L’ILVA come paradigma dell’industrializzazione malata italiana

15.10.2018 - Andrea Intonti

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

L’ILVA come paradigma dell’industrializzazione malata italiana
(Foto di PeaceLink)

Armi (Salto di Quirra); rifiuti – tossici e non – come nella “terra dei Fuochi” in Campania o sotto l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano (BreBeMi); produzione industriale priva di qualunque vincolo di tutela ambientale e sanitario: sono i tre pilastri su cui, dal 1948 ad oggi, governi di differente colore, durata e sensibilità hanno svenduto l’ambiente e la salute dei cittadini italiani sull’altare di un profitto senza programmazione, di politiche economiche ed occupazionali che assicura(va)no posti di lavoro e tumori e che oggi portano l’Italia a fare i conti con bambini nati deformi (Augusta-Melilli-Priolo), animali geneticamente modificati e latte materno alla diossina. Un modello economico che abbiamo anche esportato, con navi piene di rifiuti poi fatte affondare nel Mediterraneo o inviate come parte della (mala) cooperazione italiana.

Un’Italia svenduta che ha permesso di cementificare ciò che non poteva essere cementificato, di corrompere ai più diversi livelli istituzionali, nascondere dati arrivando persino ad uccidere, in maniera più o meno diretta, con veleni e pestaggi: è il caso, mai comunque accertato in via definitiva, di Salvatore Gurreri, ucciso la notte tra il 12 e 13 giugno 1992 probabilmente perché unico “ostacolo” alla costruzione dello stabilimento Isab a Marina di Melilli.

Dall’Ilva di Taranto alla Caffaro di Brescia, dalla Montedison di Porto Marghera, al “triangolo della morte” tra Augusta, Melilli e Priolo fino a Ceprano e il fiume Sacco, oggi è possibile imbastire una ricerca storico-geografica di questa “Italia dei Veleni”, come spesso viene chiamata. Una ricerca che da Nord a Sud, isole comprese, parla della trasformazione di quella grande industria su cui è basato il “miracolo” italiano post-bellico nella principale accusata dell’avvelenamento di ambiente e corpi, tanto che oggi molti di quei siti sono dichiarati “ad alto rischio di crisi ambientale”.

Una trasformazione che inizia ufficialmente il 10 luglio 1976, quando 300 grammi di diossina – ma indagini successive arriveranno a parlare anche di 15-18 kg vengono espulsi per effetto dell’avaria al sistema di controllo di un reattore nel cielo sopra gli stabilimenti dell’Icmesa (Hoffman-La Roche) a Seveso, da cui inizia anche la storia del traffico di rifiuti tossici del nostro Paese e l’Unione Europea vara la omonima direttiva sulla sicurezza industriale – la prima sull’argomento – che imporrebbe tra le altre il censimento di sostanze e lavorazioni nocive, la costruzione degli stabilimenti lontani dai centri abitati e la previsione di piani d’emergenza in caso di incidente. Imporrebbe, al condizionale, perché la storia dell’ambiente svenduto italiano andrà in tutt’altra direzione. Paradigmatica, in tal senso, la storia dell’Ilva di Taranto, dove tutto questo viene racchiuso in un «unico, coerente» e criminale «quadro politico».

La (falsa) favola di Taranto la prospera

È il 27 novembre 1964 quando a Taranto il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugura il quarto centro siderurgico italiano, che va ad aggiungersi a quelli di Napoli-Bagnoli (in attività dal 1905), Piombino (1911) e Genova-Cornigliano (1953, ma già pronto nel 1942), tutti sotto il controllo dell’Italisider, gruppo Iri[1].
Per la città pugliese è la fine di una crisi occupazionale – e dunque economica – dovuta al crollo della produzione bellica, cui Taranto è profondamente legata grazie alla presenza dell’Arsenale Militare (inaugurato nel 1889) e dei Cantieri navali Tosi (1914), che di fatto strutturano l’urbanistica cittadina: i primi 258 ettari dello stabilimento hanno sblocco sul mare – da dove arrivano le materie prime – e su due arterie autostradali fondamentali per l’Italia come la Roma-Napoli e l’autostrada Jonica.

Nel primo decennio di produzione il reddito pro-capite di contadini che si riqualificano in operai aumenta del 274%, mentre negli anni ’80 lo stabilimento si sviluppa già su 1.500 ettari, dove 200 km di binari, 50 km di strade e 190 km di nastri trasportatori prendono il posto di 20.000 ulivi. Un’operazione, ben indennizzata, che riporta alla stretta attualità del controverso gasdotto Tap.

