Lettera aperta al popolo dei giovani italiani del “Fridays for Future”

29.09.2019 - Redazione Italia

Lettera aperta al popolo dei giovani italiani del “Fridays for Future”
Il nostro futuro a rischio estinzione (Foto di Gabriella Falcone)

Della crisi climatico-ambientale nelle scuole e nei territori

di Antonio Fiscarelli 

Cari e care giovani cittadini e cittadine italiani,

con questa lettera gradirei comunicarvi i miei sentimenti al riguardo della funzione potenzialmente rivoluzionaria del vostro operato nella società, ora che vi rendete protagonisti voi stessi del movimento Fridays for Future.

In primo luogo, direi che i principi generali di questo movimento ci ritrovano tutti d’accordo poiché sono principi universalmente riconosciuti, non da oggi.

In secondo luogo, aggiungerei che ai principi generali corrispondono pratiche precise, sia per quanto riguarda l’esperienza personale e quotidiana che ciascuno vive nel suo rapporto con l’ambiente, o meglio, con gli ambienti nel quale vive, sia per quel che concerne i modi, le strategie e le particolarità espressive da adottare nei confronti degli amministratori locali, nazionali e internazionali.

In terzo luogo, osserverei che non è mai esistito, nella storia dei movimenti sociali e politici di tutto il mondo, un momento in cui si sia riusciti a cambiare qualcosa mediante manifestazioni di massa.

Di solito, i cambiamenti in rapporto a determinate politiche, si producono a seguito di anni e anni di pianificazione e organizzazione di azioni e iniziative collettive creative e costruttive, per le quali le persone coinvolte, gli attivisti e le attiviste crescono e maturano progressivamente, inevitabilmente mutando e trasformando idee e pratiche, preoccupazioni e modalità di agire. Diciamo che, certe problematiche, essendo le più difficili, ci chiedono di programmare le lotte sul medio-lungo periodo. Infine, non c’è premessa che possa tenere, senza mettere in chiaro un punto: tutto ciò che riguarda il clima e l’ambiente non può avere alcuna rappresentazione concreta senza uno sguardo altrettanto concreto nei confronti della condizione di quei luoghi in cui abitualmente si formano, si educano, si istruiscono gli esseri umani. Questo “si“, qui riportato in corsivo”, è ovviamente impersonale e può, in quanto tale, indicare due cose: i soggetti si formano da sé, i soggetti sono formati da altri. Chiunque può avere un’idea di questa sottile differenza.

 

Se queste sono, diciamo, le premesse, lo scopo principale di questa lettera è contribuire a motivare e rafforzare ulteriormente il vostro slancio rivoluzionario, invitandovi a riflettere su una serie di problematiche che vi riguardano, per così dire, da una distanza decisamente più breve rispetto, per esempio, a quella che vi separa dai ghiacciai dell’Artico e dell’Antartico, dalla steppa siberiana o dalla foresta amazzonica.

Non mi fraintendete: non voglio assolutamente dire che non bisogna occuparsi di questi luoghi così distanti da noi, al contrario, bisogna invece interessarsene il più possibile. Ritengo tuttavia estremamente urgente che questo interesse non risucchi completamente le vostre/nostre energie, non contribuisca, per esempio, a deviare o distogliere l’attenzione nei confronti di questioni come le vostre/nostre stesse scuole nelle quali vi formate e si sono formati i vostri genitori, quelle per cui ancora oggi si chiedono alle famiglie spese di capitali a fronte di servizi per moltissimi aspetti del tutto inefficienti e inefficaci.

Ergo, vi propongo di considerare gli aspetti problematici che seguono – e che proverò a postulare nel modo più semplice possibile – come parti integranti, organiche e strutturali della battaglia che state/stiamo facendo oggi, risultato di decenni e decenni di non poche battaglie che i vostri/nostri antenati ideali hanno fatto prima di voi/noi e, come è risaputo, con mezzi e strumenti molto meno elaborati di quelli che abbiamo a disposizione noi oggi e di cui, in molti paesi poveri, vaste moltitudini non godono affatto, chiara manifestazione che la discriminazione materiale tra ricchi e poveri persiste nel mondo, nonostante l’esistenza di questi famosi strumenti con cui si dice, da almeno mezzo secolo, che il mondo cambierà.

