Verità, giustizia e memoria storica in Cile, trent’anni dopo

03.08.2020 - Santiago de Chile - Redacción Chile

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Verità, giustizia e memoria storica in Cile, trent’anni dopo
(Foto di AFDD fonte: Facebook ufficiale AFDD, 2019)

Alberto Mazzuca

L’11 marzo del 1990 in Cile tornava la democrazia dopo 17 anni di dittatura che hanno determinato un bilancio disastroso in termini di violazioni dei diritti umani. Verità, giustizia e memoria storica sono temi fondamentali per capire su quali basi poggia la democrazia cilena oggi. Intervista a Lorena Pizarro Sierra, Presidente della “Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos” (AFDD).

Come valuta la giustizia del processo di transizione cileno?

Credo sia stato fallimentare. La giustizia di transizione in Cile è stata negoziata con gli ex criminali e ha determinato una democrazia debole che ha perpetuato sia il modello economico che l’autoritarismo della dittatura.

La giustizia deve essere il motore per costruire nuove società quando queste emergano da orrori come quelli vissuti in Cile sotto la dittatura civile-militare. Giustizia e verità sono una cosa sola: verità totale e piena giustizia, e non sono dimezzabili.

Che ruolo ha avuto la società civile organizzata nella transizione democratica?

La società civile organizzata fu polverizzata negli anni della dittatura e quest’annientamento è stato mantenuto durante la transizione. Fu repressa, perseguitata, ma sopravvisse perché doveva esistere per combattere la dittatura.

In dittatura c’era un nemico comune, in questa transizione il nemico comune si chiama modello economico neoliberista, il quale costruisce una società individualista che non combatte per i diritti comuni. Non tutti però hanno capito che questo modello faceva parte dell’eredità dittatoriale, e tale eredità doveva essere combattuta.

Nonostante ciò, penso che poco a poco ci siamo organizzati come popolo. In un ambito di esigenza di giustizia, la società civile ha svolto un ruolo importante, sebbene sia stata in larga parte emarginata e maltrattata. Forse quello che ci manca è una massa compatta, poiché la società civile deve rispondere in modo organizzato, il problema è che questa organizzazione non si è ancora consolidata con forza.

Cosa ne pensa delle attuali istituzioni pubbliche per i diritti umani?

In Cile l’intera transizione è stata fatta secondo la logica dell’impunità. Pertanto, tutte le istituzioni o le azioni intraprese dopo l’anno ’90, sono state realizzate nella logica del negoziato o del consenso tra la destra e il centro, che in molte occasioni ha appoggiato la destra.

L’Istituto Nazionale per i Diritti Umani, ad esempio, non soddisfa gli standard internazionali dei Principi di Parigi. Principi che riguardano l’autonomia dai governi, il ruolo di supervisione e la potestà di proteggere la società civile. Questa istituzione in Cile è stata costituita sulla base della quota di potere e di accordi politici, lasciandola pertanto debole, fragile e influenzabile dai potenti. Al contrario, l’idea degli Istituti Nazionali per i Diritti Umani dei diversi paesi, nasce proprio per rispondere alla fragilità in cui si trovava la popolazione di fronte allo Stato, perché mancava chi la proteggesse. Questo proposito, in certa misura, è stato conseguito dal ruolo attivo svolto dai suoi funzionari, ma non perché l’istituzione abbia il mandato e il potere di farlo. Ma non si può dipendere soltanto dalla buona volontà dei funzionari di andare in difesa della gente. Dobbiamo avere un’istituzione autonoma a cui le persone possano rivolgersi, e che abbia una forza tale che le consenta di essere la degna controparte dello Stato quando quest’ultimo viola i diritti umani.

La stessa politica del consenso è stata applicata, tra l’altro, per il Museo della Memoria e dei Diritti Umani, istituzione che commuove le persone e indubbiamente ricopre un ruolo nella ricostruzione della memoria dei crimini della dittatura. Però relativizza la storia, come per esempio, non menzionando la solidarietà che si ebbe da parte del blocco socialista o includendo tra la lista delle vittime le 5 persone della scorta di Augusto Pinochet morte durante un attentato, e così via.

Riguardo la memoria, qual è il grado di memoria storica raggiunto tra le nuove generazioni in merito alle violazioni dei diritti umani che si sono verificate in dittatura?

Penso che le nuove generazioni siano coscienti e abbiano ricostruito un racconto della memoria, perché vivono le conseguenze della dittatura. Ciò è ben diverso da uno Stato che compie gli sforzi necessari per ricostruire memoria dei fatti verificatisi durante la dittatura civile-militare o in tutta la storia repressiva del nostro paese. La memoria deve avere un contenuto, non è solo la foto, un registro o una catalogazione della realtà, la memoria si costruisce in un contesto specifico e con il lavoro quotidiano del paese. Ma lo Stato ancora non ne prende atto.

