico non è difficile incappare in traffici di gasolio, droga o armi.

Oltre a fibre d’amianto, finto olio extravergine d’oliva e anticrittogamici – poi utilizzati per i ciucci importati dalla Cina[https://www.lastampa.it/2016/08/14/italia/armi-amianto-e-droga-la-rete-colabrodo-dei-porti-italiani-jscsCzMsPFJHXsGE6N3dPO/pagina.html] – dai 450 porti del Mediterraneo passa oggi il 30% degli scambi commerciali globali – in aumento costante negli ultimi 15 anni – e il 25% del commercio petrolifero mondiale. Dati che danno al “mare di mezzo” un ruolo strategico nello sviluppo dell’”economia blu” dell’Unione Europea e della “Belt and Road Initiative” della Cina, che nel solo 2017 ha investito nell’area 4 miliardi di euro.
Traffici illeciti – soprattutto armi e polvere da sparo – sono attivi nel Mediterraneo fin dal XVI secolo, quando è già in voga la pratica dei finti naufragi usati all’epoca per frodare le dogane ed oggi per interrare rifiuti tossici.

Per approfondire:
• Crescita blu – Commissione Europea, Affari marittimi https://ec.europa.eu/maritimeaffairs/policy/blue_growth_it;
• Perché l’economia blu è un’opportunità per l’Europa – Maria Cristina Pedicchio, Formiche.net, 26 agosto 2018 https://formiche.net/2018/08/blue-growth-opportunita-europa/;
• Perché le coste (del Mediterraneo) sono una risorsa da non lasciarsi scappare – Formiche.net https://formiche.net/2018/08/economia-mediterraneo-investimenti/ ;
• La nuova centralità del Mediterraneo – Sole24Ore https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-26/la-nuova-centralita-mediterraneo-210810.shtml?uuid=AEBhAsZC;
• Mediterraneo, punto strategico di incontro tra “Belt” and “Road” – Alessia Amighini, Ispionline.it, 21 luglio 2017 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/focus-mediterraneo-punto-strategico-di-incontro-tra-belt-e-road-17222;
• Quanto conta il Mediterraneo per la Cina? La mappa dei porti – InfoData Sole24Ore, 26 luglio 2017 http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/07/26/quanto-conta-mediterraneo-la-cina-la-mappa-dei-porti/?refresh_ce=1;

Quelle navi a largo di Malta

Marsa, La Valletta, capitale dell’Isola di Malta: è qui, tra i pescherecci del molo Il-Mol Tal Pont che navi-cargo battenti bandiera di Panama, Cipro o delle Isole Marshall passano dai carichi di armi, droga o gasolio a quelli di cemento e rottami senza cambiare carico ma, semplicemente, falsificando i documenti di carico e scarico.
Per dare l’ampiezza di questo fenomeno basti considerare che dei 9.000 mercantili arrivati sulle coste europee nel solo gennaio 2016 ben 5.500 hanno viaggiato sotto “bandiere di convenienza”[https://www.corriere.it/reportage/esteri/2016/quelle-petroliere-fantasma-dalla-libia-allitaliai-traffici-nel-mediterraneo-e-i-big-data-per-tracciarli/?refresh_ce-cp], necessarie anche a nascondere che 54 di esse sono partite da Paesi in guerra come Siria, Libano e soprattutto Libia, uno degli snodi principali di questa “autostrada mediterranea dei traffici illeciti”.

Nei decenni sono cambiati i nomi dei trafficanti e delle imbarcazioni, così come degli investigatori e dei giornalisti che hanno dato loro la caccia, ma due aspetti sono rimasti costanti:
• la droga si paga in armi, usate come moneta anche nei traffici di esseri umani e rifiuti e considerato mercato “collaterale”;
• migranti, armi e droga seguono le stesse rotte mediterranee.

Traffici illeciti nel Mediterraneo: le rotte

Proprio quella delle armi è la rotta più difficile da monitorare: essendo beni durevoli possono essere trafficati più volte, così da poter essere usati in più conflitti, un aspetto ben evidenziato da Andrew Niccol nel film “Lord of War” (2005, trailer https://www.youtube.com/watch?v=ACJBtrUZOUs). L’analisi realizzata dal progetto “Fire”[2][pdf ] vede nei Balcani lo snodo principale del traffico di armi nel quadrante mediterraneo, data la presenza dei depositi usati fin dal termine della Guerra Fredda. Da qui le armi prendono la via dei conflitti in Africa – soprattutto via aerea, come negli anni ’80 avrebbero probabilmente mostrato le indagini di Mauro Rostagno intorno all’aeroporto militare di Kinisia (Trapani) – e verso il Medio Oriente, che serve anche come area di riciclaggio dei proventi illeciti (Dubai). Aree da cui le armi transitano o si fermano – tra 2010 e 2015 il 26% è infatti stato sequestrato in Europa Meridionale (35% nell’area occidentale)[3] – anche in Italia, Spagna e Grecia.