Faccio notare, di sfuggita, che Bill Gates parlava di “abolizione del lavoro” attraverso la rivoluzione informatica già almeno ben 4 lustri fa. Personalmente non ci ho mai creduto, ma oggi chiunque può vedere che questa rivoluzione informatica (per limitarci ad essa), non ha apportato i benefici che venivano auspicati da tanti fanatici delle tecnologie informatiche. Tant’è che oggi anche queste sono fonte di ulteriori e anzi nuove variegate inedite forme di discriminazione, questione su cui andrebbe fatto uno studio – magari collettivo – a parte. Tipo: a che cacchio ci servono questi strumenti? Sono realmente strumenti che garantiscono parità di diritti e condizioni? Ci aiutano a risolvere le problematiche urgenti della nostra società? In che modo? In che modo servirebbero ai più fragili, ai più deboli materialmente, intellettualmente e moralmente, dentro un’ottica politica autenticamente orizzontale, democratica?

Diciamo che questi interrogativi sono solo spunti per riflessioni generali che potrebbero anche comprendere, ad esempio, il discorso dei trasporti, visto che durante la rivoluzione informatica abbiamo assistito anche a una rivoluzione dei trasporti, dei cui radicali cambiamenti che essa ha imposto, pochi si sono avveduti veramente, mentre essi si sono affermati senza la minima contestazione di base o contrastate solo da povere lotte di poveri lavoratori lasciati a margine di questa rivoluzione, non rappresentati né dai sindacati né tanto meno dai nuovi movimenti. Nel frattempo sono nate nuove forme di lavoro e nuove forme di sfruttamento.

Di questioni, ce ne sarebbero dunque. Ma andiamo per ordine, riprendendo il discorso dalla nostra ultima premessa.

 

Un poco di dati:

Lo sapevate, ad esempio, che il 41% degli edifici scolastici italiani, su un totale di 41.286 sedi, secondo le stime del XIV Rapporto Sicurezza, Qualità, Accessibilità a Scuola di Cittadinanza Attiva, è stato edificato prima degli anni ’60?

che il 27% sorge tra il 1961 e il 1975, mentre un altro 27% è stato costruito tra il 1800 e il 1945, a fronte di un indicativo 1% risalente a prima del 1800 e un assurdo “13%” di scuole che non hanno risposto agli appelli di Cittadinanza Attiva?

Ancora, lo sapevate che una scuola su tre sorge in zone ad “elevata sismicità” e che la progettazione obbligata secondo la normativa antisismica riguarda solo un misero 8% dei plessi scolastici italiani?

Qualcuno vi ha mai detto che soltanto dal 2013 al 2016, cioè in tre anni ci sono stati ben 112 crolli causando 18 feriti? Parliamo di un 54% di edifici scolastici ubicati in zone a rischio sismico e, nello specifico, di quel 30% che sorgono in zone a rischio sismico più elevato, le note zone 1 e 2.

Certo, non possiamo trascurare che l’intera penisola italiana sia da sempre soggetta a critiche attività sismiche, ma proprio per questo le politiche di messa in sicurezza della popolazione scolastica dovrebbero essere una priorità e, se ciò non avviene, si dovrebbe denunciare con determinazione questi ritardi in una materia così delicata, la cui deficienza mette a rischio migliaia di studenti, docenti e personale scolastico, continuamente chiedere alle istituzioni spiegazioni sul perché, in una situazione così drastica – che non si osserva in nessun paese europeo – soltanto l’8% degli edifici scolastici risulta da una programmazione conforme alle normativa e perché l’Italia risulta sempre tra gli ultimi paesi al riguardo della spesa sull’istruzione.

A questi elementi, il rapporto di Cittadinanza Attiva, redatto nel 2016, aggiunge note critiche sulla questione igiene e pulizia. Biblioteche, palestre, bagni risultano ancora tra gli ambienti più sporchi. I prodotti più utilizzati per le pulizie sono candeggina (77%), alcool (61%) e ammoniaca (21%), considerati come “decisamente pericolosi per la salute di chi li usa e delle persone esposte”, soprattutto quando lasciati “incustoditi”, come succede nel 13% dei bagni delle scuole censite.

La questione della qualità della vita a scuola sembra ridotta ai minimi termini, allorché si tenga conto anche dell’allarmante questione delle “barriere architettoniche” per i disabili: si parla ancora di gradini davanti all’ingresso principale, di un 77% di scuole che non hanno un ascensore e di un 43% che mancano anche di posti auto previsti per i disabili. Dopodiché andrebbe aggiunto un drastico 78% di aule in cui lo spazio per accogliere persone su carrozzella non è sufficiente e un 73% di scuole dove, in generale, non sussistono “attrezzature didattiche o tecnologiche per facilitare la partecipazione alle lezioni degli studenti con disabilità”.

