Gianmarco Pisa a Pressenza En La Oreja: il Kosovo, il Paese più “giovane” d’Europa

07.04.2018 - Redacción Ecuador

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Gianmarco Pisa a Pressenza En La Oreja: il Kosovo, il Paese più “giovane” d’Europa

Introdotti dai ritmi balcanici di “Cocek Sljivovica” della Boban and Marko Marković Orkestar, qui a Pressenza En La Oreja, sulle frequenze di Radio Pichincha Universal (Quito, Ecuador), parliamo ora di questa regione europea e in particolare del Kosovo, il paese più giovane e con più giovani d’Europa. Un paese che non ha molto spazio nei mezzi di comunicazione. E quando lo trova, è sempre associato alla guerra o al conflitto, come è successo per esempio alcuni giorni fa, quando molta della stampa internazionale ha parlato dei gas lacrimogeni lanciati da alcuni deputati del partito nazionalista Vetëvendosje durante una seduta del Parlamento, per impedire la ratifica di un accordo di demarcazione dei confini con il Montenegro.

Andiamo quindi in Europa: siamo collegati con Napoli, dove si trova Gianmarco Pisa, operatore di pace in zone di conflitto e post-conflitto, come il Kosovo, ricercatore dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace (IPRI) e editorialista di Pressenza Italia.

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Lo scorso 17 febbraio ricorreva il decimo anniversario dalla nascita della Repubblica indipendente del Kosovo. Ci spieghi in breve come e in che contesto si è formato questo nuovo Stato nel 2008?

La situazione attuale del Kosovo è, per molti aspetti, figlia del contesto di guerra nei Balcani degli anni Novanta. Precedentemente, le sei repubbliche dei Balcani Occidentali erano repubbliche federate all’interno di un unico Paese, la Jugoslavia, che era un Paese socialista e aveva una struttura federale. Era composta, come si diceva, di sei repubbliche: Slovenia, Croazia, Bosnia – Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia. Tra queste repubbliche, che, a quel tempo, erano federate nella Jugoslavia, la più grande, la Serbia, aveva al suo interno due province autonome: a Nord, verso il confine con l’Ungheria, la Vojvodina; a Sud, verso il confine con l’Albania, appunto, il Kosovo.

Si trattava di una federazione profondamente multi-nazionale, dove la preoccupazione principale da parte della Jugoslavia, come disse una volta Tito con un celebre slogan, era quella di «proteggere la fratellanza e l’unità dei diversi popoli jugoslavi come la pupilla dei nostri occhi». Ma dopo la morte di Tito, nel 1980, la situazione economica peggiora; la crisi del debito, pilotata dal Fondo Monetario Internazionale, diventa grave; i rapporti tra le singole repubbliche federate si deteriorano e le differenze economiche si aggravano sempre di più, tra le regioni del Nord, la Slovenia e la Croazia, più ricche, e le regioni del Sud, tra cui il Kosovo, più povere. Tra il 1992 e il 1995 la guerra di Bosnia porta definitivamente alla dissoluzione della Jugoslavia socialista. Nel 1998 scoppia un nuovo conflitto in Kosovo, dove la popolazione albanese si ribella al potere centrale della Serbia.

Questi sono i presupposti della guerra. Il 24 Marzo 1999 la NATO, contro il diritto internazionale e senza un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, aggredisce la Serbia e bombarda Belgrado, con il “pretesto” di difendere i diritti della popolazione albanese del Kosovo. La guerra finisce con l’approvazione della Risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base alla quale deve essere istituita una amministrazione ad interim nel Kosovo e deve essere previsto un auto-governo del Kosovo, ma all’interno della Serbia. Il Kosovo invece si “stacca” sempre di più, le autorità serbe continuano ad avere una sovranità formale sulla regione, ma non hanno più alcun controllo o governo, e così il 17 Febbraio 2008, praticamente dieci anni fa, il Kosovo proclama unilateralmente la sua indipendenza, riconosciuta oggi da 114 stati del mondo. L’Ecuador, ad esempio, è tra i numerosi Paesi, Russia, Cina, etc. che non riconoscono il Kosovo.

Si parla della Repubblica del Kosovo come uno “Stato di fatto”. Ci spieghi perché e a che punto sta la costruzione delle istituzioni e della società civile kosovare?

Il Kosovo è uno Stato cosiddetto “a riconoscimento parziale”: vi sono singoli stati che riconoscono il Kosovo, in primo luogo quelli del blocco euro-atlantico, e singole organizzazioni internazionali nelle quali il Kosovo è entrato, come ad esempio la UEFA per il calcio e il CIO per le olimpiadi; ma altri stati non riconoscono il Kosovo e quindi non entra nelle maggiori organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Inoltre, non dimentichiamo che la Risoluzione 1244, tuttora in vigore, stabilisce con precisione, all’art. 10, «un’amministrazione ad interim per il Kosovo, sotto la quale la popolazione del Kosovo eserciti una sostanziale autonomia all’interno della Repubblica Federale di Jugoslavia, cioè della Serbia».