Tre Paesi che rappresentano i tre punti di ingresso in Europa per il traffico di esseri umani, come denuncia il “Global study on smuggling of migrants 2018” dell’Unodc, l’Ufficio delle nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc): le enclave di Ceuta e Melilla tra Marocco e Spagna (rotta dell’Africa orientale), così come i passaggi attraverso Lesvos, Chios e Samos lungo il (poco usato) confine tra Turchia e Grecia rappresentano gli ingressi via terra nella rotta orientale verso l’Europa – sviluppata attraverso il Corno d’Africa e che vede in Istanbul un punto di raccordo per i migranti da Medio Oriente, Africa e Asia – il cui ingresso principale rimane però quello via mare tra Tangeri (Marocco) e Tarifa (Andalusia, Spagna) e soprattutto nel Mediterraneo centrale, attraverso quella Libia che divide il potere tra i traffici delle tribù del Fezzan – che dall’aprile 2017 collaborano con l’Italia grazie all’accordo con l’ex ministro degli Interni Marco Minniti[https://www.lastampa.it/2017/04/02/esteri/libia-le-trib-del-sud-siglano-la-pace-e-si-impegnano-a-bloccare-i-migranti-qzNs23DGe0OSdJi7G285FK/pagina.html] – e lo scontro, eterodiretto, Tripoli-Tobruk. Da Sabrata, Zuwarah o Tripoli partono le navi cariche di migranti sotto il controllo di trafficanti come Abd Al-Rahman Al-Miland o Ahmed al-Dabbashi [https://www.avvenire.it/attualita/pagine/lonu-ecco-la-lista-nera-dei-trafficanti] – assoldati in favore dei progetti occidentali sulla Libia, come nel tempo hanno dimostrato varie inchieste giornalistiche. Da Zuwarah partono anche carichi di droga e, dirette alle raffinerie siciliane, navi cisterna caricate con il gasolio rubato dalla raffineria di Zawyia – 40 km da Tripoli e sotto il controllo della National Oil Company, compagnia petrolifera del governo di Fayez al-Sarraj e partner locale Eni.

Dalla Libia passa anche la cocaina proveniente dal continente americano, che fa tappa intermedia tra Ghana, Costa d’Avorio, Capo Verde e le Isole Canarie, dove si stanno formando gruppi criminali autoctoni dediti al traffico di droga per poi entrare in Europa attraverso porti come quello di Castellón de la Plana (Valencia), Genova, Napoli o Gioia Tauro, il più grande terminal commerciale del Mediterraneo e noto, a livello investigativo, per essere uno dei porti principali dell’”autostrada dei traffici illeciti” nel Mediterraneo.[https://www.linkiesta.it/it/article/2017/02/10/la-porta-della-cocaina-in-europa-il-porto-di-gioia-tauro/33189/]
L’Africa orientale vede invece svilupparsi la rotta per eroina e hashish provenienti dall’area asiatica attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, tratto di mare tra Yemen e Gibuti usato anche per il passaggio di migranti. Lungo questa rotta la droga attraversa il Mar Rosso e il Canale di Suez – dove è fallito il piano di sviluppo voluto dal Presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi – sfruttando la scarsa attenzione dei controlli anche per la presenza della pirateria somala e della guerra in Yemen, dove l’importante ruolo giocato dalle bombe prodotte a Domusnovas (Sardegna)[https://www.omissisedz.info/2017/07/armi-guerra-le-relazioni-pericolose.html], rende all’industria bellica italiana poco conveniente pacificare l’area.

Chi gestisce i traffici illeciti del “mare di mezzo”?

È evidente, infatti, come il traffico di esseri umani (32 miliardi di euro di profitto annuo, di cui 253 milioni dalla sola Libia) non nasca principalmente per soddisfare la domanda “di una vita migliore” delle popolazioni dei Paesi più poveri del mondo, così come il traffico di droga[4] non serve solo allo sballo di una certa borghesia delle “città bene” né quello delle armi (76-90 miliardi per il mercato illecito; 1.739 miliardi di spese militari per il 2017) per la sola difesa personale: li chiamiamo traffici per evidenziarne il valore immorale e criminale, ma nella realtà dei fatti parliamo di mercati, cioè di rapporti economici fatti di domanda e offerta.

Gruppi terroristici come Daesh – molto attiva nel traffico di opere d’arte, che ha un giro d’affari inferiore solo ai traffici d’armi, stupefacenti e prodotti finanziari [https://www.corriere.it/cronache/17_giugno_22/legge-che-mette-cella-76cdf768-578e-11e7-8b4d-3cd144754bfb.shtml + https://www.osce.org/it/magazine/292856] – signori della guerra e grandi aziende produttrici di armi (per l’Italia Leonardo e Beretta [https://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/05/fucili-e-radar-il-doppio-affare-della-lobby-delle-armi-sulla-pelle-dei/31087/]), governi e gruppi della criminalità organizzata: è da qui che arriva l’offerta del mercato dei traffici illeciti.

