Rojava: gli incendi contro i raccolti

10.07.2019 - Redazione Italia

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Rojava: gli incendi contro i raccolti
(Foto di Rete Jin)

Una nuova forma di terrorismo economico contro l’autogoverno. La testimonianza di Simona Deidda, da 20 giorni in Siria con una delegazione di donne solidali

Articolo di Daniele Barbieri

Dopo la sconfitta dell’Isis nei territori della Siria del nord e dell’est si tenta di costruire un sistema democratico. Negli ultimi anni qui si è lavorato anche per la diversità delle coltivazioni agricole a garanzia dell’indipendenza alimentare. Le zone del Rojava e della Siria del nord e dell’est sono le più produttive dal punto di vista agricolo. Qui l’Autogoverno ha fornito tutte le attrezzature e i macchinari per aumentare la produzione e facilitare il lavoro. Il risultato è un rinascimento dell’agricoltura.

Ma a “qualcuno” non piace.

A maggio e giugno 2019 in queste zone si sono verificati grandi incendi. Le cause sono varie (alte temperature accompagnate da venti, eccessiva diffusione delle erbacce a causa delle forti piogge nell’ultimo inverno ecc) ma i principali incendi a Raqqa, Deir ez-Zor, Tabqa, Kobane e Manbij sono certamente dolosi.

Simona Deidda fa parte della Rete Kurdistan-Sardegna. Da 20 giorni si trova nella Confederazione della Siria del nord e dell’est «con una delegazione di sarde e italiane che fanno capo alla Rete Jin di solidarietà con le donne kurde». Da tutte loro è partito uno degli appelli a raccontare cosa sta accadendo con la pressante richiesta a giornaliste/i di andar lì per vedere cosa sta accadendo.

Raggiunta al telefono, Simona Deidda si presenta così.

«Mi occupo di questione kurda da ormai 10 anni. İnizialmente il mio interesse era sulla questione kurda in Turchia ma con l’avvento della rivoluzione in Rojava si è allargato ad abbracciare tutte le 4 aree del Kurdistan. Ho svolto una tesi di laurea sugli sfollati interni kurdi in Turchia e sul ruolo di organizzazioni e istituti internazionali nel Paese. Sono dottore di ricerca in relazioni internazionali con una tesi di dottorato sull’idroconflittualità nelle aree curdofone della Turchia, con particolare focus sulla popolazione di Dersim e la diga Keban. Dal 2010 mi sono recata decine di volte in Turchia e nel Bakur, l’area turca a maggioranza curdofona, per studio e ricerca trascorrendovi lunghi periodi ma ho anche partecipato come osservatore internazionale alle elezioni del 1 novembre 2015, nella città di Şanlıurfa. Mi trovavo in Turchia, appunto nel 2015, in occasione degli attentati a Suruç e Ankara e dell’omicidio dell’avvocato Tahri Elçi a Diyarbakır».

Dopo la sconfitta dell’Isis si tenta, in alcuni territori della Siria, di costruire un sistema democratico. Voi cosa avete potuto vedere?

«Attualmente mi trovo nella Confederazione della Siria del nord e dell’est da circa 20 giorni, con una delegazione di sarde e italiane che fanno tutte capo alla Rete Jin di solidarietà con le donne kurde. Abbiamo visitato diverse aree e città della regione autonoma, da Jazire a Kobane, Raqqa, Manbij, Ain-issa. Tutte zone che per un lungo periodo sono state sotto il dominio del Daesh ma attualmente vivono una situazione di rinascita e ricostruzione sia strutturale che politica e sociale.

Come delegazione di Rete Jin siamo qui per conoscere e capire la forza di questa che viene chiamata “rivoluzione delle donne” e che sta alla base del paradigma del Confederalismo Democratico. In questi giorni abbiamo incontrato diverse istituzioni femminili, dalla Mala Jin (Casa delle donne) di Qamişlo alle varie sedi del Kongreya  Star, la fondazione Sara, il centro e l’accademia di Jineoloji di Kobane, il Desteya Jin con sede ad Ain-İssa. Abbiamo avuto modo di vedere la costruzione di un nuovo sistema, basato interamente su partecipazione e condivisione dell’idea di autogoverno che vede coinvolta la donna in tutti gli ambiti della vita sociale, economica e politica dunque al centro di un nuovo modo di pensare e di vivere. Con le nomine al più alto sistema di autogoverno e all’interno di ogni istituzione mista esiste una parte autonoma femminile in cui si discute e si prendono decisioni. Abbiamo avuto modo di capire come la mentalità del maschio dominante venga messa in discussione attraverso la formazione costante di donne e uomini: si ristudia la storia dell’umanità ponendo in primo piano la donna, riappropriandosi dei saperi della società naturale e tentando di scardinare il sistema capitalista basato su sessismo e patriarcato. Come ci ha detto anche il co-presidente del TEV-DEM di Qamişlo non è facile dividere il potere con le donne, lasciando loro lo spazio che fino a qualche tempo fa era solo nelle mani dell’uomo ma è necessario, affinché la società diventi migliore e si pongano le basi per un sistema democratico ed ecologista».

Avete visto gli incendi? Cosa ne pensate?

