Gli attacchi turchi al Rojava hanno prodotto mezzo milione di profughi

14.03.2020 - Olivier Turquet

Gli attacchi turchi al Rojava hanno prodotto  mezzo milione di profughi

Davide Grasso ha scritto recentemente per Carmillaonline  un interessante articolo che ricostruisce la storia di Idlib, storia già dimenticata. Volevamo con lui approfondire alcune questioni molto dibattute e, a volte, poco note.

Davide, intanto un po’ di notizie fresche, che sta succedendo ora a Idlib?

Al momento nella provincia c’è una calma apparente dovuta al cessate il fuoco siglato tra Russia e Turchia qualche giorno fa. Bisogna sapere che dal 2018 la Turchia, d’accordo con la Russia (e l’Iran) ha il permesso di mantenere alcuni check-point nella provincia, a protezione di una “de-escalation” che in realtà Erdogan vede come protezione dei jihadisti che in questi anni ha armato e finanziato, e che a Idlib si sono rifugiati dal resto della Siria in seguito alle loro sconfitte. Il regime siriano ha lanciato un’offensiva per liberare la provincia il 18 dicembre e da allora, con l’aiuto della Russia, si è spinto fino alle porte del capoluogo. C’è da aspettarsi che tra qualche giorno l’offensiva ricominci, e a poco serviranno le proteste di Erdogan: il regime e la Russia, aiutati anche da consiglieri militari iraniani e dal movimento libanese Hizbollah, riconquisteranno tutta la provincia, oggi in gran parte governata da Al-Qaeda.

E in un altro punto a te caro, il Rojava?

La situazione è opposta sul piano politico, ma analoga su quello internazionale. Mentre la sfortunata Idlib è stata completamente sottomessa dai jihadisti nel 2015, le zone curde dette Rojava sono sotto il controllo del Movimento per la società democratica, di ispirazione socialista e femminista, dal 2012. Questo movimento è famoso soprattutto per l’esercito curdo femminile e maschile che lo protegge, le Ypj-Ypg (Unità di protezione del popolo e delle donne). Dal 2016 il movimento ha costituito La federazione democratica del nord che comprende anche milioni abitanti arabi e assiri e, oltre a formare l’enorme esercito multi-linguistico e multi-religioso delle Forze siriane democratiche, ha implementato eccezionali riforme economiche, politiche, educative e di genere.

Le città di Afrin, Tell Abyad e Serekaniye (detta in arabo Ras al-Ain), che facevano parte della Federazione, sono state però occupate dalla Turchia tra il 2018 e il 2019 grazie alla criminale approvazione di Russia e Stati Uniti, che fanno a gara per intrattenere buone relazioni con Erdogan. La Federazione si è rinominata Amministrazione democratica del nord-est ed è territorialmente mutilata. L’invasione turca si è servita di decine di migliaia di fondamentalisti islamici di diverse nazionalità, inquadrate in una milizia chiamata “Esercito nazionale siriano” (da non confondere con l’Esercito arabo siriano, che è quello di Assad). E’ lo stesso “Esercito nazionale” che co-gestisce Idlib assieme ad Al-Qaeda per intenderci.

Gli attacchi turchi al Rojava hanno prodotto negli ultimi due anni mezzo milione di profughi che vivono in condizioni disastrose e senza assistenza internazionale. La rivoluzione democratica è accarezzata dai media occidentali ed è stata la forza determinante nel distruggere lo Stato islamico (e lo è tuttora per reprimerne l’attività clandestina in Siria e verso l’Europa), ma si trova oggi sola, anche perché non esistono movimenti di solidarietà internazionale davvero in grado di fare pressioni sui rispettivi governi. Il Rojava patisce tanto l’isolamento delle forze capitaliste quanto la non sussistenza di forze rilevanti di altra natura nel resto del mondo.

Come a Idlib, il regime intende muoversi per riprendere il controllo del nord del paese, cacciando la Turchia ma sottomettendo anche le Ypj-Ypg. In questo è supportato dalla Russia che, in Rojava come a Idlib, è il mediatore ambiguo tra i due presunti nemici. Dico “presunti” perché non si può escludere che le zone curde siano affidate alla Turchia in via permanente, per ricollocarvi i dissidenti islamisti siriani e le loro famiglie, e che il regime si accontenti di “riconquistare” le zone arabe del nord, smembrando e distruggendo l’Amministrazione democratica. Il popolo curdo, e soprattutto il socialismo democratico dei suoi partiti progressisti, sono un grattacapo tanto per l’islamismo di Erdogan quanto per il fascismo di Assad.

Il popolo siriano può ragionevolmente sperare dell’autodeterminazione? E, se si, su quali mezzi può contare?

La vicenda egiziana ha mostrato dal 2011 ad oggi che un popolo senz’armi è impotente di fronte all’esercito e ai colpi di stato. Quella siriana che un popolo in armi deve cedere parte della sua autonomia a chi lo arma. L’eccezione del Rojava che, secondo una mentalità rivoluzionaria oggi eccezionale, ha mantenuto la sua autonomia ideologica e strategica, paga adesso con un assalto militare da tutti i lati; e questo nonostante gli enormi sforzi e le enormi capacità diplomatiche di cui il movimento curdo sa dotarsi.

La narrazione recente sulla Siria è spesso una narrazione di scontro di potenze dove sembra che i popoli, la gente non conti nulla. Mi pare che tu porti avanti un’altra narrazione, ce la spieghi?