Quindi, formalmente, parliamo di una regione contesa della Serbia; sostanzialmente, la Serbia è presente, dal punto di vista istituzionale e amministrativo, solo nelle zone del Kosovo abitate dalla minoranza serba, vale a dire il Kosovo settentrionale e una serie di città e villaggi del Kosovo interno, che spesso vengono considerate delle enclave, attorniate da città e villaggi albanesi.
Le istituzioni dello Stato del Kosovo che si sono costituite sono quindi, sostanzialmente, mono-etniche, sono istituzioni a maggioranza albanese che la popolazione serba del Kosovo non riconosce, così come la popolazione albanese rifiuta la presenza delle istituzioni serbe nelle zone abitate dai Serbi del Kosovo. Inoltre, è necessario tenere presente che si tratta di una esperienza amministrativa e istituzionale molto recente, in un contesto che è uno dei più poveri di tutto il continente europeo. Parliamo quindi di uno “Stato di fatto”, ma anche di uno “Stato fragile”, in cui l’efficienza amministrativa è scarsa, le condizioni economiche e sociali sono gravi e le relazioni tra la maggioranza albanese e la minoranza serba, che pure esistono, sono tuttavia assai tese e difficili.

In occasione del decennale è stato pubblicato uno studio sulla situazione del Paese che si chiama “Oltre il ponte”, un riferimento al Ponte di Mitrovica che separa, a livello simbolico e fisico, gli albanesi dai serbi e dalle altre minoranze. Cosa fuoriesce da questa ricerca?

Si tratta, a mio modo di vedere, di una ricerca interessante, che è stata effettuata dall’Alternative Dispute Resolution CenterMediation Center Mitrovica, e che si intitola «Oltre il Ponte: simbolismo, libertà di movimento, sicurezza». La ricerca ha il merito di mettere in evidenza le tre più grandi questioni che riguardano, in questa fase, la società kosovara; le limitazioni alla libertà di movimento; le difficoltà di avere servizi pubblici efficienti; la situazione di povertà, incertezza e insicurezza, anche legata alla corruzione e alla criminalità, che si continua a vivere nella regione.

La ricerca è stata effettuata nella città di Mitrovica, che è una città simbolo per il conflitto del Kosovo, dal momento che è divisa tra un settore Nord (Kosovska Mitrovica) abitato dai Serbi del Kosovo, ed un settore Sud (Mitrovicë) abitato dagli Albanesi Kosovari. Ovviamente, non esistono solo gli Albanesi e i Serbi in Kosovo, esistono tantissime altre minoranze, è una delle regioni più interessanti e più ricche, dal punto di vista etnico e culturale, in Europa; tuttavia la guerra ha determinato la separazione tra le comunità e la rottura del legame di convivenza, che pure, ai tempi della Jugoslavia socialista, esisteva. A Mitrovica, la linea di confine tra i due settori della città è il corso del fiume Ibar. Così, il ponte sul fiume è diventato simbolo della separazione della città.

Non a caso, più di un terzo dei cittadini di Mitrovica dice che il ponte gli provoca sentimenti negativi; la maggioranza dei Serbi ritiene che il ponte debba essere chiuso e quindi che il passaggio delle persone e delle auto sia bloccato; inoltre, oltre metà della popolazione ritiene che gli accordi parziali sin qui raggiunti tra serbi e albanesi non abbiano contribuito alla sicurezza nella regione.

Negli ultimi 10 anni hai vissuto e lavorato spesso nel Paese, per la tua attività di ricercatore e operatore di pace. Ci racconti qualche esempio positivo, qualche segno di speranza per il futuro che hai visto lì?

Mi sembra importante sottolineare l’importanza di rompere il cliché, che vuole associare il Kosovo alla guerra e per cui, ogni volta che si parla del Kosovo, viene in mente la guerra e la violenza. Il Kosovo ha una storia millenaria, ha visto tantissimi popoli abitarlo e attraversarlo, ha attraversato momenti di conflitto e momenti di convivenza. Ci sono giovani, attivi soprattutto in alcune organizzazioni della società civile che si occupano di lavoro sociale e di lavoro culturale, che si impegnano per un Kosovo unito e democratico, e io vorrei aggiungere per un Kosovo, nella cornice del diritto internazionale, «di tutti e per tutti», in cui tutte le comunità possano sentirsi “a casa”. Non è possibile concepire un Kosovo senza la sua composizione e senza la sua pluralità etnica e culturale. E poi vi è la memoria degli anziani, che hanno vissuto la Jugoslavia del socialismo e della convivenza, e che possono dare un contributo ad aggiornare quei valori di fratellanza e coesistenza. Anche la memoria può diventare un terreno di confronto, un elemento del lavoro di pace in Kosovo.

Categorie: Europa, Interviste, Politica, Questioni internazionali, Radio
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