«Durante la nostra permanenza abbiamo visto purtroppo decine di incendi che hanno distrutto migliaia di ettari di campi di grano e orzo. Da Kobane a Raqqa sino ad arrivare a Qamişlo tutto il raccolto della Regione Autonoma è andato in fiamme: per il caldo e per problemi legati al petrolio, di cui la regione di Jezira è la principale produttrice, ma soprattutto per incendi appiccati dalla mano dell’uomo. Decine di testimonianze accusano militari turchi di aver appiccato il fuoco sia in maniera diretta, cioè infiltrandosi in territorio siriano, che con l’utilizzo di proiettili sparati da oltre confine. È di qualche giorno fa la notizia che l’esercito turco ha sparato nel territorio della Regione Autonoma provocando un vasto incendio e poi ha aperto il fuoco sulla popolazione che cercava di spegnerlo. Altre volte gli incendi sono opera delle cellule dormienti del Daesh tuttora presenti, in particolare nella Siria del Nord. Un altra minaccia è rappresentata dal regime di Bashar al-Assad. Ovviamente le motivazioni che si nascondono dietro questi incendi sono sia economiche che politiche. Economiche in quanto la Regione Autonoma è sempre stato il granaio della Siria; si stima che il 65 per cento di tutta la farina siriana venga prodotta qui. Dunque l’obiettivo degli incendi è indebolire economicamente questa regione, meglio se riducendo la popolazione alla fame per dimostrare l’incapacità del governo della Confederazione autonoma della Siria del nord e dell’est di gestire l’economia e garantire la sicurezza. İl terrorismo economico rappresenta la nuova faccia della guerra nell’area: ha moltiplicato le sue forme causando enormi perdite e aumentando la paura. Se la popolazione ridotta alla fame fosse costretta a sfollare diverrebbe maggiormente controllabile e più ricattabile da quel che resta del Daesh o dai governi turco e siriano».

Cosa si può fare in Italia per sostenere un processo democratico in queste zone della Siria?

«Le visite (ufficiali e non) e gli incontri con centinaia di persone ci hanno permesso di approfondire la conoscenza del sistema del Confederalismo Democratico, basato su coesistenza, cooperazione e confronto fra etnie, religioni e identità diverse (arabi a kurdi, yezidi, türkmeni, circassi e dunque sia musulmani che cristiani). Ed è emersa la necessità di fare conoscere la rivoluzione in atto che sta creando una nuova mentalità in un nuovo sistema politico, economico e sociale. Quello che si può fare, in Sardegna e in tutta Italia, è promuovere incontri e scambiare le esperienze. Bisogna continuare e rafforzare le reti che sono già nate».

SCHEDA

Esistono video che confermano il coinvolgimento della Turchia negli incendi.

Qui di seguto alcuni link.

Soldato turco che da fuoco alle coltivazioni al confine vicino alla città di Darbasiya in Hasaka

Tentativi della popolazione di Darbasiya di spegnere l’incendio

https://www.youtube.com/watch?v=0XQy6Z3yfD0 

Nel video https://www.youtube.com/watch?v=j1a1kHTBJ0w si vedono soldati turchi che appiccano un incendio nei campi coltivati alle 11.22 del mattino di sabato 8 giugno 2019 a Dirbesiye, a nord di Hasakeh, sul confine fra Siria e Turchia.

Ci sono purtroppo molti morti nel tentativo di spegnere gli incendi. Sono 6 fra i civili: Rashid Ayoub Muslim, nelle campagne vicino Kobane; Ahmed Rimelan al-Mukhlaf nel villaggio di Al-Atshan;  Ali Mufidi al-Abbas; Ragheb Ibrahim al-Hamid; Aziz Saleh al-Mansi; Majrafa’ Hanoush Al-Ali. Quattro sono i morti fra i militari impegnati contro gli incendi: Ayman Ibrahim al-Thiab; Mazen Abdullah; Saleh Ali al-Mohammed; Saleh Maani’ al-Awad.

Fin al 16 giugno questi sono i raccolti danneggiati

Zona

Proporzione dei raccolti bruciati (Grano/Orzo)

Ettari bruciati

Jazira 70% grano

30% orzo

37.800 ettari
Eufrate 80% grano

20% orzo

2.650 ettari
Raqqa 60% grano

40% orzo

3.842 ettari
Deir ez-Zor 70% grano

30% orzo

386 ettari
Manbij 60% grano

40% orzo

110 ettari

Sono bruciati più di 2.000 alberi nei territori dell’Eufrate e di Raqqa, macchinari agricoli (due mietitrici e un trattore) e molte case nella zona di Jazira. L’Autogoverno stima perdite per 19 miliardi di lire siriane.

Kobanê, città delle donne

Qui di seguito trovate una testimonianza (del 5 luglio) della Delegazione italiana della Rete Jiin:

La Rete Jin – https://retejin.org – si definisce così: «rete delle donne in solidarietà con il movimento delle donne curde e quindi, più in generale, con la lotta per il Confederalismo Democratico: contro Stato, patriarcato e capitalismo; per la democrazia, la rivoluzione delle donne e il cambiamento sociale».

Categorie: Diritti Umani, Interviste, Medio Oriente
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