Sono state dette tante cose demenziali, ad esempio che la ribellione popolare del 2011 in Siria, e in generale le “primavere arabe” siano state un complotto o eventi provocati da servizi segreti stranieri. Soltanto chi non conosce la politica fatta tra le persone, e soprattutto le guerre e le rivoluzioni vissute dall’interno, può immaginare cose del genere. Nessuno può prevedere o “provocare” i comportamenti di milioni di persone. Quello che fanno i governi è semmai cercare di comprendere, gestire e se possibile cavalcare le crisi sociali, i movimenti, le contraddizioni, le rivoluzioni.

Se si adotta questa visione realistica, si comprende che la vicenda siriana non si identifica solo con la guerra, ma anche con forme di trasformazione sociale e politica nei diversi territori (alcune belle, altre terribili). Neanche la guerra si sovrappone al cento per cento con l’intervento internazionale. Nelle battaglie contro i jihadisti nel 2012-2014, ad Afrin nel 2018, a Tell Abyad e Serekaniye nel 2019 le Ypj-Ypg hanno resistito da sole (e sono state sconfitte solo negli ultimi due anni, perché fronteggiavano un’aviazione senza equipaggiamento aereo o anti-aereo).

E’ chiaro però che l’intervento internazionale crea una spirale bellica senza uscita. L’esempio essenziale è l’intervento indiretto della Turchia dal 2011, con l’appoggio dei governi della Nato, nell’armare, foraggiare e addestrare i miliziani fondamentalisti anti-Assad. Se questo non fosse stato fatto la guerra non sarebbe forse iniziata, e forse anche la componente democratica della rivoluzione siriana sarebbe ancora in piedi. Tuttavia la politica non si fa principalmente, purtroppo, con i “se” e i “ma”. Ogni scontro politico è globale, nella nostra epoca: e in questo scontro le élites mondiali sono organizzate, mentre le masse sono più divise e disorganizzate che mai, in Siria e nel resto del mondo.

Nel tuo articolo dettagli molto le varie componenti del fondamentalismo. Ci sono forse tratti di differenziazione forti che sfuggono alla visione classica tra i buoni e i cattivi, potresti approfondire?

No, non ci sono. Il fondamentalismo non è decente in nessuna sua declinazione, e quale che sia la religione da cui trae le mosse. Le conseguenze sull’essere umano e sulla società sono devastanti, dall’uccisione della libertà di ricerca e di pensiero all’uccisione fisica delle persone. L’urgenza non è mettere ulteriormente in crisi la capacità etica di distinguere il bene dal male, ma anzi recuperarla. In Siria il Rojava è il bene (e il bene è sempre imperfetto) mentre i jihadisti sono il male: non servono a niente se non a creare danni.

Ho analizzato a fondo la composizione a Idlib perché non sono schierato né con chi mente, parlando di “ribelli” e “opposizione siriana”, né con chi semplifica senza fornire dati, accontentandosi di parlare di “tagliagole” (termine che di per sé è  appropriato, ma si presta all’accusa di inaccuratezza se non è circostanziato). Unica soluzione per il militante (e per il giornalista che possiede un ideale di giornalismo) è tracciare una mappa e chiamare ciascuno con il proprio nome, così tutti sono chiamati alle proprie responsabilità: tanto coloro che portano quei nomi, quanto coloro che li mistificano o li proteggono.

Che possibilità vedi che si chiuda a breve il conflitto siriano e in che modo?

Credo che la Turchia e i jihadisti verranno ricacciati da Idlib. La Turchia dovrà accogliere ancora più profughi e miliziani, quindi farà la voce grossa con la Russia, l’Onu e l’Ue per ricollocarli in Rojava cacciando i curdi e le loro forze di protezione. Presenterà l’operazione come umanitaria, benché si tratti di una sostituzione etnica immane, e anche come anti-terrorismo, dicendo che le Ypg sono una forza pericolosa per la Turchia, sottointendendo che qualunque stato farebbe lo stesso con i “propri” rivoluzionari.

Nè alla Russia, né al regime, né all’Onu o all’Ue piace che un movimento rivoluzionario anti-capitalista, che afferma di lottare anche per il superamento dello stato-nazione, sia un attore internazionale. Sul piano regionale, dopo aver sconfitto l’Isis, la rivoluzione del Rojava è ingombrante per molti motivi. Alla fine tutti potrebbero acconsentire all’azione turca a Kobane e nelle altre aree curde ancora libere, e la pandemia da Covid-19 giustificherà la censura, visto che l’opinione pubblica mondiale, soprattutto in Europa e Nord America dove è un po’ più informata su questo, è molto favorevole al Rojava.

Come si potrebbe evitare questo scenario? Ci vorrebbero forze internazionali militarmente organizzate che giungessero in aiuto, che esercitassero quella protezione che Russia e Stati Uniti hanno esercitato fino a un anno fa o poco più in Rojava (gli Usa a Kobane e dintorni, la Russia ad Afrin). Quali potrebbero essere queste forze? A quali interessi risponderebbero? Da quale progetto politico sarebbero sostenute? Temo che la sinistra mondiale vedrà passare di fronte a sé questa nuova Bosnia senza rendersi conto che l’eventuale soffocamento nel sangue del Rojava confederale dimostrerà al Medio oriente – e al mondo che sarà sintonizzato – che l’unica tragica “alternativa” mondiale al modello liberale è oggi tragicamente l’estrema destra, islamica in Medio oriente e anti-islamica da noi.

Categorie: Internazionale, Interviste, Medio Oriente, Questioni internazionali
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