La sofferenza in carcere sta aumentando. Intervista al garante dei detenuti Francesco Maisto

28.01.2021 - Andrea De Lotto

La sofferenza in carcere sta aumentando. Intervista al garante dei detenuti Francesco Maisto

Nella mia vita ho fatto giocare tanti bimbi, tanti. C’è un gioco di una facilità estrema e di un successo sicuro, credo peschi lontano tra i nostri gesti primordiali. Prendete una bella corda forte, mettetevi in mezzo, gridate ai bimbi che la prendano da una parte e dall’altra e in un attimo daranno anima e corpo, suderanno e si faranno male alle mani pur di tirare la fune dalla loro parte.

Francesco Maisto dà l’impressione di aver speso tanto tempo a tirare la corda. Una vita trascorsa come magistrato di sorveglianza, si occupa di carceri da sempre; ora è in pensione, ma è garante dei detenuti qui a Milano.

Gli chiedo che cosa si stia facendo in questo periodo per mettere in sicurezza i detenuti e chi lavora nel carcere: “Pochissimo!” risponde. “La cosa da fare era soprattutto una: sfoltire, guadagnare spazio e distanza. Si è fatto troppo poco. Dal ministero una commissione pletorica. Non vi sono quasi più parlamentari che entrano nelle carceri, che si spendono per questa vicenda. Con il Covid il sovraffollamento delle nostre carceri è diventato ancora più evidente e drammatico. Credo che si dovrebbero alleggerire le carceri a livello nazionale di almeno 4/5mila unità. Deve anche aumentare il cablaggio, in modo da avere migliori connessioni per i colloqui o la scuola. La rete internet attualmente spesso non regge. Non è solo questione di soldi da investire; c’entrano anche i troppi intralci burocratici per la realizzazione immediata di alcuni cambiamenti urgenti.”

Le rivolte sono state pagate a prezzo altissimo (vedi trasmissione Report del 18/1/21). Quali forme di pressione possono attuare i detenuti e i loro familiari?

Le carceri italiane hanno visto moltissime forme di protesta civile, che devono poter continuare; sono uno sfogo utile e necessario. E’ stata bloccata per esempio la richiesta di un detenuto di iscriversi all’associazione “Nessuno tocchi Caino” e questo non va bene. Voleva unirsi allo sciopero della fame promosso da Rita Bernardini e al quale mi sono partecipato anch’io. Una lotta per fare pressione rispetto alla criticità della situazione delle carceri italiane.

Se manca la trasparenza nelle carceri, questa danneggia tutti: i detenuti, la comunità penitenziaria e anche la popolazione civile. E invece sta tornando questa volontà di chiudersi a riccio. A tratti sembra di tornare al pre-riforma 1975, quando le carceri erano avulse dalla società. Si rischia di tornare a “girachiavi e camosci” (gergo carcerario con il quale si chiamano gli agenti e i detenuti), come vorrebbero alcuni sindacati di polizia penitenziaria e alcuni partiti politici, ma non è possibile.

Come procede la richiesta che nelle carceri arrivino al più presto i vaccini?

Noi garanti stiamo facendo tutte le pressioni possibili, abbiamo firmato appelli ai parlamentari, ai singoli ministri e al governo, abbiamo messo in evidenza i pericoli di contagio nelle carceri, per tutti coloro che vi entrano. Se qualche pubblico ministero diceva che si era più sicuri in carcere che in piazza Duomo, bisogna invece sapere che il Covid è arrivato anche all’interno del reparto 41bis di Opera. Anche oggi è scoppiato un focolaio a Rebibbia. Molti gli appelli anche dal mondo del volontariato e invece i membri del governo non mostrano alcuna intenzione di dare una minima priorità alle vaccinazioni dei detenuti e di chi lavora in carcere. Attualmente i volontari nelle tre carceri milanesi sono più di mille, la maggior parte dei quali in questo momento è bloccata. Qualcuno è riuscito a mantenere la propria attività, ma non è affatto facile. In questo momento gli arrestati sono soprattutto clochards, tossici e persone con problemi di salute mentale, quelli che non hanno nulla da perdere (apro una parentesi: San Vittore è quasi diventato un vecchio ospedale psichiatrico giudiziario!). Spesso non hanno abiti adeguati, hanno freddo…

La situazione è delicata, bisogna fare molta attenzione. Se spesso durante questa emergenza Covid vi è una situazione “oscillatoria” del contagio nella società esterna, questo avviene anche nel circuito penitenziario. Per esempio a Milano c’è un luogo di grande eccellenza come l’ICAM (Istituto a custodia attenuata per detenute madri), dove queste vivono con i loro bambini in una struttura ben diversa da un carcere. Attualmente è vuota e il Comune ipotizzava di chiuderla definitivamente, ma chi ci dice che passato questo periodo non si tornino ad avere mamme con bambini? E allora sarà bene avere questa struttura. Rischiamo regressioni.