La “città” dell’Italsider fagocita la città di Taranto in un «processo barbarico di industrializzazione»[2], mentre nel 1965 viene firmata la prima ordinanza sui reflui dello stabilimento, prontamente censurata dalla Democrazia Cristiana, che guida l’Area di sviluppo industriale e il governo nazionale (Moro II).
Tra lavoro e ambiente è quest’ultimo a rimetterci, in una fase storica in cui la cultura ambientalista è ancora poco diffusa, a Taranto come nel resto dell’Italia[3].

La “favola” della più prospera città del Sud Italia dura poco: a urlare che “il re è nudo” sono prima i sindacati, che nel 1972 costringono l’azienda a qualche minima accortezza ambientale (come l’installazione di filtri per i camini) e poi il pretore Franco Sebastio, che nel 1982 condanna i vertici dell’azienda per emissioni nocive. La pena è però risibile: 15 giorni di carcere poi trasformati in multa, in un processo che vede tra i testimoni anche i cittadini dei quartieri Tamburi, Paolo VI e della città vecchia, i più esposti alle polveri prodotte dall’Italsider, che non sembrano più essere così innocue. Quartieri nei quali, quando il vento da nord-ovest è carico di veleni (nei cosiddetti “wind days”) costringe alla chiusura di finestre e scuole, aggiungendo ai danni ambientali e sanitari quello all’istruzione dei bambini.
È però la politica di liquidazione delle aziende Iri negli anni ’90 – tra cui anche l’Italsider – a chiudere definitivamente il capitolo di “Taranto la prospera”.

Nel 1995 lo Stato si accolla 7.000 miliardi di lire nella cessione dello stabilimento di Taranto[4] – che torna sotto l’effigie di “Ilva Spa” – al gruppo Riva, all’epoca tra le più importanti società della siderurgia italiana.
Da cinque anni l’area Ilva è dichiarata “ad alto rischio di crisi ambientale” dal governo, ma nell’accordo con i Riva non vi è traccia di tutele ambientali o sanitarie. La nuova proprietà stabilisce invece reparti confino – pratica in voga ancora oggi in molte grandi industrie italiane – e utilizza la legge sui benefici per l’esposizione all’amianto per sostituire i vecchi operai sindacalizzati con lavoratori più giovani, più precari e per questo più sensibili al salario sicuro che alla tutela della salute.

Scelta che dieci anni dopo – mentre i vertici del gruppo vengono condannati in via definitiva per tentata violenza privata e mobbing – ribalta la “favola” della città prospera nell’incubo della crisi sanitaria: con 93 grammi emessi ogni anno, l’Ilva di Taranto è la maggior fonte di diossina in Europa, dove il limite è fissato ad un grammo l’anno. Un dato pubblico – ma poco noto – che l’associazione PeaceLink scopre nel 2005 nel Registro europeo delle emissioni inquinanti. «La cosa più assurda», denuncia Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione alla giornalista Marina Forti[6] «è che»

quei dati sulla diossina erano nel registro europeo perché forniti dalle istituzioni italiane: le quali però non avevano giudicato necessario allertare le istituzioni locali

Dalla “favola” all’incubo: la crisi sanitaria svela il “modello Riva”

Il danno genotossico di diossine e “diossino-simili”[5] – in grado cioè di modificare il DNA – è accertato dall’Unione Europea già dal 2001, ma l’Italia nel 2006 decide di non inserire nel nuovo Codice dell’Ambiente il limite alle emissioni di diossina, fissato dal Protocollo di Aharus in a 0,4 mg/m3.
Negli anni successivi i livelli di inquinamento prodotti saranno addirittura superiori alle prime denunce, arrivando nel 2008 a 170 grammi l’anno. Denunce che non arrivano dalle istituzioni ma dai comitati di cittadini e medici, che pagano di tasca propria le analisi. È sempre una colletta – gestita dall’associazione “Arcobaleno nel cuore” – che nel 2017 permette l’apertura del reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale SS. Annunziata, mentre i governi nazionali, con ben dodici decreti “Salva-Ilva”, rendono evidente la propria posizione sulla vicenda.
È una sottovalutazione del danno che priva l’Italia di biomonitoraggi su vasta scala, in grado di “profilare” l’evolversi geografico e temporale di malattie e sostanze tossiche e che pesa sia in termini di costi economici e sanitari – pubblici quanto privati – che di scelte politiche. «Il problema», evidenzia a Linkiesta.it nel 2012 Giuseppe Merico, allora primario di pediatria del SS. Annunziata, è che

queste mutazioni si trasmettono per due generazioni, quindi i figli le trasmetteranno a loro volta alla prossima generazione

