Quando, nella seconda metà di aprile 2020, il presidente del Madagascar Andry Rajoelina ha spiegato in teleconferenza che il suo paese – dove non si è registrato finora nemmeno un morto da Covid19 – è disposto a donare ai «popoli fratelli» la cura naturale Covid-Organics messa a punto dall’Istituto malgascio di ricerche applicate (Imra), in grado di rafforzare le difese immunitarie e che ha dato buoni risultati anche su ammalati, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha tirato il freno, pur riconoscendo che «rimedi tradizionali possono alleviare sintomi del Covid-19».

A quasi due mesi dalle fosche previsioni del direttore generale dell’Oms («l’Africa deve prepararsi al peggio»), la maggior parte dei paesi del continente registra da zero morti a poche decine (salvo il Sudafrica – 138 il 5 maggio e, su scala minore, il Senegal). Tutto si spiega con l’età media davvero bassa della popolazione? O con il clima caldo-umido? O forse c’è anche altro, come ha spiegato l’antropologo svizzero (esperto di sistemi sanitari) Jean-Dominique Michel al canale Covidinfo . Mentre i paesi occidentali, così tecnologici e ricchi, hanno dispiegato una «politica sanitaria debole e letale», debolezza di pensiero e stridente incapacità di fronte all’inaspettata crisi, spiega l’antropologo, i paesi del Sud, abituati a far fronte a emergenze, si sono organizzati, non hanno boicottato cure economiche e disponibili e insomma «hanno dimostrato una intelligenza pratica di cui le nostre società non sono più capaci».

Facendo i debiti scongiuri, non solo in Africa si sta percorrendo una via promettente e preventiva. A Cuba, i medici vanno casa per casa distribuendo un rimedio omeopatico, il Preveng-Ho Vir, descritto come protezione aggiuntiva che aiuta a rafforzare il sistema immunitario. Anche il governo dell’India ha dato indicazione di utilizzare un rimedio omeopatico come mezzo di profilassi per contrastare la sindrome da Coronavirus.

 

Il 3 maggio, un comunicato, recita: «L’Oms sostiene la medicina tradizionale scientificamente provata».

Il titolo è cauto e lo è anche il testo. Non dimentichiamo che l’Oms attinge gran parte del suo budget da donatori privati…le multinazionali farmaceutiche, ad esempio. E tuttavia, l’autorità sanitaria dell’ONU un po’ si sbilancia, approvando «innovazioni in giro per il mondo che vanno dai farmaci prima impiegati per altre patologie alla medicina tradizionale allo sviluppo di nuove terapie nella ricerca di cure potenziali per il Covid-19», e «lavora con istituzioni di ricerca per selezionare prodotti della medicina tradizionale la cui efficacia clinica possa essere studiata».

Del resto, in passato, ricorda il comunicato, «l’Oms ha sostenuto test clinici che hanno portato 14 paesi ad autorizzare la commercializzazione di 89 prodotti della farmacopea tradizionale che hanno soddisfatto gli standard internazionali e nazionali; 43 sono stati inclusi nella lista dei farmaci essenziali. Ora sono parte dell’arsenale per trattare pazienti per un’ampia gamma di patologie, compresa la malaria e infezioni opportunistiche. Tutti i paesi africani hanno politiche nazionali in materia di medicina tradizionale».

Tornando al Covid-19, sibillinamente l’Oms mette in guardia contro la «disinformazione sull’efficacia di certi rimedi proposti senza i minimi requisiti e prove di qualità, sicurezza ed efficacia» perché questo può dare alle persone un falso senso di sicurezza e distrarle dall’«igiene delle mani e dal distanziamento fisico».

Il comunicato dell’Oms menziona anche il ricorso a repurposing drugs: l’impiego anti-Covid di farmaci senza più brevetto usati da decenni da milioni di persone per l’artrite o contro la malaria, e che – mentre nei paesi europei sono stati a lungo boicottati – stanno facendo bene nel trattamento precoce ed extraospedaliero (si pensi ai protocolli a base di idrossiclorochina).

Interessanti poi le esperienze che in questo periodo puntano soprattutto sul rafforzamento del sistema immunitario rendendo certi cibi accessibili a tutti. Filippo Dibari, nutrizionista, lavora in Etiopia per il World Food Programme (Wfp): «Fra le nostre attività c’è il sostegno alimentare per i centri di isolamento e trattamento per il Covid. Hanno allestito ospedali, stadi, università dove mettono in quarantena, isolamento e trattamento i potenziali sospetti….Ma in questi centri non c’era da mangiare, quindi le persone uscivano, diffondendo il virus nel circondario. Dunque abbiamo portato cibo e strutture, facendo passare molti cibi freschi, frutta, verdura e uova – non carne e latticini per ragioni di safety – così da aumentare le difese immunitarie. Occorrerebbero ricerche sulle correlazioni possibili fra i Covid e la nutrizione».