Privazione di libertà e mancato ricorso effettivo: Italia condannata dalla CEDU

16.12.2016 - Redazione Italia

Privazione di libertà e mancato ricorso effettivo: Italia condannata dalla CEDU
(Foto di gisella g via Flickr in Creative Commons)

Trattenimento illegale e mancata possibilità di difesa contro la detenzione : queste le violazioni compiute dallo Stato italiano e accertate all’unanimità dai giudici della Corte europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU).

 

Giovedì 15 dicembre 2016, mentre era in corso di svolgimento il Consiglio europeo sulla gestione delle migrazioni, è stata resa nota la sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Khlaifia v. Italia relativo al trattenimento e all’espulsione di un gruppo di cittadini stranieri giunti a Lampedusa nel 2011,  detenuti arbitrariamente nel centro di accoglienza e  a bordo navi  militari italiane al largo di Palermo, trasformate in centri di detenzione.

L’Italia era già stata condannata dalla Camera lo scorso 1° settembre 2015 ma il Governo italiano aveva presentato ricorso.

Importanti e significative le conclusioni della Grande Camera .
Lo Stato italiano è stato condannato per il trattenimento illegittimo dei  cittadini stranieri (violazione art. 5 CEDU) nel centro di accoglienza di Lampedusa e sulle navi divenute centri di detenzione in quanto non vi era alla base un provvedimento di un giudice che legittimasse tale detenzione.
Inoltre la mancanza di un provvedimento che legittimasse la detenzione e la privazione della libertà ha reso di fatto impossibile un ricorso effettivo (violazione art. 13 CEDU) per contestare eventuali violazioni.

Sebbene non tutte le violazioni riscontrate nel settembre 2015 siano state confermate, questa sentenza appare di fondamentale importanza perché definisce inammissibile qualunque forma di detenzione o  privazione della libertà personale de facto sottratte al controllo dell’autorità giudiziaria.
Questo vale anche per le situazioni di trattenimento dei migranti negli hotspot e in altri  luoghi ( porti, aeroporti, centri d prima accoglienza, ecc.) caratterizzati troppo spesso da criticità legate al mancato accesso di organizzazioni di tutela e dalla carenza di garanzie dei diritti fondamentali, come gli ultimi rapporti ampiamente testimoniano*.

“La decisione della Grande Camera crea un importante precedente, di cui le istituzioni italiane ed europee dovranno tener conto nei trattamenti riservati ai migranti alle frontiere. ” afferma l’ARCI sul proprio sito, ricordando la pratica degli hotspot, in cui i migranti sono detenuti per svariati giorni con una flagrante carenza di garanzie “Secondo i giudici della Corte e della Grande Camera questo trattenimento è illegale, anche se oggi risulta essere la prassi” .

Anche Amnesty International in un comunicato ricorda“si tratta di una sentenza importante, poiché ancora oggi l’Italia – come denunciato nel rapporto del 3 novembre –  continua a trattenere migliaia di rifugiati e migranti, in particolare nei cosiddetti “hotspot”, in assenza di una norma che giustifichi tale detenzione. Dopo questa sentenza, l’Italia dovrà garantire che nessuna persona sia soggetta a detenzione arbitraria”.
“L’approccio hotspot, elaborato a Bruxelles e applicato in Italia, ha aumentato anziché diminuire la pressione sugli stati di frontiera e sta causando terribili violazioni dei diritti di persone disperatamente vulnerabili, violazioni per le quali le autorità italiane portano una responsabilità diretta e i leader europei una responsabilità politica” – ha, inoltre, sottolineato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International per l’Italia .

 

Per approfondire

 

ASGI – Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione

 

Categorie: Comunicati Stampa, Diversità, Europa
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