Nel film “Legami!” del regista spagnolo Almodóvar, il protagonista, dopo esser stato dimesso da un ospedale psichiatrico, vuole ritrovare una stella del cinema, con la quale aveva trascorso una notte nel passato. Ossessionato dall’attrice, la sequestra e la lega a un letto, con il proposito di slegarla soltanto quando lei avesse imparato ad amarlo.

Questa settimana, dopo quasi nove mesi di isolamento sociale – un lungo inverno nell’emisfero nord e subito dopo la pandemia di covid-19 – ho deciso di passare tre ore fuori casa, per andare in una piccola città, distante giusto due ore di treno da dove abito. La vegetazione è la stessa, il fuso orario pure, e anche le persone assomigliano a quelle di dove vivo, eppure mi sono sentito incompleto e volevo già tornare al mio piccolo appartamento.

Come nel film di Almodóvar, ho richiesto di essere legato di nuovo, e ho sentito anche una certa ansia, durante il ritorno, di sapere che a casa era tutto a posto. Il periodo di isolamento, a differenza di quanto possiamo immaginare, non ci spinge necessariamente a cercare la libertà della strada, ma può anche far sì che ci costruiamo dei legami con il posto dove siamo stati rinchiusi. La trama del film è facilmente associabile alla sindrome di Stoccolma, in cui lo stato psicologico di una persona sottoposta a intimidazioni per lungo tempo “comincia a provare simpatia e addirittura amore o amicizia per il suo aguzzino”.

Un amico psicologo mi ha tranquillizzato. È normale e molte persone stanno provando la stessa cosa.

La pandemia ci ha fatto cambiare alcune abitudini, come lavorare e vivere nello stesso spazio, e questo accresce e rafforza i vincoli con il luogo dove siamo rimasti rinchiusi. In posti come questo, New York e probabilmente Wuhan in Cina, epicentri della malattia, abbiamo avuto una delle quarantene più rigide di tutto il mondo e la prima e più importante della mia generazione. I nostri nonni probabilmente hanno vissuto la stessa sensazione nei giorni di coprifuoco, o quando c’erano i blackout, quando le loro finestre venivano coperte di drappi, trasformando l’oscurità e la paura di quello che c’era là fuori in una costante nella vita delle persone. In questo caso sono stati mesi di rare uscite, nessun contatto umano, paura e un nemico invisibile che non sapevamo se c’era davvero.

Sono tornato a casa con una malinconia immensa, una nostalgia di quei giorni. Se là fuori c’era lo sconosciuto e la paura, qui dentro c’era pace e sicurezza. Come chi sopravvive a una sparatoria, tornare a casa significa anche l’insicurezza dei giorni a venire.

Molti hanno approfittato dei giorni di quarantena per scrivere, creare, studiare. Altri hanno dovuto imparare di nuovo a convivere con i familiari, compagni che prima sembravano altre persone. Ci sono due avvenimenti recenti che ci hanno fatto rivalutare amicizie e vincoli. Uno è stato le elezioni, l’altro la pandemia. In entrambi i casi molti di noi hanno dovuto affrontare l’altro, l’amico o il parente, ma non avevamo più idea di chi fossero come persone, delle loro abitudini e valori. Questi avvenimenti sono serviti per purificare l’acqua che beviamo in quelle relazioni. Voglio davvero far parte della vita di questa persona? Questa persona si è resa conto di chi sono o di come sono cambiato?

Nel film la vittima chiede al suo sequestratore di legarla di nuovo perché da imprigionata ha scoperto il piacere che prima non aveva. Molti di noi stanno scoprendo l’isolamento, il lavoro da casa e la quiete dei nostri angolini come qualcosa che ci lega, ma anche che ci libera, ci dà indipendenza e ci rinvigorisce. Non esistono ricette, nessuna scoperta. Esistono i vissuti. Il mio ha determinato un’immensa nostalgia per l’ambiente che ho creato per creare: libri, cuscini, tappeti, silenzio.

La pandemia non è finita. E neanche il nostro percorso di scoperte. Legami, sciogliete i nodi, liberatevi. Nessuno è più lo stesso dopo un periodo dentro di sé.

Traduzione dal portoghese di Raffaella Piazza.