Le armi, evidenzia il rapporto Fire[5], sono in mano oltre che alle mafie tradizionali italiane – in primis la ‘ndrangheta – attive soprattutto tra Italia, Croazia e Spagna anche alle mafie albanesi (attive in Albania, Grecia e Italia); balcaniche (Croazia, Grecia, Italia, Serbia, Spagna) e a gruppi della mafia turca, russa e georgiana che, come le mafie italiane, operano soprattutto tra Italia e Spagna oltre che in Grecia. A gestire i flussi, che partono comunque dal mercato legale attraverso furti, obsolescenza o falsificazione di documenti sulla destinazione d’uso (“end-user“ certificate), è un ristretto gruppo di trafficanti, «meno del 10% di questi è responsabile del 70% dei traffici»[6]. Tra questi, indagini realizzate nel 2017 hanno accertato il coinvolgimento delle ‘ndrine dei Molé, dei Gallace (rispettivamente 53 e 25 arresti in un traffico d’armi Europa-Africa nel novembre 2017), dei Pesce, Bellocco o degli Strangio, mentre nell’ottobre dello scorso anno l’operazione “Rosa dei Venti” ha portato la Guardia di Finanza della provincia di Ragusa a smantellare un sodalizio italo-albanese nel quale è stato coinvolto l’ex ministro degli interni albanese Saimir Tahiri[ http://sicurezzainternazionale.luiss.it/2017/10/24/albania-traffico-internazionale-stupefacenti-imbarazza-governo/] e attivo anche nel traffico di droga. Armi che sono uno dei pilastri dell’attività della pericolosa – e ignorata – mafia pugliese, coinvolta attraverso i clan foggiani, della provincia Barletta-Andria-Trani e del sanseverese (LiberaInformazione: http://www.liberainformazione.org/2017/08/20/la-mafia-foggiana-e-il-rischio-di-perdere-il-filo-degli-eventi/ Tpi: https://www.tpi.it/2017/03/06/mafia-foggiana-puglia-pericolosa-cosa-nostra-ndrangheta/).

Negli anni ’90 è proprio la Puglia, insieme a Calabria e Sicilia, a trasformare una necessità in business miliardario (35 miliardi di dollari) e, soprattutto, in traffico illecito: sono gli anni in cui il traffico di esseri umani viene fatto con le piccole e veloci imbarcazioni che i clan di Valona [http://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/232-crisi/66101-l-evoluzione-della-criminalita-albanese-in-italia.html] fermano prima di arrivare alla costa – una lezione imparata grazie al contrabbando di sigarette con i clan mafiosi italiani – e delle grandi navi riprese dai telegiornali a portare in Italia i cittadini albanesi che, dopo la caduta del regime di Enver Hoxha, si muovono lungo la rotta adriatica, mentre dai porti di Capo Bon e Monastir (Tunisia) arrivano, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, quei migranti africani che, un decennio dopo, prendono la via della Libia che Mu’ammar Gheddafi trasforma in un hub per un moderno commercio degli schiavi per assicurarsi potere e affari con l’Europa.
In questo passaggio il paradigma muta profondamente su entrambe le sponde del Mediterraneo; con i barconi che nella strategia dei trafficanti – oggi ai vertici della Guardia costiera libica – devono essere individuati, e dunque salvati, nelle nuove aree di “Search and Rescue” degli europei, mentre Bruxelles spinge le sue frontiere sempre più a sud, alimentando con soldi e armi i regimi non democratici in Africa e trasformando l’Unione in una vera e propria “Fortezza” Europa.

Il “Global Study” dell’Unodc evidenzia come trafficati e trafficanti siano spesso della stessa nazionalità: emblematico il caso della Nigeria, una delle principali nazionalità dei migranti, in particolare donne e minori non accompagnati, che tentano di attraversare la rotta del Mediterraneo centrale – considerata oggi la più pericolosa al mondo – divenendo spesso vittime di sfruttamento sessuale tanto nel Paese di destinazione che lungo il viaggio. Nigeriana è anche la mafia che negli anni ha conquistato il quasi-monopolio nel traffico di esseri umani. [https://it.businessinsider.com/il-vero-volto-della-mafia-nigeriana-che-ha-in-pugno-la-prostituzione-in-italia/?refresh_ce].
Le operazioni “Glauco” hanno inoltre permesso di individuare uno dei gruppi di trafficanti più ampio e attivo lungo la rotta afro-europea, formato da criminali eritrei di base in Italia ed in grado di spostare migranti tra Africa, Europa e Nord America, mentre nel novembre 2017 gli inquirenti hanno scoperto l’interesse delle ‘ndrine Nicosia e Arena – così come di quelle di Borgia e Vallefiorita (Catanzaro) – nella gestione delle strutture d’accoglienza per migranti, così come il coinvolgimento (operazione “Caronte”, ottobre 2017) di ex contrabbandieri brindisini vicini alla Sacra Corona Unita.

