Dal Brasile: oggi non ho voglia di raccontare niente

09.05.2019 - San Paolo, Brasile - Paolo D'Aprile

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Dal Brasile: oggi non ho voglia di raccontare niente

Mi chiedono di scrivere sul taglio di 95% dei fondi destinati al controllo del cambiamento climatico, annunciato dal ministro dell’ambiente, che a suo tempo fu accusato e condannato per crimini contro… l’ambiente, appunto. Mi si esorta a scrivere ma non ne ho voglia, dovrei consultare siti e dati, dovrei controllare le percentuali di ettari disboscati in questi primi mesi di governo, dovrei parlare di miniere e riserve indigene, un lavoraccio. Mi chiedono di raccontare riguardo alla cancellazione di tutte le borse di studio universitarie per i corsi di specializzazione, master e phd, concesse, dice il governo, con criteri esclusivamente politici e motivi ideologici ubbidienti ai precetti del marxismo culturale e quindi inutili o dannose alla famiglia tradizionale brasiliana, ai valori cristiani della nazione.

Mi si sollecita a raccontare della chiusura imminente delle università federali dovuta alla interruzione dei finanziamenti pubblici perché “tra gente nuda, in un clima di permissività generale, e con la partecipazione sovversiva del Movimento dei Senza Terra, è impossibile qualunque attività accademica”. Mi chiedono inoltre di spiegare come mai il governo ha abolito dai licei lo studio della filosofia e della sociologia e ostacolato, praticamente impedito, lo studio delle stesse materie nelle università, con una azione meticolosa di sospensione di ogni finanziamento. Forse perché, come dice il ministro, bisogna dare priorità a ciò che porta un vantaggio alla nazione, certamente non è la filosofia né tanto meno la sociologia. E il figlio di un contadino farebbe meglio ad imparare un mestiere per poter aiutare la famiglia. Lo studio universitario deve essere riservato all’elite culturale del paese, lo dimostra il fatto che l’apertura, negli ultimi anni, di tutte queste università federali, è stata una tragedia.

Mi si chiede spiegare l’ultimo decreto del governo che facilita il possesso e  l’uso delle armi. Sì, anche per bambini e adolescenti, con l’autorizzazione dei genitori, ma, per ora, solo nelle dipendenze del poligono di tiro. Praticamente si sospendono le lezioni e si chiudono le scuole, ma si può imparare a sparare. Mi si domanda che cosa è successo perché il governatore dello stato di Rio de Janeiro venisse denunciato all’Onu. No, non è successo niente di speciale: è solo salito sull’elicottero dei tiratori scelti e, sorvolando le aree più povere della città, hanno scambiato una riunione di preghiera di un gruppo evangelico per un agglomerato di narcotrafficanti, e sorvolando a bassa quota hanno cominciato a sparare. Il governatore ha filmato tutto, prima durante e dopo. Dice: È ora di finirla definitivamente, oggi è un grande giorno, andiamo a sterminare i delinquenti, è finita la pacchia. Le immagini erano trasmesse dal vivo dai canali di comunicazione ufficiali del governo di stato, ora si possono trovare su youtube. E non sono le uniche, sono stati registrati altri momenti drammatici in cui hanno perso la vita otto persone, assassinate dalle forze di sicurezza. Sparano dagli elicotteri, in mezzo alle case, in pieno giorno, i bambini della scuola gridano dal terrore, ma i soldati non si fermano. I cadaveri vengono poi rimossi in fretta e furia dalle truppe di terra perché nessuno osservi i dettagli dell’esecuzione, neanche la stessa perizia, basta la parola del governatore.

Me lo ricordo, era lui, sul palco, durante la campagna elettorale, era lui che inneggiava alla distruzione della placca commemorativa di Marielle Franco, l’attivista dei diritti umani uccisa a Rio de Janeiro più di un anno fa. Le indagini hanno portato all’arresto di due miliziani, il primo, vicino di casa del presidente, il secondo in possesso di un arsenale con armi di uso esclusivo dell’esercito, e il terzo, amico personale della famiglia presidenziale, la cui madre e la cui moglie facevano parte del gabinetto del senatore Bolsonaro, figlio del presidente della repubblica. Mi si chiede di parlare di tutto questo, ma non ci riesco. Penso a Mara, la ragazzina dalle ossa di cristallo, che quando il mio amico racconta la sua storia piange. Il mio amico si commuove perché ricorda che, quando la conobbe, Mara viveva nella baracca più povera, nel vicolo più sordido, della favela più miserabile della città. Viveva nascosta sotto al letto della madre, si vergognava di se stessa e delle sue deformità. Poi un giorno, racconta il mio amico, occhi rossi e naso colante, poi un giorno, grazie al lavoro del gruppo di appoggio, Mara riuscì a vincere ogni paura e riprese la sua vita. Il pulmino adattato del comune arrivava nel fango del piazzale della favela, la portava a lavorare, alla fisioterapia, a scuola, la portava dappertutto. Un diritto di Mara conquistato da lei con le sue mani.

Era già buio quando arrivarono gli uomini armati, gli uomini a caccia dei ladri di polli, dei piccoli trafficanti. Uccisero un poveraccio, camicia aperta, collana d’oro, baffetti da zorro. Teneva gli occhiali da sole anche di notte, per fare il duro. Era un bonaccione, un ladro di polli, uno spacciatore al minuto, un paio di canne al massimo. Mara presente alla scena, venne presa per i capelli e trascinata giù nel vicolo, come un sacco di immondizia. Il mio amico arrivò a pensare il peggio. Ma ritrovò la piccola Mara sana e salva: viva. Dopo tanti anni dicono che Mara abbia imparato a convivere con il terrore di quella notte. Anzi, no. Il mio amico dice che stiamo vivendo come un povero minotauro triste, scornato e impaurito nel labirinto di un potere presidenziale impazzito che sbraita contro tutto e contro tutti, perché il potere è un tremendo stigma che ha la necessità di controllare la personalità degli altri e non sopporta né la diversità di opinioni, né la diversità tout-court. Il mio amico racconta e piange, perché anche la verità sembra una menzogna e la menzogna è diventata la cosa più vera che esiste, perché la memoria non vuole ricordare la paura del futuro, anzi, la memoria si è trasformata essa stessa in paura, la memoria è diventata lo stomaco dell’anima, lo stomaco del minotauro più triste che c’è. E dopo queste righe confuse, mi fermo. Oggi non ho voglia di raccontare niente.

 

https://www.youtube.com/watch?v=q0xHhyvef8I

https://www.youtube.com/watch?v=iEzHhAzm5yw

https://www.youtube.com/watch?v=nNv1ShUR9AU

https://www.youtube.com/watch?v=xlN3EMhGvDU

Categorie: Opinioni, Politica, Sud America
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