Credo che ci sia un Cile e un popolo cileno, e ciò si è manifestato con maggior forza dopo il 18 ottobre, evidenziando anche la tragedia delle nuove generazioni che sono consapevoli e sanno quanto è accaduto in passato. Lo sanno perché sono state colpite dalle conseguenze che ha lasciato la dittatura con tutto il suo modello economico, la sua Costituzione, il suo Stato autoritario. È sempre possibile vedere tra i popoli persone che non conoscono o non capiscono nulla, ma esiste oggi una generazione che comprende che quanto è accaduto ieri è la causa di ciò che vive oggi. Questo, malgrado tutta l’intenzione statale, istituzionale, governativa e delle autorità politiche di costruire una memoria fragile, priva di senso e di contenuto.

Lo scorso anno il Governo ha deciso che l’insegnamento di storia cesserà di essere obbligatorio negli ultimi due anni di scuola superiore. Come vede questa misura?

L’ultimo decreto che firmò Pinochet prima di lasciare la Moneda fu la Legge Organica Costituzionale sull’Educazione, pubblicata il 10 marzo 1990. L’insegnamento della storia era una memorizzazione dei fatti in modo quasi fascista se lo si analizza, non vi erano contenuti e analisi della storia da cui poter imparare qualcosa. La legge continuava a non considerare la materia dell’educazione civica, per non parlare dell’educazione sessuale, educazione ai diritti umani o educazione ambientale. All’interno dell’istruzione formale cilena non c’è mai stato il perseguire uno sviluppo del pensiero critico dell’essere umano.

L’ultima cosa che si è voluta ottenere è, per l’appunto, eliminare la materia di storia. Questo dimostra il disprezzo che ha la destra politico-ideologica nei confronti del pensiero critico della popolazione in generale. Quindi, nei confronti della costruzione di una democrazia partecipativa in cui le persone analizzano, criticano, partecipano, propongono e decidono.

All’interno l’agenda sociale delle proteste del 18 ottobre 2019, ci sono anche richieste di verità, di giustizia e Nunca más (mai più)?

È tutto collegato. In primo luogo, l’impunità garantisce l’ulteriore sviluppo del modello imposto dalla dittatura. L’assenza di verità e giustizia fa sì che ci sia un momento in cui il popolo dice basta. Insorge perché lo sfruttamento, l’emarginazione e il maltrattamento sono così grandi che, in un modo o nell’altro, non ci sono alternative al sorgere della protesta. Inoltre, l’impunità e la mancanza di verità e giustizia assicurano la ripetizione dei crimini già commessi.

Se qualcosa è certo, è che gli Stati hanno l’obbligo di perseguire i crimini commessi, affinché non abbiano a ripetersi, è il Nunca más che abbiamo gridato con forza da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Il Nunca más è parte del lascito della dittatura, non ci sarà fine all’impunità se non cambiamo la Costituzione di Pinochet. Sono connessi, non sono questioni separate.

Il modello economico neoliberista sarà sempre profondamente violatore dei diritti umani.

Le vittime di sparizione forzata e la persecuzione delle persone in base al loro pensiero politico, furono il prodotto della reazione della dittatura a ciò che aveva significato il trionfo dell’Unidad Popular, con l’adozione di un modello economico di sviluppo che sconvolgeva quanto avvenuto per decenni, per secoli in Cile: dove una classe dominante sfruttava costantemente i più svantaggiati. Il colpo di Stato contro il governo di Allende fu portato a termine per distruggere quello che era stato conquistato, ed effettivamente sono le richieste che vediamo ancora oggi. Il diritto allo studio, il diritto alla salute, il diritto alla casa, facevano parte delle 40 misure del governo di Salvador Allende, costituivano la causa di vita e di lotta delle vittime della dittatura civile-militare, in particolare delle vittime di sparizione forzata. La domanda di verità e giustizia è legata a tali richieste sociali, non è un caso isolato. Se continuiamo mantenendo la stessa Costituzione e non cambiamo le leggi che calpestano i diritti delle persone, l’impunità continuerà ad essere una realtà, non c’è altra soluzione. La fine dell’impunità non è un cammino diverso dalla costruzione di una società più giusta nel suo complesso.

Qual è il compito della AFDD oggi?

Mettere fine alla Costituzione di Pinochet, in modo da poter iniziare a costruire un Cile diverso, andando verso la verità totale, la piena giustizia e la fine dell’impunità.

Categorie: Diritti Umani, Interviste, Sud America
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