Ragazzi, dovremmo forse stupircene? Certo molti di voi non hanno sottomano questi dati, molti non li avranno mai e i più continueranno a crescere e a formarsi dentro questi bungalow di emergenza del primo o del secondo dopoguerra. Ma, se è per questo, anche moltissimi docenti non sanno niente della condizione delle scuole italiane, a parte quello che esperiscono in prima persona nelle scuole dove insegnano. Ed inoltre senza dubbio, ciascuno di voi potrebbe aggiungere altri particolari, quotidianamente vissuti, che magari sfuggono anche ai rapporti di grandi organizzazioni, figuriamoci se li vedono certi docenti maldestri già nell’organizzazione del proprio lavoro.

Poverini, bisognerà pure comprenderli, no? Peraltro, qui evitiamo di prendere in considerazione, ad esempio, la problematica dei comportamenti, della deontologia e dell’etica professionali di coloro che lavorano per la vostra crescita intellettuale e morale – quanto all’educazione del corpo, lasciamo proprio perdere! Evidentemente, basta affacciarsi sui social network per vedere che fine hanno fatto moltissimi docenti, basta sapere che dei tot milioni di iscritti a Facebook la maggioranza risulta essere di età adulta, che moltissimi insegnanti chattano quotidianamente su siti specialistici sulle problematiche della scuola e che molti di questi sono convinti che i giovani siano tutti irrimediabilmente ingabbiati nei carceri delle cattive pratiche consumistiche, del resto, come se essi invece ne fossero emancipati.

Ergo, altro argomento che andrebbe sviluppato a parte: che cosa intendiamo per buon comportamento a scuola? O anche, per essere più schietti e meno ipocriti: che cosa intendiamo esattamente per scuola, educazione, istruzione, formazione?

 

Che cos’è l’ambiente?

Ma ritorniamo al nostro ordine di questioni, centrato principalmente sul tema dell’ambiente. Ambiente: possiamo darne una definizione semplice e atipica, conforme a un grado specifico dello spettro della coscienza di tutti?

Ci è permesso dire che l’ambiente è luogo nel quale si aggirano le diverse forme viventi mobili e crescono le diverse altre forme radicate, dove determinate specie di animali bipedi con la sommità interiore a forma di grossa noce che chiamiamo “cervello”, esso stesso uno specifico ambiente in cui si evolvono meccanismi vitali per l’ecosistema che l’individuo-specie in questione rappresenta in se stessi e sempre dentro un circoscritto universo di ambienti reciprocamente interconnessi di forme di diverse di esistenza organica e inorganica? Insomma, ambiente come macro- e microcosmo-compostochimico quale solo la mutevole poliedrica dimensione vitale della materia stessa può rappresentare. Possiamo insomma farne una questione di chimica elementare?

Certo che sì, purché non trascuriamo un altro aspetto inquietante che contribuisce, sul piano “macro”, a rendere gli ambienti scolastici italiani invivibili e forse fra i peggiori del mondo, e purché ne comprendiamo la dimensione fisiologica che ne è chiamata in causa, ovverosia, in una parola, il mancato smaltimento dell’amianto, per quel che si conosce delle 2.400 scuole censite.

Si parla, esattamente, di 352.000 studenti e 50.000 tra docenti e operatori esposti alla “fibra killer” causa di varie patologie tumorali gravi, tra cui anche di speciali forme di cancro come il “mesotelioma”. Soltanto a Roma, affermano i rapporti dell’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA che il 70% delle scuole non sia in norma sul piano della documentazione obbligatoria sui rischi di contaminazione da amianto.

Amianto! Non so se ci rendiamo conto davvero di che cosa comporti sul lungo periodo (che è già lunga la storia) la contaminazione da amianto, sostanza che nelle scuole censite si può trovare addirittura anche nei muri! Certo, non basteranno gli utilissimi e unici rapporti dell’ONA, perché c’è bisogno della viva coscienza e della viva partecipazione dei cittadini e delle cittadine. Se tutto ciò non è sufficiente a congelare e subito dopo ad infiammare civilmente le coscienze italiane, allora è ovvio che qui dobbiamo uscire dall’ambiente meramente scolastico.

