Manifesto del primo Parlamento delle donne indigene

28.04.2018 - Ensenada, Argentina - Redacción Mar del Plata

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Manifesto del primo Parlamento delle donne indigene

Il primo Parlamento delle donne originarie delle 36 nazioni

 

Le donne indigene delle seguenti nazioni: Ranquel, guaraní, Abya Guaraní, MBY Guaraní, Zapotec Aymara, Quechua, Charrúa, Pilagá, Diaguita Calchaquí, Qom, Wichi, Mapuche – Tehuelche, Kolla, Tonocote, Chana, presenti alla prima riunione del Parlamento delle donne indigene che ha avuto luogo il 21 e 22 aprile nella provincia di Ensenada, a Buenos Aires, in Argentina. Sorelle nel dolore, agguerrite contro il despotismo e la morte. Ci rafforziamo ricostruendo la nostra memoria dalla Terra, dalle conoscenze ancestrali, dai nostri punti di vista e dalla nostra cultura, dalle nostre identità indigene.

Da quando lo Stato ha occupato i nostri territori tutti i suoi tentativi di sterminio, non sono riusciti a distruggerci e a farci tacere. Siamo donne native riunite di fronte al richiamo della Terra per proteggere i nostri territori delle politiche di sfruttamento che indebolisce i nostri territori, depredano la natura, sterminano la nostra nazione, mercificano la nostra cultura e la nostra visione del mondo.

Ci uniamo per marciare verso l’autodeterminazione dei nostri popoli. Lo Stato argentino non può più offrire alcuna riparazione, in questi oltre 200 anni di invasione la sua condotta è stata irreparabile.

Ha causato la scomparsa di ecosistemi e innumerevoli nazioni originali, recentemente ha portato alla scomparsa e alla morte di migliaia di persone che, per costruire una società più giusta, sono state vittime di intolleranza e crudeltà.

La libera determinazione dei popoli ci offre la possibilità di costruire una nuova matrice civilizzatrice, basata sui valori del buon vivere come un diritto, questo significa ricostruire il rispetto e la reciprocità tra i popoli e con l’ambiente, in breve una vera rivoluzione.

Questo è il motivo per cui è stato necessario in questi giorni fare un’analisi dell’essere donne indigene, e e siamo giunte a questo:

Due realtà che decimano la nostra vita e quella dei territori, i femicidi e femminicidi[1]; il primo, generato dalla colonizzazione machista che i nostri popoli stanno attraversando avendo come protagonisti molti uomini che si ergono a leader indigeni; il secondo sono gli omicidi commessi dalle multinazionali predatorie e inquinanti che stanno attaccando la vita della terra e il nostro corpo: violando, mutilando e uccidendoci. Questo è il motivo per cui ci impegniamo ad unire le nostre forze e le nostre voci per cacciare queste compagnie assassine dai nostri territori. Consapevole che il governo criminale non tarderà a giudicarci, per difendere gli interessi degli uomini d’affari tenterà di imprigionarci o forse etichettarci come terroristi.

Definiamo il modello estrattivista e le politiche energetiche come un crimine contro la natura e denunciamo il fatto che le multinazionali e i megaprogetti come: le megaminiere, il fracking, il ricorso al petrolio e all’energia idroelettrica, l’uso di pesticidi nelle monocolture e altri inquinano, distruggono e saccheggiano i nostri territori; inoltre hanno collegamenti con la rete che tratta il traffico delle nostre bambine e delle nostre sorelle.

Mentre marciamo per far si che il buon vivere sia un diritto e verso la libertà determinazione dei nostri popoli, abbiamo bisogno di creare un contesto che abbia garanzie legali che ci consentano di proteggerci dalla voracità del capitalismo in tutte le sue espressioni.

Questo è il motivo per cui chiediamo l’effettiva applicazione della legislazione del diritto indigeno nazionale e internazionale e una giustizia che concordi con le prospettive delle popolazioni indigene nei problemi che ci attraversano.

Ripudiamo la legge antiterrorista e chiediamo la sua immediata revoca. Non siamo terroristi, siamo difensori della vita nei territori.

Esprimiamo la nostra solidarietà e sostegno a tutte le autorità spirituali perseguitate e imprigionate in procedimenti giudiziari armati e di dubbia coerenza, negando il diritto delle Popolazioni Indigene del libero esercizio di pratiche spirituali e culturali.

Non vogliamo che i territori indigeni diventino parte dei Parchi Nazionali perché temiamo che in seguito saranno dati in concessione a società che generano morte e privatizzano l’accesso a tali aree. Siamo favorevoli alla proprietà comunitaria dei territori. Avvertiamo il paese riguardo ai negoziati perversi che il governo nazionale sta portando avanti con lo Stato di Israele, per coinvolgere i soldati israeliani nella presunta cura delle zone perimetrali dei Parchi che si trovano nell’area di confine, modello attuato in Cile.

Chiediamo rispetto per la nostra autonomia economica, recuperando le attività produttive in equilibrio con la natura per lo sviluppo delle nostre comunità. La produzione e la commercializzazione dei nostri prodotti, nonché la nostra tradizionale medicina transfrontaliera.

Queste economie sono gravemente colpite dalle attuali normative che limitano la nostra libertà, ad esempio: i programmi attuati dall’INTA che danno allo stato il monopolio dell’allevamento di lama e vigogne, proibendo alle comunità del nord del paese di vendere prodotti derivati da questi animali. Un’altra attività economica visibilmente danneggiata è l’allevamento di capre e pecore nelle piccole comunità, perché gli standard sanitari richiesti dal SENASA superano le capacità delle nostre comunità dato che richiedono infrastrutture sia per la lavorazione della carne che per il suo trasferimento, problema impossibile da risolvere a causa della nostra povertà.

In breve, lo Stato pone un’obbligazione senza formulare un programma che consenta alle comunità di avere le condizioni per adempierlo, poiché ciò significherebbe concedere il diritto di avere macelli e di frigoriferi comunitari e camion frigo per il trasferimento nella vendita di animali d’allevamento; non  sequestrando la carne macellata, ponendo una serie di richieste per cui lo stato non pone le condizioni necessarie al loro compimento.

Ciò riguarda anche le fibre vegetali e animali per l’artigianato, la pesca artigianale, il libero scambio di semi senza che vengano posti brevetti e altre microeconomie che rendono possibile fare a meno del lavoro di sfruttamento.

Denunciamo l’assistenza politica e religiosa che, sfruttando il nostro impoverimento, ci raggira svalutando l’autogestione delle nostre risorse.

 

Chiediamo a tutte le donne di aderire alla Campagna per un incontro plurinazionale femminile in cui garantiamo le condizioni per la partecipazione delle sorelle, che si considerino traduttrici delle diverse lingue, che contemplino la spiritualità.

Siamo donne indigene che si svegliano, siamo stufe e diciamo basta al genocidio sistematico, basta criminalizzare la ripresa dei territori ancestrali, basta violenze istituzionali, basta razzismo e xenofobia.

 

 

Traduzione dallo spagnolo di Mariapaola Boselli

 

[1] In spagnolo esiste la differenza tra Femicidio e Feminicidio: il primo considera l’assassinio di una donna come un omicidio non considerando il genere e non collegando la responsabilità dello stato all’accaduto; il secondo considera l’assassinio di una donna ponendo come determinante la questione di genere e coinvolge la responsabilità dello stato per azione o omissione facendola derivare dall’impunità generale presente. (ndr)

Categorie: Comunicati Stampa, Genere e femminismi, Opinioni, Popoli originari, Sud America
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