Torniamo pure al decreto legge che avrebbe dovuto contribuire a ridurre l’affollamento: sono previsti una quantità di motivi ostativi che ne limitano grandemente l’efficacia. La maggior parte delle persone che ne potrebbe beneficiare sono fragili, spesso senza casa, senza lavoro e senza assistenza sanitaria. Non si può far finta di nulla. E’ vero che la cassa delle ammende ha messo a disposizione dei fondi per affrontare queste situazioni, ma la Regione Lombardia ha voluto spendere quei soldi a favore della polizia penitenziaria. E’ assurdo, quella ha altri canali per avere aiuti! Ma intanto si perde tempo; queste strutture hanno dei tempi troppo lunghi.

Il Parlamento avrebbe dovuto mettere in atto delle misure quasi automatiche per sfoltire la popolazione carceraria di quei soggetti non pericolosi che possono tranquillamente espiare la pena in misure alternative. E questo non è stato fatto.

Le suggerisco un gioco: se lei fosse Ministro di Grazia e Giustizia proporrebbe subito una misura del genere?

Il dottor Maisto ride… “Io ho 74 anni, ero arrivato al massimo della mia carriera e ora sono un magistrato in pensione che fa il garante. In passato ministri che non erano particolarmente progressisti, nel momento in cui l’Italia, per la sentenza europea Torregiani, fu accusata di sovraffollamento, attuarono delle misure speciali che sfoltirono le carceri. Un aumento delle riduzioni di pena per tutti coloro che avevano tenuto una condotta regolare. In quell’occasione tanti poterono uscire, altri videro una riduzione della pena. A maggior ragione oggi si dovrebbe fare un’azione di questo genere, anche a livello simbolico. Si parla di Ristori e Ristori, ma per le carceri niente? La sofferenza sta solo aumentando.

Durante il primo lockdown, quando fummo costretti a restare in casa, qualcuno disse che forse avremmo capito di più le condizioni dei detenuti. Le sembra che sia avvenuto?

No, mi sembra invece che cresca una cattiveria punitiva, un egoismo non fondato. In Italia è ancora forte e diffusa la cultura del “buttare le chiavi e farli marcire dentro”. C’è però ancora molta voglia di lavorare, lo vedo dal mondo dei volontari, che restano attivi nel dare speranza. Le risposte del mondo della politica sono spesso false e inadeguate.

In questo momento è più frustrato o più arrabbiato?

Sono più arrabbiato…. anche se preferisco dire “reattivo”. La rabbia non mi appartiene.

Lei il carcere di San Vittore lo raderebbe al suolo?

Per niente, bisogna conoscere e mantenere la memoria per sapere quanta sofferenza c’è stata là dentro. Per i nazisti fu un parcheggio prima di mandare gli ebrei verso i campi di sterminio. E’ un monumento storico all’interno della città, dove ci sono ancora persone detenute che soffrono perché hanno sbagliato o perché forse hanno sbagliato. Potrebbe essere trasformato rispondendo in parte alle esigenze originarie, in parte a nuove funzioni sociali. San Vittore potrebbe diventare un luogo per semi-liberi e anche un museo; sarebbe davvero significativo. Che si ricordi come là dentro migliaia di persone hanno sofferto, a ragione o a torto. A me non va fatta questa domanda. Io ho speso tanto della mia vita lì dentro, da magistrato e alla fine anche da volontario. Ho visto i morti bruciati, ho visto di tutto, mi hanno chiamato per convincere a scendere detenuti che si erano rifugiati nelle bocche di lupo, sono riuscito a far buttar giù quelle finestre da cui non si vedeva fuori, ora sostituite da finestroni. A San Vittore c’erano delle celle sotterranee dette “ai topi” e io le ho fatte chiudere. Ogni giorno mi arrivavano i rapporti giudiziari di infortuni sul lavoro riguardo ai detenuti con le dita tagliate, non c‘era la minima sicurezza. Io non sono oggettivo su San Vittore.

Io mi ritengo un riformista democratico, un riduzionista; non sono un abolizionista del carcere, ma sono sicuramente per la de-istituzionalizzazione.

La Costituzione italiana dice che la pena, e quindi in sostanza il carcere, deve avere una funzione riabilitativa, rieducativa. Da 1 a 100, come classificherebbe in questo senso il carcere in Italia?

Direi 10. Molto poco. La maggior parte dei fondi viene investita in sorveglianza, struttura, vigilanza, architettura e non in alternative. Bollate resta una struttura “virtuosa” dove la recidiva guarda caso è molto più bassa.

Siamo arrivati alla fine del tempo a disposizione e rimane una grande questione aperta: il CPR di Milano. Mi faccio promettere dal dottor Maisto che faremo un’intervista solo su questo e lui acconsente. A presto, dottor Maisto.

Categorie: Diritti Umani, Europa, Interviste
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