Se le scuole sono trattate così, cioè l’istituzione più importante di una società civile si evolve in un lento, graduale e sommerso biocidio materiale e morale, figuriamoci che cosa succede fuori!

Il riflesso più eclatante del panorama appena abbozzato si rifrange senza dubbio nel disastro ecologico nelle varie cosiddette “Terre dei fuochi”, da Nord a Sud, ad Acerra, a Brescia, a Roma, a Taranto, a Foggia e in vari altri territori dove l’inquinamento da grande industria selvaggia, le criminali pratiche di smaltimento illegale dei rifiuti tossici speciali hanno fatto registrare, un notevole aumento di cancri ed altre malattie, soprattutto a danno dei più deboli, cioè i bambini.

A queste forme di biocidio, ovviamente, sono da aggiungersi quelle che si impongono con sempre più frequenza nel settore agroalimentare, a cominciare da come sono trattati e vaccinati – nel senso lago e non per questo meno significativo e inquietante del concetto di “vaccino” – gli animali per finire a come vengono irrorate le ampie distese di colture di vegetali che arrivano ogni giorno, via grande distribuzione, cioè via ipermercati, minimarket, ed anche i tradizionali mercati rionali che non sono affatto esenti dal commercio di prodotti della grande industria.

E dopo tutto ciò, dopo decennali forme massive di politiche economiche multi-inquinanti, dopo la morte di migliaia di esseri umani, tra bambini e adulti, dopo il balzo in avanti dei tassi delle più svariate malattie da sviluppo industriale e post-industriale il governo italiano ha avuto anche e non solo il coraggio di “obbligare” i genitori a vaccinare i loro figli con ben 11 vaccini, imponendo il divieto di iscrizione a scuola per chi non è vaccinato, cioè in contraddizione con il diritto all’istruzione – altra specifica forma di manipolazione genetica della Costituzione italiana ed vari altri trattati internazionali.

Ma ha deciso di fare affari con una multinazionale che è già da mezzo secolo almeno stata portata in tribunale in vari altri paesi, dove non da ora i loro vaccini non sono più nemmeno vendibili, che è stata incriminata per varie tipologie di trasgressioni e attentati alla salute di molte comunità. E questo il governo italiano lo ha fatto, a dispetto di un’emergenza ambientale sempre più urgente, trascurando di seguire per decenni l’esempio di paesi che oggi sono ai primi posti delle politiche ambientali e nemmeno hanno vaccini obbligatori, né intendono averne!

Dunque, anche questo è un discorso che dovreste in qualche modo affrontare quando parlate di ambiente, poiché, con molta probabilità, se gli ambienti fossero davvero sani, i vaccini servirebbero senza dubbio meno, e ancor meno servirebbe renderne obbligatori una tale quantità e di una tale qualità!

Evidentemente non è un caso che siamo al secondo posto con la Francia e dopo la Lettonia della lista dei 15 paesi europei con vaccini obbligatori e fra gli ultimi in termini di spesa per l’istruzione, come sempre; mentre i restanti paesi dove i vaccini non sono obbligatori, non solo le politiche ambientali sono più attive, ma anche le spese per l’istruzione sono più consistenti. Evidentemente – e questo lo dico dal stesso punto di vista che mi impongono, volenti o nolenti, i vari miei titoli formali ottenuti in anni e anni di studi -e senza mai trascurare il lavoro manuale, beninteso: questo affaire dovrebbe essere fra le priorità assolute di una pianificazione rivolta al miglioramento della condizione sociale italiana, per la quale dovrebbero impegnarsi tutti i docenti, i genitori, gli stessi pedagogisti e il corpo medico-sanitario.

Ecco, forse siamo arrivati al nocciolo della questione. Posto che non bisogna desistere di richiamare la coscienza degli adulti nel denunciare con forza e determinazione il cambiamento climatico, evidentemente non dobbiamo minimamente escludere il bisogno di allargare la nostra concezione dell’ambiente, sorvegliare – e sempre per agire – quegli ambienti che sono le nostre scuole, le nostre città, le nostre campagne, i nostri boschi, i nostri spazi pubblici, i nostri ospedali, i nostri centri educativi e via discorrendo.

