Macarena ha lottato per la vita fino alla fine

19.10.2019 - Luca Cellini

Macarena ha lottato per la vita fino alla fine
Macarena Valdes con i suoi figli (Foto di Comunidad Newen Mapuche)

Macarena Valdes, l’attivista cilena della comunità Mapuche Newen, trovata appesa a una corda il 22 agosto 2016, non si è impiccata, ma è stata prima strangolata con una laccio.

Macarena Valdes ha lottato con tutte le sue forze fino all’ultimo respiro che aveva in gola, ha lottato con la forza della disperazione che può avere una giovane madre di 4 figli, ha lottato fino farsi uscire le lacrime dagli occhi, nel tentativo di cercare di liberarsi da chi la stava strangolando con un laccio al collo. Forse ce l’avrebbe fatta almeno a liberarsi se a strangolarla fosse stata una sola persona, ma erano almeno altre due persone quelle che la trattenevano e la tiravano per contenerla, affinché non si muovesse; mentre un’altra con sempre più forza le stringeva il collo con un laccio o con una corda per soffocarla.

E’ stata uccisa così Macarena, prima di essere appesa con una corda al collo.

Questo lo stralcio di una nota trapelata questa settimana, tramite una rivista messicana. E’ l’anticipo della traduzione finale dell’informativa ufficiale “ Commenti sulla morte di Yudi Macarena Valdès Muñoz” redatta dal medico forense britannico della Corte Penale Internazionale John Clark, già a suo tempo impegnato nelle analisi contenute all’interno del processo internazionale per le stragi e i crimini di civili commessi durante la guerra della ex-Jugoslavia.

L’accusa sta aspettando il termine della traduzione ufficiale, che a breve sarà presentata negli atti del processo per la morte di Macarena Valdes.

Sono trascorsi oltre tre anni di impunità, ma questa non è stata l’unica costante: siamo anche di fronte a vessazioni e a minacce continue alla vita della famiglia e di tutta la comunità di Macarena.

Ad agosto, nell’ultimo anniversario della morte di Macarena, i carabineros hanno arrestato molti attivisti cileni presenti alla commemorazione, tra cui il marito stesso di Macarena, Ruben Collio.

In una prima fase le autorità e le forze di polizia del Cile avevano verbalizzato la morte di Macarena Valdes come “suicidio”;  grazie all’impegno dei familiari e alla mobilitazione delle comunità Mapuche, era stato tuttavia  possibile riesumare il corpo e procedere a una seconda autopsia, questa volta indipendente, che aveva sancito senza ombra di dubbio che la giovane era stata brutalmente assassinata.  In questa settimana sono infine giunti anche i primi elementi probatori che ricostruiscono come è stata assassinata Macarena.  Si sospettava d’altronde fin dall’inizio che non potesse trattarsi di suicidio, vista la chiusura frettolosa del caso da parte delle autorità e soprattutto il fatto che Macarena era una giovane donna, madre di 4 figli e piena di vita e forza e non aveva alcuna ragione per togliersi la vita.

“La Negra” così era chiamata scherzosamente Macarena dai suoi  familiari e dalla sua comunità. Protettrice del rispetto per la natura e in lotta fin da ragazzina per la dignità del suo popolo e del territorio di Tranguil di fronte all’invasione della multinazionale idroelettrica RP Global.

La costruzione della centrale idroelettrica, contro la quale Macarena si batteva, è iniziata nell’ottobre del 2015 senza che fosse stato redatto, da parte del Servizio di valutazione ambientale cileno alcuno studio sull’impatto per l’ecosistema locale e senza consultare le comunità Mapuche che vivono nella zona interessata dal progetto.  Queste si sono rese conto di cosa stava accadendo solo quando hanno visto arrivare le ruspe e i macchinari della multinazionale RP Global, invadere le terre in cui vivono da migliaia di anni, profanare e disotterrare addirittura le sepolture dei loro cari.

L’attivista uccisa in Cile nell’agosto di tre anni fa è solo uno dei molti casi. A livello mondiale i dati riportano 3 uccisioni di attivisti ambientalisti la settimana.  Come lei molte altre persone che si battono per la tutela dell’ambiente e in difesa delle comunità locali sudamericane hanno trovato la morte in questi anni in circostanze raccapriccianti.  Attivisti per molti dei quali si è arrivati alla certezza che sono stati assassinati, ma senza ancora un solo colpevole condannato per questi crimini continui.  Tra i casi più noti, Camilo Catrillanca, Raphael Nahuel e Santiago Maldonado (rispettivamente di 28, 22 e 24 anni), tutti assassinati tra l’agosto 2017 e il novembre 2018 durante operazioni di polizia e di “pulizia territoriale” nelle terre mapuche.

Del resto la situazione è simile anche in gran parte dell’America Latina. Si va dall’Honduras, dove è stata uccisa l’attivista Berta Caceres, al Brasile, con l’assassinio di Rosane Santiago Silveira, per non parlare delle centinaia di vittime, tra gli indigeni e gli ambientalisti, solo negli ultimi due-tre anni In Amazzonia, Colombia, Brasile e Paraguay.

C’è un elemento comune in questa continua strage, in questa occupazione forzata e criminale dei terreni indigeni: dovunque, si assiste alla complicità e alla connivenza degli Stati e dei governi con gli interessi e i profitti di multinazionali che si occupano di estrazione di fonti energetiche, di aziende di allevatori, di industrie del legname, di imprese minerarie, di sfruttamento del territorio per impiantare industrie, per la coltivazione e l’allevamento intensivi, oppure per la produzione e la sotto-lavorazione industriale. Fece parlare molto di sé il caso della morte dell’attivista argentino Santiago Maldonado, scomparso il 1° agosto 2017  nei giorni in cui la polizia di Macrì reprimeva brutalmente ancora una volta le proteste degli indigeni Mapuche nella Patagonia argentina. Maldonado  lottava contro l’esproprio delle terre indigene operato dal gruppo Benetton, che nell’area della Patagonia Mapuche tramite il governo è venuto in possesso di vasti territori, recitandoli poi con filo spinato e presidiandoli con guardie armate private.

E’ una lotta per la sopravvivenza quella degli indigeni, una resistenza che va avanti da oltre 500 anni. Cinque  secoli di massacri indiscriminati, di crimini impuniti, di diritti, e vite violentate ogni giorno.

Il popolo indigeno nonostante ciò continua a lottare. Lotta per poter guardare ancora lo scintillare trasparente dei fiumi,  per assistere al verde degli alberi in cui si esprime la vita, lotta per ascoltare di nuovo il fruscio delle foglie, per difendere la vita e la dignità, per preservare migliaia di specie animali.  Lotta per respirare ancora aria pulita. Lotta per il coraggio delle sorelle e dei fratelli assassinati,  perché la loro anima saggia non abbandoni l’umanità. Lotta infine, per vedere di nuovo la Terra sorridere, perché l’essere umano comprenda che viviamo tutti sullo stesso pianeta, lotta per la vita fino alla fine, così come fino alla fine, per la vita, ha lottato Macarena.

 

 

Categorie: Diritti Umani, Popoli originari, Sud America
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