Open Arms: “Dobbiamo sempre stare dalla parte di chi è considerato l’ultima ruota del carro”

12.04.2020 - Quito - Santiago del Cile - Barcellona - Redacción Ecuador

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Catalano, Greco

Open Arms: “Dobbiamo sempre stare dalla parte di chi è considerato l’ultima ruota del carro”

“Cuatros elementos” ha intervistato Riccardo Gatti, capomissione dell’Ong Open Arms, che ha raccontato le attività in cui sono impegnati in questo momento di pandemia.

A quale progetto sta lavorando Open Arms?

Sono passati 15 giorni da quando ci hanno chiesto aiuto per raggiungere più persone possibile. Il primo progetto che è stato avviato è il sostegno alla Fondazione contro l’AIDS che lavora in un ospedale di Barcellona, per scoprire se un farmaco già sul mercato, normalmente utilizzato nei luoghi dov’è presente la malaria, possa ridurre la carica del virus. Al momento sembra di sì, ma ovviamente va fatto un ampio studio con un vasto campione di popolazione e anche nello stesso progetto dopo un’attenta analisi delle situazioni che si stanno vivendo qui in Spagna.  Uno dei problemi maggiori è che le residenze per anziani sono davvero in una situazione molto grave, nel senso che purtroppo si tratta di un settore della popolazione che difficilmente avrà accesso alle unità di terapia intensiva. Inoltre a causa delle assenze dal lavoro per malattia e altre cose è difficile eseguire i test per scoprire se sono infetti o meno.

Svolgiamo una doppia funzione: prima facciamo i test e chiediamo se vogliono entrare volontariamente in quella sperimentazione clinica, poi forniamo il farmaco che ci arriva dall’ospedale,  ovviamente secondo le linee guida e tutto coordinato con la Segreteria della Sanità della Catalogna e il Ministero della Sanità spagnolo. Ad oggi, siamo riusciti a raggiungere circa 1.500 persone. La fase di raccolta dati è suddivisa in 4 diversi momenti, in cui le persone rimangono 15 giorni monitorate. Oggi abbiamo scoperto che le persone che al 14° giorno avevano sviluppato anticorpi a causa del contatto con il coronavirus sono tutte negative; i risultati dunque sembrano incoraggianti.

Il progetto si sta sviluppando solo in Catalogna o prevedete di estenderlo ad altre regioni, ad altre località?

Al momento, per motivi puramente logistici, ci limitiamo alla Catalogna. Oggi abbiamo anche iniziato un altro progetto, in seguito a una richiesta del Comune di Barcellona: si tratta di aiutare un servizio medico di emergenza molto saturo e con difficoltà logistiche, per trasferire in tre strutture adeguate gli anziani che sono risultati positivi al COVID 19. Quindi abbiamo già avviato due progetti, il primo che va avanti da 15 giorni e il secondo che abbiamo iniziato oggi.

Di quanta gente stiamo parlando?

In questo momento non conosco il numero totale della popolazione della Catalogna. Per disporre del campione necessario per poter confermare se questa medicina funziona dobbiamo arrivare a 3.000 persone; stiamo procedendo a un buon ritmo, dato che siamo già riusciti a raggiungere 1.500 persone. Se una volta raggiunte 3.000 persone il team di ricerca potrà confermare che il farmaco specifico ha un effetto benefico sui sintomi del coronavirus, si potrebbe estenderlo a tutta la popolazione della Spagna o anche altrove, poiché sarebbe scientificamente provato che questo farmaco funziona.

Nel secondo progetto si parla di coprire 294 residenze per anziani in 4 giorni. Chiediamo volontari perché è davvero una corsa contro il tempo e abbiamo bisogno che vengano a darci una mano.

Qual è la situazione attuale del flusso di migranti nel Mediterraneo centrale?

Il flusso continua. Oggi varie ONG non sono in mare per motivi diversi. Nel nostro caso, perché la nostra nave è in manutenzione e i limiti di movimento del Covid 19 ci impediscono di tenere il ritmo necessario.  Un’altra ONG sta portando le sue navi nei porti e ci sono difficoltà a far salire a bordo le squadre e poi salpare. In questo momento, una nave di una ONG tedesca ha 150 persone a bordo, che sono state soccorse tre giorni fa e non hanno ancora un porto per sbarcare e c’è una nave molto vicina a Malta, nel mezzo del Mediterraneo centrale. Sono alla deriva e chiedono aiuto.