Per approfondire sulle operazioni “Glauco”
• Colpo al business dei migranti, base operativa dei trafficanti di uomini nel Cara di Mineo. Ventiquattro arresti della polizia – Alessandra Ziniti, Repubblica Palermo, 20 aprile 2015 https://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/04/20/news/colpo_al_business_dei_migranti_una_base_operativa_dei_trafficanti_di_uomini_all_interno_del_cara_di_mineo_ventiquattro_arr-112336828/;
• Glauco II, smantellata rete trafficanti di migranti. In centinaia rapiti nel deserto e fatti prigionieri – MeridioNews.it, 20 aprile 2015 https://meridionews.it/articolo/33099/glauco-II-smantellata-rete-di-trafficanti-di-migranti-in-centinaia-rapiti-nel-deserto-e-portati-in-sicilia-il-video/;
• Uccidevano i migranti e ne vendevano organi: la verità del pentito sulla tratta degli esseri umani – RaiNews.it, 4 luglio 2016 http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Operazione-polizia-Glauco-3-inchiesta-DDA-Palermo-Uccidevano-i-migranti-e-ne-vendevano-organi-pentito-sulla-tratta-degli-esseri-umani-0b0e040e-ee29-44ab-8b3f-abb2c2e7069a.html;
• Mafie, ora l’Italia importa quelle straniere: la droga degli albanesi, il riciclaggio di cinesi e russi, la tratta dei nigeriani – Giuseppe Pipitone, il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2017 https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/25/mafie-ora-litalia-importa-quelle-straniere-la-droga-degli-albanesi-il-riciclaggio-di-cinesi-e-russi-la-tratta-dei-nigeriani/3678401/;

Traffico di droga è, da qualche tempo, sinonimo di ‘ndrangheta[https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/ndrangheta-cocaina-droga-1.896032]. Le ‘ndine calabresi hanno sostituito cosa nostra in questo commercio, creando veri e propri sodalizi internazionali come quelli con i gruppi criminali colombiani e messicani – Los Zetas, in primis – che permettono l’arrivo della cocaina (5,7 miliardi di euro di profitto), trafficata soprattutto in polvere o sotto forma base (crack) da Messico, Brasile, Ecuador o Venezuela per poi entrare nel mercato europeo – con modalità che variano dagli aerei agli ovuli fino alle spedizioni postali e alle navi porta-container – dopo aver fatto tappa in Africa Occidentale (Capo Verde, Canarie).
A gestire l’eroina (6,8 miliardi di euro) proveniente da aree come la “Mezzaluna d’oro” (Afghanistan, Pakistan) o il “Triangolo d’oro” tra Birmania, Thailandia e Laos sono soprattutto clan turchi, albanesi e pakistani, spesso in collaborazione con loro e spesso attivi anche in altri traffici illeciti. Alla rotta turco-balcanica, negli ultimi anni si è aggiunta quella che attraversa l’Africa orientale – dove viene inserita nei mercati interni di Tanzania, Sud Africa e Nigeria – per arrivare in Europa attraverso i porti di Amsterdam e Anversa e Gioia Tauro. L’aumento dei morti per overdose[https://www.tpi.it/2017/06/07/perche-aumento-morti-overdose-europa/], denunciano esperti ed inquirenti, testimonia l’aumento del consumo di questa droga nel vecchio continente (Valigia Blu: https://www.valigiablu.it/eroina-giovani/ Tpi: https://www.tpi.it/2017/06/07/perche-aumento-morti-overdose-europa/), che sta diventando sempre più area di transito – e non più destinazione finale – verso paesi come Cina, India o Australia.

Così come per il traffico di cocaina, anche l’eroina viene gestita da cartelli criminali, composti da ‘ndrine calabresi – in particolare del mandamento jonico[7] e dei “Cumps” di Brancaleone, vicino alla ‘ndrina dei Morabito e attivo anche nel traffico di armi[https://www.corrieredellacalabria.it/cronaca/item/63492-banco-nuovo-la-parabola-criminale-dei-cumps/] – clan camorristici come quello dei Nuvoletta – egemone in Spagna – o dei Gallo-Limelli-Vangone, a cui spetta il controllo dei rapporti con i colombiani. Alle mafie tradizionali italiane si aggiunge poi l’attività di gruppi messicani, colombiani, balcanici e nigeriani, cioè il gotha delle mafie mondiali.
Varie indagini – “Praesidium”, “Cinisaro”, “Lupin” tra le altre – hanno evidenziato come le tre grandi mafie italiane si stiano concentrando sempre più su cocaina ed eroina, lasciando il mercato della marijuana a sodalizi tra clan albanesi e garganici (Di Cosola, Parisi) attivi anche nel traffico di hashish tra Italia, Spagna, Portogallo e Marocco.

Traffico di hashish che, nel 2016, grazie all’operazione “Rose of the Winds”[https://www.ilsicilia.it/miliardi-in-fumo-la-rete-guidata-dal-pasticciere-trafficante-inondava-leuropa-di-hashish/] ha permesso agli investigatori europei – tra cui il Gico della Guardia di Finanza di Palermo – di individuare una nuova rotta intramediterranea, con il Marocco a svolgere il ruolo di hub per facoltosi trafficanti egiziani e libici, con navi e pescherecci fermi nei porti di Casablanca, Nador od Oran (Algeria) caricati e spediti nella Cirenaica orientale, in Sud America ed Europa. I proventi vengono poi ripuliti attraverso conti segreti negli Emirati Arabi. Tra il 2013 e il 2016 l’operazione ha portato al sequestro di centinaia di tonnellate di hashish tra Francia, Spagna, Marocco, Egitto e Italia – in particolare nelle acque a largo della Sardegna, nello specifico del nostro Paese – e all’arresto di Ben Zian Berhili, imprenditore marocchino nel settore della pasticceria che gli inquirenti descrivono come uno dei principali narcotrafficanti dell’area mediterranea.