Intanto nel 2000 i 4.383 ettari dell’area Ilva diventano Sito di Interesse Nazionale (SIN) – di cui non fa parte il quartiere Tamburi – e del quale nel 2017 è bonificato solo l’8%, mentre i vertici della società – dai Riva agli ex direttori Luigi Capogrosso, Antonio Lupoli e Ruggero Cola fino agli ex commissari Piero Gnudi ed Enrico Bondi – nel corso degli anni vengono accusati tra gli altri dei reati di
• disastro ambientale colposo e doloso;
• avvelenamento di sostanze alimentari;
• omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro;
• getto e sversamento di sostanze pericolose

Dal punto di vista giudiziario, la svolta arriva il 21 gennaio 2013: l’arresto a Londra di Fabio Riva – vicepresidente del gruppo omonimo e figlio del patron Emilio – è il momento più notiziabile del processo per l’ambiente svenduto tarantino, uno dei più importanti nella storia d’Italia. Proprio “Ambiente svenduto” è il nome che nel 2012 (e poi nel 2016) la Procura di Taranto sceglie per l’inchiesta sui danni ambientali e sanitari prodotti dall’Ilva. Il processo viene azzerato dalla Corte d’Assise per un vizio di forma, per poi ripartire da zero nel 2016.

Un’altra inchiesta giudiziaria – “Environment sold out” del 2012 – racconta il ruolo di “tessitore” giocato da Girolamo Archinà, ex capo delle relazioni esterne dell’Ilva, nella rete di relazioni su cui si è basato per decenni il potere dei Riva. Una rete che ha tenuto insieme politica e clero, forze dell’ordine, giornali e università.

Svendere ambiente e salute come politica industriale

A Taranto come a Porto Marghera, a Perdasdefogu come nel triangolo Augusta-Melilli-Priolo o nelle “terre dei fuochi” di Brescia e della Campania, per precise e paracriminali scelte politiche l’ambiente è stato svenduto insieme al futuro del nostro Paese: la salute di bambini e neonati (0-14 anni la fascia più colpita), che, a Taranto, hanno una possibilità di vita nel primo anno ventuno volto minore rispetto ai bambini del resto della Puglia (e del 23% in meno nella fascia 1-14 anni).

La causa principale, evidenziano le più recenti analisi, è l’inquinamento atmosferico di origine industriale – che a Taranto si declina soprattutto nelle diossine, nell’anidride Solforosa (SO2, che a contatto con le mucose si trasforma in acido solforico), benzo(a)pirene, naftalene e Pm10 che portano a malattie neurologiche, cardiache, infezioni respiratorie, renali e dell’apparato digerente. Le analisi realizzate sugli abitanti dei quartieri Tamburi e Paolo VI – oltre che a Massafra e Statte[8] – evidenziano
• aumento delle malattie respiratorie del 24% nei bambini del quartiere Tamburi e del 26% in quelli del quartiere Paolo VI;
• +10% infarto al miocardio;
• +9% malattie per effetti dell’anidride solforosa industriale (che vede +29% per infarto al miocardio e +17% per tumori ai polmoni);
• + 5% tumori polmonari;
• +4% mortalità per esposizione alle polveri sottili
Pm10 (+29%) e SO2 (+42%) sono inoltre responsabili dell’aumento di tumori al polmone. L’Istituto Superiore di Sanità evidenzia inoltre che a Taranto l’esposizione ai metalli pesanti porta alla diminuzione – di circa 10 punti – del quoziente intellettivo nei bambini più vicini alla zona industriale rispetto ai bambini degli altri quartieri della città. Non a caso PeaceLink parla di vero e proprio «genocidio silenzioso».