Negli ultimi giorni ci sono state varie partenze e anche due barche di cui non sappiamo nulla. L’esperienza ci dice che se non sappiamo nulla dopo qualche giorno possiamo immaginare che siano affondate. Le partenze continuano e non ci sono squadre di soccorso.

Come proteggete le persone salvate in questo momento di isolamento?

Purtroppo le persone che salviamo provengono da situazioni molto più difficili del coronavirus. Hanno subito esperienze traumatiche di tortura, reclusione, maltrattamenti e tutte le cose peggiori che gli esseri umani possono fare. In questo momento non abbiamo la possibilità di curarle, ma facciamo sempre un triage medico in cui, normalmente, riscontriamo la tubercolosi o alcune malattie dell’apparato respiratorio, la scabbia e altro. A seconda di ciò che viene diagnosticato, vengono richieste anche evacuazioni mediche. Purtroppo, al momento la nave della ONG tedesca è stata respinta dall’Italia e da Malta, che sono i porti in cui potrebbe arrivare al più presto e che sono a poche ore di distanza. L’emergenza sta rendendo impossibile lo sbarco dei naufraghi salvati e la situazione sta diventando ancora più difficile.

Qual è il rapporto tra ciò che fa di solito Open Arms e quello che sta facendo in questo momento?

Eravamo fermi, la nave era ferma, quindi abbiamo pensato: “Dobbiamo fare qualcosa. Abbiamo molta capacità di rispondere rapidamente in situazioni di emergenza, abbiamo molta capacità di lavorare in situazioni complicate e di inventare e reinventare protocolli in modo molto veloce”.  Così abbiamo individuato un bisogno chiaro da parte di persone che purtroppo nelle situazioni peggiori sono sempre l’ultima ruota del carro. Questo è ciò che sta accadendo in Spagna con gli anziani che, se hanno problemi respiratori, non avranno accesso alle unità di terapia intensiva.

Così abbiamo pensato che fosse necessario fare qualcosa per continuare a difendere ciò che abbiamo sempre difeso: i diritti umani, il diritto alla vita, stando sempre dalla parte dei più bisognosi. Qui in Spagna siamo in questo progetto, in Italia ci stiamo muovendo per portare cibo nelle case dei quartieri più poveri di diverse città. Cerchiamo anche di sostenere le famiglie prive di mezzi, in modo che i loro figli possano  seguire le lezioni online attraverso Internet e dispositivi come telefoni e computer.

Insomma, continuiamo a difendere la vita umana. Normalmente siamo abituati a difendere i diritti e la vita umana in mare. Oggi non siamo in mare e quindi dobbiamo stare dove c’è bisogno; è tutto molto nuovo anche per noi, siamo una piccola ONG. Quello che succede è che ci siamo guardati e ci siamo detti: “Dobbiamo farlo, abbiamo la capacità di rispondere, proviamo”. Ora ci viene da sorridere perché siamo riusciti a farlo in poco tempo e stiamo dando una mano dove possiamo.

Pensi, Riccardo, che dopo le tante critiche ricevute per aver soccorso persone in cerca di rifugio ci sarà un riconoscimento per questo lavoro?

Credo che alla fine tutto ciò che è reale, tutto ciò che ha sostanza rimane nel tempo, mentre tutto ciò che è falso, le fake news e il disprezzo costruito sulla falsità non durano molto. Nessuna delle ONG, delle associazioni e delle fondazioni che conosco è alla ricerca di riconoscimento, ma ripeto, le cose che non hanno coerenza, come i discorsi vuoti di odio, finiscono per cadere da sole.

Quando è iniziata la pandemia, i “Salvini” della situazione hanno invocato la chiusura delle frontiere sostenendo che gli africani ci avrebbero portato la malattia. Sono sempre pronti a disprezzarli, ma poi è venuto fuori il contrario, tutto è nato altrove.

Traduzione dallo spagnolo di Francesco Alimena

Categorie: Diritti Umani, Europa, Interviste, Migranti, Radio, Salute
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