Sodalizi tra milizie libiche – operanti soprattutto nell’area orientale del Paese – mafie italiane e gruppi criminali maltesi gestisce parte della rotta del Mediterraneo centrale. A dimostrarlo è l’operazione “Libeccio International”, che in 5 anni porta a 200 arresti, 400 tonnellate di hashish e 500 kg di cocaina sequestrata (valore complessivo: 4,3 miliardi di euro) e al sequestro di 30 imbarcazioni.

Il mare che uccide i giornalisti

Perché quella del Mediterraneo e dei suoi traffici illeciti è anche una storia di navi, naturalmente.
Ci sono navi come la “Mad Patrol”, la “Quest” o la petroliera “Soverign M”, sequestrate negli ultimi anni per traffico di sigarette e migranti e riconducibili al “Patron Group” dell’armatore maltese Paul Attard[https://www.repubblica.it/cronaca/2018/10/10/news/daphne-208639677/], esperto nel rimorchiare navi dai carichi illegali.
Carichi come la droga e le opere d’arte che nel 1972 portano all’omicidio di Giovanni Spampinato (video http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/diario-civile-il-rumore-delle-parole-storia-di-giovanni-spampinato/31311/default.aspx), 26enne cronista per “L’Ora” di Palermo e “l’Unità” per cui si occupa di un’ampia inchiesta sui rapporti tra neofascismo e cosa nostra, traffici illeciti compresi.
Carichi come quelle armi che, il 15 agosto 1979 l’allora indiscusso ma controverso capo delle Brigate Rosse, Mario Moretti, va a prendersi a largo delle coste libanesi sotto il controllo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) di George Habbash a bordo del monoscafo “Papago”[https://www.omissisedz.info/2018/05/graziella-de-palo-e-italo-toni.html], in uno dei tanti viaggi illeciti su cui indagano magistrati come Carlo Mastelloni a Venezia, Domenico Sica e Rosario Priore a Roma, Carlo Palermo e Giangiacomo Ciaccio Montalto a Palermo. Prima di essere bloccate, quelle sono le prime indagini giudiziarie che mettono in connessione gli illeciti commerci di droga e armi sotto l’egida di cosa nostra, che in quegli anni viene “stuzzicata”, nella sua corrente stragista dai principali esponenti del neofascismo italiano (il “gruppo Gelli-Delle Chiaie”, come definito nel 2001 dalla sentenza “Sistemi Criminali” )

E sono le armi che, negli anni ’80, legano gli omicidi di Mauro Rostagno, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Vincenzo Li Causi [https://www.omissisedz.info/2017/07/velenitaly-capitolo-iii-somalia-il-vaso.html] lungo la rotta Europa-Somalia e in cui si sovrappongono aiuti umanitari e fondi per la cooperazione spariti, sostituiti da armi e rifiuti tossici che partono via aerea dal porto militare di Kinisia (Trapani) o via mare attraverso la Shifco. Traffici che, evidenzieranno le indagini nel corso degli anni, sono gestiti spesso dalla mafia trapanese e vedono l’interesse dell’allora potente Partito Socialista Italiano, particolarmente addentro al traffico di rifiuti tossici fin dal disastro di Seveso (10 luglio 1976) [https://www.omissisedz.info/p/velenitaly-storia-parziale-del-traffico.html] e alle vicende somale tramite i rapporti diretti Craxi-Siad Barre [http://www.sancara.org/2014/08/siad-barre-luomo-che-affamo-il-suo.html ]

Armi, droga, rifiuti tossici, migranti ma anche gasolio e autobombe: il “mare di mezzo” è stato, ed è, le macchine riempite di tritolo che tra il 1983 e il 1992 fermano le indagini del pool antimafia di Palermo[8] o le sette autobombe esplose tra il 2010 ed oggi a Malta, isola tanto piccola quanto storicamente al centro dei traffici illeciti del Mediterraneo in cui negli ultimo 8 anni si sono registrati ben 19 attentati.

Per approfondire
• Le autobombe non sono un modello di sviluppo sostenibile – Dario Morgante, Corriere di Malta, 21 ottobre 2017 https://www.corrieredimalta.com/editoriali/editoriale-le-autobombe-non-un-modello-sviluppo-sostenibile/;
• Sette autobombe in sei anni e l’ombra lunga della mafia maltese – Giovanni Guarise, Corriere di Malta, 14 luglio 2017 https://www.corrieredimalta.com/cronaca/nera/sette-autobombe-in-sei-anni-mafia-maltese/;