“Mortalità in eccesso” è il concetto chiave usato quando muoiono operai per tumori alla pleura, alla vescica o allo stomaco per l’esposizione all’amianto o agli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), alle polveri minerali o ai policlorobifenili (Pcb), eredità di quella “favola” trasformatasi in incubo. Un incubo che continua negli aborti spontanei e in quello che è forse l’effetto più infame della non tutela ambientale e sanitaria, a Taranto e nell’intera “Italia dei veleni”: la contaminazione del latte materno[7], che i pediatri comunque consigliano alle mamme, per i maggiori effetti benefici – tra cui la mitigazione degli effetti inquinanti – sullo sviluppo del neonato rispetto al latte artificiale, comunque non esente da possibile tossicità.
Una situazione che ha, per Taranto, anche una valenza “classista”: l’incidenza di malattie e ricoveri ospedalieri a Taranto è più alta (del 20%) nei quartieri più vicini allo stabilimento (Tamburi; Paolo VI), dove il livello socio-economico è più basso.

Nel 2014, analisi richieste dall’associazione “Fondo Antidiossina” su alcuni campioni di latte materno di mamme con età superiore ai 33 anni riportano il superamento dei limiti per policlorodibenzodiossine (Pcdd); policlorodibenzofurani (Pcdf); policlorobifenili, diossine e ”diossino-simili” per valori superiori tra il 700% e il 1500% rispetto ai limiti stabiliti per latte crudo e prodotti lattiero caseari.
Secondo i dati dell’Asl di Taranto la Puglia è agli ultimi posti a livello nazionale per allattamento al seno esclusivo, con Taranto che rappresenta un caso ancor peggiore.
Uno studio condotto raccogliendo dati tra il 2008 e il 2012 evidenzia un tasso di tumori maligni nella fascia 0-14 anni di 165,2 per milione in tutta la Puglia, e di 216,2 a Taranto.

Taranto e la Puglia sono comunque parte di un’Italia che da Nord a Sud è maglia nera in Europa per incidenza dei tumori in età pediatrica, con un incremento del 90% negli ultimi dieci anni (fonte: ministero dell’Ambiente), anche – e forse soprattutto – per l’incidenza e la diffusione dell’inquinamento di terra, acqua, aria e di conseguenza della catena alimentare.

L’”imbroglio” ArcelorMittal: nuovo padrone, stessi problemi?

Una situazione che non sembra migliorerà nemmeno con il raggiunto accordo tra il governo Conte e ArcelorMittal. Anzi, secondo quanto riportano Rosy Battaglia ed Emanuele Isonio su Valori.it, alla nuova proprietà è concessa sia l’immunità penale che la possibilità di aumentare le emissioni dell’Ilva del 16% («nello scenario migliore»), anche alla luce del fatto che l’Autorizzazione Integrale Ambientale (AIA) per lo stabilimento varata dal governo Gentiloni il 29 settembre 2017 «ricalca nella sostanza il piano degli “investitori”».

Sarebbe potuto essere un “nuovo inizio” tanto per la “città” dell’Ilva quanto per l’intera città di Taranto, con logici riflessi sul piano nazionale, ma nelle trattative non si è mai sfiorato né il tema della (necessaria) riconversione ambientale ed economica né della possibile introduzione, come richiesto dalla Fiom, di valutazioni preventive sull’impatto ambientale e sanitario (come le VIIAS), in grado non solo di rendere pubblici tali dati per cittadini, associazioni e giornalisti – rendendo più efficace il controllo democratico – sia sull’Ilva che sulle altre grandi opere italiane, ma anche di rendere più consapevoli le scelte del decisore pubblico.

Lavoro o salute? Se la politica italiana non sa come uscire dalla industrializzazione “malata”

Esperti di varia natura, ex operai, sindacalisti guardano alla riconversione del bacino della Ruhr (Germania) come ad una possibile strada per far tornare a Taranto l’antica prosperità ed un ambiente più sano. Ma nelle stanze del governo – nazionale e locale – il cambiamento non si vede e, anzi, le istituzioni rimangono ancorate ad un dilemma tanto vecchio quanto anacronistico: scegliere tra difesa del lavoro o difesa della salute. Perché al di là delle sentenze giudiziarie, la questione dell’ambiente svenduto, in Italia come all’estero inficia le possibilità di ottenere, per tutti, le migliori condizioni di vita, generazioni future incluse.