Forse è proprio arrivato il momento di fare un passo verso una concezione “non globale” bensì “organica” della società, dove il tema del clima, cioè dell’inquinamento, cioè del disastro ambientale, comprenda tutte le componenti reali, i nostri stessi vissuti quotidiani con gli ecosistemi circostanti, più prossimi a ciascuno di noi. Forse, senza mai togliere lo sguardo sulla situazione globale, anzi insistendo nell’estendere la rete internazionale, dobbiamo responsabilizzarci meglio, in modo più efficiente, con autentiche iniziative pacifiche, verso i nostri territori, verso le nostre scuole, verso le politiche interne italiane locali e nazionali! Forse si tratta di sensibilizzare gli adulti, genitori, insegnanti, dirigenti, amministratori pubblici sulle sopraddette condizioni della scuola italiana e senza mai dimenticare come stanno morendo i nostri simili nelle località sopra menzionate, come da oltre un ventennio alcune zone dell’Italia sono state letteralmente devastate procurando disastri che perdureranno per molti decenni, se non per secoli, da quel che dicono gli esperti.

Fra i tanti sconcertanti aspetti della problematica, occorre senza dubbio valorizzare il più possibile anche la testimonianza di quelle mamme del casertano o di Taranto o anche di altri luoghi che ancora oggi piangono i loro figli scomparsi giovanissimi con quelle forme maligne di patologie tipiche di queste zone, ed inoltre di quei genitori che piangono la scomparsa dei figli a causa di cure sanitarie sbagliate o altri agghiaccianti episodi (vedi, per esempio, i fatti di Bibbiano e altri episodi di abuso sui minori, dell’aumento di casi di bambini scomparsi, tolti a genitori italiani e immigrati, ecc.), la cui sacrosanta battaglia, del tutto atipica per la storia dell’umanità italiana, come la vostra battaglia, è sempre a rischio di strumentalizzazione politica e giornalistica (sul tema passerei questo servizio Mamme Coraggio- Radio Popolare del 2016 Link al servizio 

Giusto per fare un esempio, un oncologo di Napoli, dottor Antonio Marfella, che monitorizza da vari anni la situazione delle malattie da inquinamento in Italia, ha fatto notare che la Campania è sempre stata la più fertile zona d’Europa e che per questo nell’antichità era chiamata Campania Felix. Pare che fino a meno di due decenni fa i campani non conoscessero parole come “cancro”, “tumore” e simili mentre, oggi, la loro risulta tra le regioni con le medie più alte di queste patologie. E mentre scrivo, ricevo una comunicazione via email, in cui si dice che in queste terre, negli ultimi quattro cinque anni, c’è stato un calo di roghi inquinanti grazie alle denunce e all’impegno dei cittadini, ma che nel 2019 sono di nuovo in salita e già del 25%; si consulti la notizia del quotidiano l’Avvenire qui).

Ma quante cose non dobbiamo ancora approfondire per mettere a fuoco sulla portata reale del disastro ambientale, nel senso lato del termine, del progressivo degrado materiale e morale a cui si assiste passivamente in Italia? Evidentemente, non c’è nemmeno più tempo per rincorrere sogni ad occhi aperti. Strumenti oggi ne abbiamo, ne avete voi, giovani che siete certo più forti degli adulti.

Senza dubbio, se le scuole usassero razionalmente queste risorse, non ci sarebbe nemmeno più bisogno di deforestare il pianeta per la produzione di libri di testo, oggi sostituibili con un semplice pacchetto digitale, cosa che il preside di un liceo (scientifico, di Brindisi, se ricordo bene, se no di Taranto), ha già applicato diversi anni fa, facendo pagare alle famiglie solo 25 euro per tutto il programma di studi di un anno, ciò che gli ha procurato anche una menzione dalla Comunità europea (da quel che ricordo)! Altre scuole stanno prendendo esempio, ma ho saputo che una di queste (non so se vale per tutte le altre, cosa che andrebbe immediatamente appurata), fa pagare il pacchetto anche 400 euro!

 

Invito a:

A fronte di tutto ciò, di tutti questi aspetti contorti che ricadono sulla vostra stessa crescita, il mio suggerimento è che non vi lasciate depistare dai politici e dai mass-media dentro una generica idea di “crisi climatica” che vi tiene separati dagli adulti, dai vostri stessi genitori e insegnanti.