Daphne e la guerra delle autobombe maltesi

L’ultima autobomba è quella che il 16 ottobre 2017 uccide la giornalista Daphne Caruana Galizia, che in quel periodo indaga su uno degli innumerevoli traffici di petrolio in cui Malta è punto di contatto – non solo geografico – tra Italia e Libia. Un triangolo criminale denunciato già negli anni Settanta da Carmine “Mino” Pecorelli, che racconta del petrolio contrabbandato tra i tre Paesi, del progetto di indipendenza dalla Nato dell’allora Presidente maltese Domenico Mintoff attraverso un’alleanza con Mu’ammar Gheddafi e del finanziamento, via La Valletta, di un nuovo partito popolare italiano che, affidato a Mario Foligni, si vorrebbe addirittura concorrente alla Democrazia Cristiana (il cosiddetto progetto “Mi.Fo.Biali” https://www.omissisedz.info/2018/05/aldo-moro-tra-lodo-e-affaire.html). Oggi, mentre viene investita da un regolamento di conti tra i trafficanti di gasolio, l’isola grande una manciata di chilometri quadrati è diventata

lo snodo cruciale del riciclaggio nel cuore dell’Unione Europea. La cassaforte discreta e a prova di scasso del denaro frutto della corruzione domestica e internazionale. L’hub dei trasferimenti di denaro da e per le principali piazze off-shore del mondo. La porta di accesso allo spazio comune di sceicchi, satrapi e oligarchi sufficientemente liquidi da comprare una seconda cittadinanza (quella europea, appunto): nel Golfo, nella vicina Asia, nella Russia di Vladimir Putin[9]

Denaro che arriva sì da multimiliardari vicini al regime russo tanto quanto da banchieri keniani, emiri arabi o imprenditori del settore petrolifero – con l’unica discriminante di un patrimonio personale superiore ai 5 milioni di euro[http://www.vita.it/it/article/2017/07/03/cittadinanze-in-vendita-quando-il-passaporto-e-una-merce-come-tante/143771/ ] – ma anche da ‘ndrine come gli Arena o i Tegano, che da Malta controllano i loro business come quello della gestione dei centri di accoglienza per migranti. È nella piccola isola tra Europa e Africa che passa la latitanza di Nicola Schiavone, figlio di “Sandokan” e oggi collaboratore di giustizia[https://napoli.fanpage.it/nicola-schiavone-casalesi-pentito-sandokan/ ] o di Sebastiano Brunno, ex reggente del clan mafioso dei Nardo, legato ai Santapaola-Ercolano che muovono le armi tra Malta e la Sicilia[https://catania.meridionews.it/articolo/71043/lancio-di-pietre-e-petardi-tra-tifosi-di-cosenza-e-catania/]. Dall’isola passano inoltre alcuni affari di Matteo Messina Denaro e la droga che la ‘ndrina dei Calabrò importa in Europa dal Sud America, ma è il business delle scommesse online – che rappresenta il 12% del Pil maltese – a rappresentare il vero, grande, business delle mafie italiane sull’isola, come gli inquirenti scoprono nel 2018 grazie all’operazione “Game over” (LiveSicilia: https://livesicilia.it/2018/02/01/i-centri-scommesse-della-mafia-trentuno-arresti-e-sequestri_928305/ Repubblica: https://www.repubblica.it/esteri/2018/05/10/news/tra_mafia_e_scommesse_perche_malta_e_la_nuova_isola_del_tesoro-196034095/).

Per approfondire:
• MaltaFiles, così la mafia ha portato i suoi tesori nell’isola (e investito nell’azzardo) – Vittorio Malagutti, Gloria Riva, Giovanni Tizian, Stefano Vergine, l’Espresso, 25 maggio 2018 http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/05/18/news/maltafiles-cosi-la-mafia-ha-nascosto-il-suo-tesoro-nell-isola-1.302157;
• Report su Malta 2018 – Fondazione Antonino Caponnetto https://osservatoriomediterraneosullamafia.blogspot.com/2018/05/report-su-malta-2018.html;

Insomma: come nella Palermo dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino[http://www.comitato-antimafia-lt.org/dietro-le-stragi-di-capaci-e-via-damelio/], anche l’autobomba che uccide Daphne Caruana Galizia è il risultato di una serie di interessi convergenti verso la necessità di eliminare investigatori (inclusi i giornalisti) scomodi: nei suoi articoli la giornalista maltese parla dei regolamenti di conti a suon di autobombe tra i trafficanti di gasolio[10] – che due giorni dopo l’omicidio vedrà l’arresto di 9 persone da parte della Guardia di finanza di Catania nell’ambito dell’operazione “Dirty Oil [https://www.siracusaoggi.it/operazione-dirty-oil-passava-anche-da-augusta-gasolio-libico-rubato-9-arresti-due-i-siracusani-coinvolti/]” – e dei soldi sporchi che transitano dai conti di banche come la Pilatus Bank, coinvolta nella indagine “Malta Files”[https://eic.network/projects/malta-files] sul ruolo dell’isola come fulcro dell’evasione fiscale dell’intera Unione Europea (grazie ad una tassazione effettiva intorno all’8%) e della sua politica di schermare i nomi dei grandi evasori stranieri. Nei suoi articoli ci sono i rapporti tra il trafficante di droga Andre “Id-Diesel” Falzon e Adrian Delia, capo dell’opposizione maltese e del Partito Nazionalista [https://daphnecaruanagalizia.com/2017/10/adrian-delias-family-friends/] e le triangolazioni corruttive tra Malta, Azerbaijan e Dubai, con al centro, oltre alla Pilatus Bank, società off-shore riconducibili a Keith Schembri e Konrad Mizzi – rispettivamente capo dello staff del premier maltese Joseph Muscat e ministro dell’Energia e della Salute dell’isola – e la Al Sabra Fzco, società registrata a Dubai e di proprietà di Leyla Aliyeva, figlia del dittatore azero Ilham Aliyev.