Perché, come denuncia Alessio Arconzo ne “Il Paese dei veleni”

Il dramma di Taranto non era inevitabile. Indubbiamente è stato il frutto di una decisione scellerata, aggravata negli anni dalla latitanza dello Stato e dalla volontà di insabbiare la verità su una industrializzazione malata

Servono 30 miliardi di euro per ripulire l’Italia dai danni di questa «industrializzazione malata», che a livello europeo pesa per 157 miliardi (l’1,23% del Pil). Non una cifra impossibile da trovare se si considera che per la sola introduzione della flat tax il governo Conte ha deciso di rinunciare, ogni anno, a 70 miliardi di euro di entrate. Per dare un lavoro «sano e pulito» e «chiudere l’Ilva» a Taranto, scrive a giugno Alessandro Marescotti su PeaceLink, sarebbe bastato quel miliardo e duecento milioni che l’ex ministro Pinotti (governo Renzi) ha destinato – «in gran segreto» – all’acquisto di 8 F-35. Insomma, i soldi non mancano, quale governo deciderà di aggiungere anche la volontà politica di tutelare ambiente e salute degli italiani?

Note:
1. L’Italsider viene creata nel 1961 per raggruppare il comparto siderurgia della Finsider, società finanziaria del gruppo Iri, uno dei pilastri individuati dal governo nel 1948 – attraverso il “piano Sinigaglia”, dal nome dell’allora presidente della finanziaria – per il rilancio dell’Italia post-bellica. Con la privatizzazione delle aziende Iri lo stabilimento di Bagnoli viene chiuso, quello di Piombino passa al gruppo Lucchini di Brescia, mentre gli stabilimenti di Taranto e Genova-Cornigliano passano invece nel portfolio del gruppo Riva;
2. “Taranto strangolata dal boom”, Antonio Cederna, Corriere della Sera, 18 aprile 1972;
3. A Taranto il movimento ambientalista nasce proprio in protesta alle emissioni dell’Italsider con una manifestazione – “Taranto per una industrializzazione umana” del febbraio 1971 – in cui in Piazza della Vittoria vengono esposte lenzuola annerite dai veleni dell’acciaieria;
4. “Profitto e veleni: l’Ilva di Taranto”, Alessio Arconzo, “Il Paese dei Veleni. Biocidio, viaggio nell’Italia contaminata”, Andreina Baccaro, Antonio Musella, Roma, Round Robin, 2013;
5. La diossina si produce per incenerimento, tende ad accumularsi soprattutto nei tessuti adiposi di origine animale e quindi nel latte (e derivati) bovino e ovino, entrando così nella catena alimentare. I tempi di latenza sono lunghi anche decenni. È accertato che l’esposizione alle diossine – che si legano al recettore AhR (Aryl Hidrocarbon Receptor, che svolge un ruolo nello sviluppo immunitario, vascolare, emopoietico ed endocrino oltre che nella regolazione del ritmo sonno-veglia) è correlata allo sviluppo di vari tumori oltre che a disturbi riproduttivi, endometriosi, anomalie dello sviluppo cerebrale, endocrinopatie (diabete e tumore alla tiroide), disturbi polmonari, danni metabolici, cardiovascolari, empatici, cutanei, deficit del sistema immunitario, ritardo nella crescita del feto – la fase in cui l’esposizione più pericolosa – e del neonato, anomalie del comportamento, malformazioni urogenitali. Nei bambini è inoltre comprovato, oltre alla riduzione del quoziente intellettivo, un aumento dell’iperattività, di ansia e depressione e una alterazione del comportamento sociale;
6. Marina Forti, “Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia”, Bari, Laterza, 2018;
7. Tenendo per base l’assunzione media, per un neonato, di una quantità tra gli 800 ml e il litro di latte materno al giorno, e che in esso i grassi – a cui si attaccano le sostanze nocive – costituiscono il 4% del latte, è stato calcolato che un bambino allattato al seno assuma tra i 90 e i 1000 picogrammi (un picogramma equivale a un miliardesimo di milligrammo) di “tossicità equivalente” (TEQ) al giorno per i bambini di Taranto, con dosi anche maggiori rinvenute durante le analisi del latte delle mamme di Brescia (una delle zone più inquinate del Nord Italia grazie agli stabilimenti Caffaro) e di quelle che vivono intorno all’inceneritore di Montale (Pistoia). L’Unione Europea ha fissato il limite di assunzione “non nociva” a 2 pg/kg di peso per gli adulti. L’analisi del latte materno è il modo più semplice per valutare l’impatto degli agenti inquinanti sugli esseri umani;
8. Le analisi sono state realizzate dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, Asl Taranto, Arpa Puglia e AreS Puglia. Per approfondire: I bambini di Taranto vogliono vivere – Rosy Battaglia, giustiziambientale.org, 28 luglio 2017.

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Economia, Europa, Internazionale, Politica
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