Francesco Maisto: “Secondo me i CPR non dovrebbero esistere”

27.03.2021 - Andrea De Lotto

Francesco Maisto: “Secondo me i CPR non dovrebbero esistere”

Torniamo a parlare col dottor Francesco Maisto, Garante per i Detenuti per il Comune di Milano, dopo che la volta precedente ci aveva promesso che avremmo toccato il tema dei Centri per il Rimpatrio. Ci colleghiamo online; alle sue spalle campeggia il titolo del famoso album dei Pink Floyd THE WALL.

Trascriviamo di seguito una sintesi della lunga intervista registrata il 25 marzo tramite la piattaforma Microsoft Teams.

Qual è la situazione attuale del CPR di Milano?

Il CPR di Milano è una struttura che innanzitutto è stata aperta in modo improvvido, sia perché i regolamenti erano imprecisi, sia perché l’adattamento del complesso non era ancora ultimato. Potremmo dire che è un cantiere aperto; in soli cinque mesi la Prefettura ha redatto quattro versioni del regolamento interno. Ci sono state molte richieste da parte del Garante Nazionale per i Detenuti, da parte mia e da parte della cittadinanza attiva milanese; diverse sono state accolte, ma c’è ancora molto da fare. Ci sono stati dei cambiamenti di fronte a richieste che non erano certo velleitarie, anzi, chiedevano il rispetto di una normativa vigente. Per esempio la collocazione di telefoni fissi e la convenzione con l’ATS, o il caso gravissimo, che inizialmente si è verificato, quando sono stati internati dei minorenni.

Soltanto da una settimana io ricevo i reclami da parte degli “ospiti” del CPR. Soltanto da 15 giorni c’è una regolamentazione per le telefonate – di mattina si fanno le telefonate in Italia e nel pomeriggio all’estero – e da una settimana, a seguito di un’ordinanza del Tribunale di Milano, sono stati restituiti i cellulari. Inoltre gli “ospiti” hanno diritto alla privacy durante le telefonate e quindi è stato istituito un luogo protetto dove poter fare le telefonate. Riteniamo inoltre che dovrebbe esserci un wifi all’interno del centro.

Da quanto abbiamo capito dal CPR di Milano passano soprattutto tunisini arrivati da poco, che quasi “non fanno in tempo a mettere piede in Italia”. Ovvero, la sensazione è che non siano stati rispettati i loro diritti rispetto alla possibilità di richiedere la protezione internazionale. E’ così?

E’ vero, gran parte di loro sono tunisini e il loro rimpatrio è il frutto di un accordo tra Tunisia e Italia, dal quale dipende molto di ciò che avviene. Arrivano spesso a Lampedusa, dove vengono date loro tutte le informazioni rispetto alla richiesta di protezione internazionale. Da lì, arrivano al CPR di Milano, da dove periodicamente vengono accompagnati all’aeroporto e rimandati in Tunisia. Quando sono al CPR hanno già il provvedimento di espulsione e dunque sono già destinati all’imbarco. Quindi il giudice per la convalida non si reca al CPR, perché lo ha già fatto quando erano a Lampedusa. La permanenza media è davvero ridotta, si tratta di giorni, al massimo di qualche settimana. Credo che la funzione del CPR di Milano sia fondamentalmente questa: accogliere e portare all’imbarco i tunisini. La rotazione è molto alta. Se si va una volta si incontrano dei visi, se si torna dopo una settimana se ne vedono altri.

Quante volte l’ha visitato?

Di fatto una sola volta, circa un mese fa. In una prima fase la normativa non era chiara e nel primo regolamento c’era addirittura una discriminazione: il Garante Nazionale poteva entrare in tutti i CPR, quello locale no. Per visitare il CPR di Milano avrei dovuto fare richiesta alla Prefettura. Questo non era ammissibile. L’autorità di garanzia deve poter accedere in qualsiasi momento ai luoghi per cui la legge prevede la sua vigilanza. Adesso il regolamento è cambiato e ho libero accesso.

I detenuti, reclusi, ospiti l’hanno contattata?

Ho ricevuto delle richieste scritte, via mail, mandate dall’ente gestore.

Cosa ne pensa dell’importanza che entrino nel CPR la società civile e i giornalisti, in modo da rendere trasparente un luogo che non sembra esserlo?

In questi luoghi, come nelle carceri, bisogna che tutti capiscano che più trasparenza c’è, meno difficoltà relazionali ci sono. Molto dipende dalla cultura locale e dal clima che si instaura dentro queste istituzioni. E’ una conquista da realizzare. Da quello che so nel CPR di via Corelli sono entrate due testate giornalistiche; non so se altri hanno fatto la stessa richiesta.

Lei cosa pensa delle tante richieste di chiusura del CPR che vengono dall’associazionismo milanese?

Io non credo che sia questa la soluzione di fronte al fenomeno migratorio. Secondo me i CPR non dovrebbero esistere, ma la legge dello Stato li prevede. Io comunque sostengo il coordinamento milanese “Io accolgo”, che ha steso di recente un appello.

Lo ius migranti si è affermato nel corso della storia; ultimamente si sono alzate di nuovo le barriere e io non amo la politica dei muri. Nel frattempo bisogna fare il possibile perché le condizioni migliorino per le persone in quella condizione. I CPR per certi versi sono peggio di un carcere. Faccio solo un esempio: un detenuto può rivolgersi al magistrato di sorveglianza, che tutela i suoi diritti, ma nei CPR questa figura non c’è, non è prevista dalla legge. Non si può nemmeno avere carta e penna. Anche la presenza dei mediatori linguistici è inadeguata. Comunque da più di una settimana gli ospiti hanno il numero di telefono del mio ufficio e possono chiamare direttamente e fare richieste precise.

Il Garante Nazionale ha visitato più volte il CPR di Milano?

Lo ha visitato tre volte, perché fin dal decreto Minniti ha libero accesso a queste strutture. Quando visita un CPR ha diritto agli interpreti, mentre il Comune di Milano non ha risorse per fornirmi un interprete fisso.

Quindi lo conosce meglio di lei?

Sicuramente.

Immagino speri che presto non dovrà più occuparsi di CPR

Sì, lo spero sicuramente.

 

 

 

Categorie: Africa, Diritti Umani, Europa, Interviste
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