Per approfondire
• Daphne Caruana Galizia: Il vergognoso comportamento di Valletta 2018, Capitale della Cultura – lettera di Jennifer Clement, Presidente del Pen International, 16 aprile 2018 https://www.repubblica.it/esteri/2018/04/16/news/daphne_caruana_galizia_lettera_aperta_commissione_europea-194018256/;
• La fonte chiave di Daphne Caruana Galizia in stato di fermo a Atene: lavorava nella banca al centro delle indagini della giornalista assassinata – Carlo Bonini e Giuliano Foschini, Repubblica, 20 marzo 2018 https://www.repubblica.it/esteri/2018/03/20/news/daphne_caruana_galizia_maria_efimova_testimone-191797559/;
• Arrestato negli Usa Ash Sadr Hasheminejad, il banchiere messo sotto accusa da Daphne Caruana Galizia – Repubblica, 21 marzo 2018 https://www.repubblica.it/esteri/2018/03/21/news/arrestato_negli_usa_ali_sadr_hasheminejad_il_banchiere_messo_sotto_accusa_da_daphne_caruna_galizia-191833350/;
• Caruana Galizia e l’”Azerbaijan connection”: Malta replica alle nuove rivelazioni di The Daphne Project – Repubblica, 25 aprile 2018 https://www.repubblica.it/esteri/2018/04/25/news/daphne_caruana_galizia_gas_risposta_governo_malta-194812318/;

«Mia madre è stata assassinata perché si è trovata in mezzo tra la legge e coloro che cercano di violarla, come molti altri giornalisti giornalisti coraggiosi», denuncia il giorno dopo l’omicidio Matthew Caruana Galizia [https://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_17/malta-figlio-giornalista-uccisa-paese-mafioso-c3a40eb8-b320-11e7-9cef-7c546dada489.shtml?refresh_ce-cp], figlio e collega della giornalista uccisa.
La “compravendita della cittadinanza” – che rappresenta il 2,5% del Pil e «uno dei pilastri su cui poggia parte del welfare del Paese» [http://www.repubblica.it/esteri/2018/04/18/news/daphne_caruana_galizia_daphne_project_malta_la_valletta_henley_partners-194219157/]. – i traffici illeciti, la corruzione internazionale e l’evasione fiscale intramediterranea: maggioranza e opposizione avevano entrambe validi motivi per fermare la penna della giornalista. In quest’ottica non è così strano che il poliziotto «talpa» – che gli inquirenti indicano in Aldo Cassar, vicino al premier maltese e in passato accusato di aver creato false lettere di invito verso cittadini libici a garanzia di visti emessi dal consolato maltese a Tripoli[http://www.repubblica.it/esteri/2018/04/30/news/daphne_caruana_galizia_muscat_polizia_malta-195212397/] – goda delle più alte protezioni istituzionali.

L’unica notizia mai smentita dal governo maltese è che Daphne Caruana Galizia sia morta. Anzi no, di notizia incontrovertibile ce n’è un’altra: perché il ministro dell’Economia, Chris Cardona, ha incontrato in almeno due occasioni Alfred De Giorgio, l’uomo che – stando alle indagini – ha materialmente azionato l’autobomba e a cui è possibile addebitarne almeno altre otto esplose a Malta?[https://www.repubblica.it/cronaca/2018/10/10/news/omicidio_daphne_caruana_galizia-208656064/]

Drogare il Pil, nel senso letterale

«Le ong complici degli scafisti» è stato – ed è – il leit-motiv di parte della politica e della magistratura, oggi nell’area di governo. Ma a ben guardare, i veri «complici» siedono in comode poltrone a circa 2.000 km a nor del Mar Mediterraneo e in quelle delle principali capitali dell’Unione Europea.
Nel settembre 2014, infatti, Bruxelles cambia il sistema di contabilità pubblica per i Paesi membri, che ha effetti sul valore del Prodotto Interno Lordo nazionale. Il passaggio da “Esa 95” a “Esa 2010” ha portato ad una decisione controversa: contabilizzare nei dati nazionali, utilizzati come indicatore di stabilità finanziaria, traffico di droga, prostituzione e contrabbando, come abbiamo visto alcuni tra i principali vettori dell’economia illegale attiva nel Mediterraneo.