Non lasciatevi lusingare dal protagonismo che vi conduce a manifestare solo nell’ottica del Fridays for Future. La nota circolare del ministro dell’Istruzione attuale, per quanto gentile possa sembrare nei vostri confronti, la dice lunga sui processi di normalizzazione delle vostre proteste. Oddio, a me non è sembrata malvagia, in quanto la normalizzazione rischiate sempre di crearla voi stessi ancor prima che ci pensino gli adulti che vi circondano, sia quelli ingenui e creduloni ,sia quelli consapevoli e non sempre bene intenzionati e/o coerenti con quel che predicano; in quanto la lotta va continuata su altri livelli organizzativi, come consiglia di fare lo stesso movimento che oggi voi abbracciate. Occorre pressare le amministrazioni locali con le apposite pratiche democratiche, utilizzando la creatività e sempre facendo riferimento alle normative già esistenti, a livello locale, nazionale e internazionale. In ultima istanza, si tratta essenzialmente di costringere i responsabili istituzionali e gli altri attori privati a rispettare le regole, ciò che implicherebbe un radicale cambio di rotta nella produzione e nella pianificazione infrastrutturale dello stivale intero, con tutte le sue isole.

Vi invito a non lasciarvi cristallizzare dentro una strategia a contenuti unici che si presta facilmente all’ideologizzazione dall’alto e, soprattutto, non lasciatevi ingabbiare in nessuno schema definitivo: destrutturate gli schemi vostri e altrui sempre al fine di elaborarne di migliori, di più funzionali alle vostre finalità, più efficienti ed efficaci in termini di impatto ambientale, civile e intellettuale. Cercate di tenere insieme, in un unico quadro, la situazione italiana e quella planetaria.

Fate capire agli adulti che vi circondano che non si tratta di una mera utopia, bensì di autentiche e concrete possibilità di sviluppo, anche di nuove forme di lavoro più consone alla maturità etica effettiva della nostra specie, che le nostre scuole andrebbero e potrebbero tutte essere convertite in sistemi ecologici, in ambienti salubri, in autentiche comunità dove si usa veramente il cervello e il buon senso.

Fate capire che l’inquinamento non è causato solo dalle grandi industrie ma anche da piccoli medi privati e non è soltanto materiale ma anche morale e che la sintomatologia delle scuole italiane riflette quella della società italiana, la quale riflette a modo suo quella globale. Soprattutto, non desistete nella lotta che state intraprendendo, e non delegate mai nessuno come rappresentante dei vostri diritti, se non in seguito a un accurato e costruttivo confronto democratico.

E ricordatevi, non come ultima istanza strategica, di perlustrare attentamente i vostri territori, non solo per capire davvero dove vivete, ma anche per rafforzare ogni altro vostro proposito futuro. Ai cannoli, direi proprio che dovrebbero organizzarsi meglio per rendere l’uso delle sostanze leggere come la canapa o Marijuana o Shit o come vogliamo chiamarla la chiamano, e in luogo di continuare a spendere soldi per comprare merce di scarsa qualità che il mercato illegale inevitabilmente e sempre più produce, potrebbero tranquillamente andare a bonificare aree usando la stessa canapa (in sinergia con altre piante) per creare autonomamente sistemi di fitodepurazione, oltre che di auto-produzione contestataria delle politiche proibizionistiche, oggi del tutto fuori luogo, e controtendenza, sempre a favore di una buona percentuale di essere umani che voteranno sempre conservatori, reazionari e fascisti di vario genere e razza e stirpe.

Per il resto, è inutile che vi dica che da voi c’è solo da imparare una nuova lezione di vita, fermo restando che non si va da nessuna parte senza la lezione di chi ci precede, della Storia, in nessun luogo si arriva senza un coordinamento autenticamente cooperativo, fondato su saldi principi di solidarietà reciproca e reciproca fiducia, senza un azione coordinata che valorizzi la biologica esistenza di tutti, salvaguardando prioritariamente quella dei più deboli, abbracciando, infine, l’intero orizzonte che un’autentica lotta per l’ambiente apre: la lotta per la vita.

Antonio Fiscarelli

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Educazione, Europa, Giovani, Opinioni
Tags: , , , , , , , ,

Newsletter

Inserisci la tua email qui sotto per ricevere la newsletter giornaliera.

DIRETTA mobilitazioni ogni giorno a Santiago 26.02.20

Documentario: L'inizio della fine delle armi nucleari

Documentario: RBUI, il nostro diritto di vivere

Mobilitiamoci per Assange!

Chiudiamo le pagine di chi spegne i sorrisi

2a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza

App Pressenza

App Pressenza

Milagro Sala

Canale di youtube

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

Archivi

Except where otherwise note, content on this site is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International license.