Per approfondire:
• Esa 2010 https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/European_system_of_national_and_regional_accounts_-_ESA_2010;
• Metti sesso, droga e contrabbando nel calcolo del Pil – Mario Centorrino, Piero David e Antonella Gangemi, LaVoce.info, 10 giugno 2014 https://www.lavoce.info/archives/20225/metti-sesso-droga-contrabbando-calcolo-pil/;
• Istat: “Traffico di droga e prostituzione saranno inserite nel Pil” – ilFattoQuotidiano, 22 maggio 2014 https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/22/istat-traffico-di-droga-e-prostituzione-saranno-inserite-nel-pil/995939/;

Le ong cacciate dal Mediterraneo per “lobbying mafioso”?

Qual è, dunque, il vero obiettivo della guerra alle ong operanti nel Mediterraneo?

Accertato, come evidenzia l’istituto Ispi[11], che non esiste alcun «fattore di attrazione» dei migranti da parte di queste navi e che, addirittura, dopo l’”epurazione” attuata dal ministro degli Interni Matteo Salvini le partenze dalla Libia sono addirittura aumentate, cosa c’è davvero dietro una politica fatta di accuse senza prove ma a microfoni aperti – come quelle sui “taxi del mare” del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro [http://www.cronachediordinariorazzismo.org/proactiva-e-sea-watch-archiviata-lindagine-ma-la-notizia-non-va-in-prima-pagina/] – resa possibile anche dai profitti delle grandi aziende coinvolte nel business anti-migrante come (le società produttrici di armi) e Frontex, agenzia europea che senza l’”emergenza migranti” non avrebbe motivo di esistere?

Il dubbio, allora, non può che essere uno: che la cacciata delle ong dal Mediterraneo sia una gigantesca attività di “lobbying” criminale, un’attività di pressione delle mafie sui suoi referenti politici volta ad eliminare osservatori indipendenti sui loro traffici, in un “mare di mezzo” che ha una pluridecennale storia di giornalisti uccisi sulle rotte dei suoi traffici illeciti.

NOTE
1. Dopo le accuse alle ong da oggi Mediterraneo senza presidi umanitari – Riccardo Gatti, Luigi Manconi, ilManifesto, 20 settembre 2018 https://ilmanifesto.it/dopo-le-accuse-alle-ong-da-oggi-mediterraneo-senza-presidi-umanitari/;
2. Fighting Illicit Firearms Trafficking Routes and Actors at European Level (fireproject.eu) è un progetto volto ad approfondire i crimini commessi con armi da fuoco e il traffico d’armi cofinanziato dalla Commissione Europea – Direzione Generale Affari Interni e coordinato dal centro di ricerca Transcrime dell’Università Cattolica di Milano;
3. Fire Final Report 2017, p.51;
4. 24 miliardi di euro è il valore del mercato al dettaglio della droga per quanto riguarda l’Europa. Nello specifico, evidenziano i dati della “Relazione sui mercati della droga dell’UE” realizzata nel 2016 da Europol e Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, eroina: 6,8 miliardi di euro; cocaina: 5,7 miliardi di euro;
5. Fire Final Report 2017, p.34:
6. op.cit., p.36;
7. Nel settembre 2018 la Procura di Reggio Calabria rinvia a giudizio 44 esponenti di questo gruppo criminale, composto dai mandamenti di Platì, San Luca, Africo, Siderno e Gioiosa Jonica, ovvero dalle ‘ndrine Barbaro-Trimboli-Marando; Nirta-Strangio; Pelle-Vottari; Morabito-Palamara-Bruzzaniti; Commisso; Costa; Aquino-Coluccio; Mazzaferro. Clan camorristici attivi nel traffico di droga, oltre a quelli già citati, sono i Polverino, gli Amato-Pagano e i Lorusso, attivi soprattutto in Spagna;
8. Oltre ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – nonché Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto che ne furono ispiratori e guida – il pool antimafia di Palermo, che ha operato dal 1983 al 1988, era composto anche da Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta;
9. Daphne Caruana Galizia, le sue inchieste dopo la morte: così 45 giornalisti internazionali raccolgono il testimone – Giuliano Foschini, Repubblica, 15 aprile 2018 https://www.repubblica.it/esteri/2018/04/15/news/daphne_caurana_galizia_le_sue_inchieste_dopo_la_morte_cosi_45_giornalisti_internazionali_raccolgono_il_testimone-193954220/
10. Per approfondire, tre articoli di Daphne Caruana Galizia sulla vicenda: 1) I don’t think we can assume it was an accident https://daphnecaruanagalizia.com/2016/10/dont-think-can-assume-accident/ (24 ottobre 2016); Diesel-smuggling, drugh-trafficking, car bombs and shootings (31 ottobre 2016) https://daphnecaruanagalizia.com/2016/10/diesel-smuggling-drug-trafficking-car-bombs-shootings/; Car bomb explosion victim named as John Camilleri k/a Giovanni tas-Sapun (31 ottobre 2016) https://daphnecaruanagalizia.com/2016/10/goes-another-smuggler-imagine/;
11. La rotta più pericolosa del mondo – Annalisa Camilli, Internazionale, 3 luglio 2018 https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/07/03/morti-migranti-mediterraneo-libia;

Categorie: Africa, Europa, Opinioni, Questioni internazionali
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