Malawi: la via dei poveri allo sviluppo

24.03.2018 - Malawi - Francesco Gesualdi

Malawi: la via dei poveri allo sviluppo

Procediamo per una strada sterrata, rossa e polverosa. Ai due lati campi di mais visibilmente sofferenti: piante rade, basse e mezze secche. I contadini lamentano una stagione delle piogge avara di acqua, chiaro effetto dei cambiamenti climatici. Siamo in Malawi, un terzo dell’Italia, paese incuneato fra lo Zambia e il Mozambico. L’80% della popolazione vive in campagna, potremmo proprio dire che Cristo si è fermato a Blantayre, cittadina del sud in cui ci troviamo. In città la povertà la cogli se hai la capacità di abbandonare le grandi arterie: allora ti trovi difronte a casupole con pareti in terra battuta e tetto con materiale raccapezzato in discarica: pezzi di lamiera, pexiglass, plastica, tenuti fermi da pietre, in lotta perenne contro il vento che batte particolarmente forte quando si preannuncia un temporale. E se hai il coraggio di andare oltre, allora in mezzo ai rigagnoli di acqua putrida, chiare fogne a cielo aperto, ti ritrovi nel bel mezzo di mercati rionali formati da banchetti allestiti per terra con ogni genere di mercanzia: dai mango al pesce secco, dalla legna da ardere agli abiti usati, unico punto di contatto con la ricca Europa.

In campagna la povertà ti si fa incontro da sola. Mentre l’auto procede, incontri donne e bambini di ritorno dalla fontana con il loro prezioso carico di acqua in testa. Le donne colpiscono per i loro vestiti variopinti, ma i bambini per la loro magrezza, per i loro pantaloncini e canottiere strappate, per i piedi scalzi, al massimo protetti da ciabatte infradito. Di quando in quando il segno di qualche assembramento commerciale. Ai due lati della strada, chi esibisce una serqua di uova, chi una gallina, chi qualche papaya, e dietro, a ricordare che si tratta di mercati permanenti, piccoli tuguri, bui e scalcinati, che solo dalle scritte esposte direttamente sulle pareti, capisci che vogliono essere macellerie, punti di contatto telefonico, barbieri, addirittura saloni di bellezza. Di elettricità nessun segno, se non qualche raro e minuscolo pannello solare. Per l’acqua va già bene quando in un angolo scorgi una pompa a mano.

Impietosa la nostra auto procede sobbalzando su un fondo stradale pieno di solchi e dopo un tratto fra due ali di fitta vegetazione, che poi risulta essere una piantagione artificiale di eucalipti, all’improvviso un ampio cancello. Un guardiano si fa incontro per sapere chi siamo e riconosciuto il nostro accompagnatore ci spalanca la strada verso l’interno. Un cartello ci avvisa che siamo in uno dei quattro istituti che l’associazione DAPP gestisce in Malawi per la formazione di insegnanti rurali. Mentre scendiamo dall’auto, sentiamo già il benvenuto intonato dal coro gli studenti: ragazze e ragazzi sulla ventina che hanno deciso di dedicare la loro vita professionale all’elevazione culturale dei bambini delle campagne. E non solo. Parlando con loro scopriamo che stanno ricevendo una formazione per essere non solo insegnanti elementari, ma addirittura animatori sociali capaci di aiutare le comunità rurali a risolvere le sfide ambientali ed economiche che sempre di più si parano davanti a loro, attraverso nuove conoscenze e una più stretta solidarietà di villaggio. E’ la politica dell’empowerment che significa mettere i poveri in condizione di gestire essi stessi il proprio cambiamento.

DAPP, che sta per “Aiuto allo sviluppo da persona a persona” è un’organizzazione non governativa attiva dagli anni ’90 che riesce ad andare avanti grazie a un mix di contributi di origine pubblica, privata e commerciale che la rende particolarmente interessante anche sotto il profilo finanziario. Il suo partner pubblico è il governo del Malawi, mentre il suo principale partner privato è Humana, una realtà ormai estesa a livello mondiale, che ha come missione il sostegno ad organizzazioni africane, asiatiche e latinoamericane, che cercano di promuovere lo sviluppo umano delle fasce più povere in un’ottica di sostenibilità. E se la strategia di sviluppo umano si fonda sulla convinzione che i poveri sanno trovare essi stessi la soluzione ai loro problemi purché aiutati ad arricchire le proprie conoscenze e a rinsaldare i vincoli di comunità, la strategia finanziaria di Humana, che poi si estende anche a DAPP, consiste in un’attività industriale a sfondo ambientale. Di fatto Humana trasforma in aiuto allo sviluppo lo spreco del Nord, ossia gli abiti che noi gettiamo. Un rifiuto che solo in Italia ammonta a 240mila tonnellate all’anno di cui solo la metà è raccolta in forma differenziata. Humana riesce a raccoglierne 20mila tonnellate, che in parte rivende nei propri negozi italiani ed europei, in parte invia ai propri partner del Malawi e di altri paesi dell’Africa, affinché possano procurarsi, localmente e in forma autonoma, denaro per i propri progetti. In effetti DAPP rivende in loco gli abiti che riceve in dono dall’Europa, in parte al dettaglio tramite negozi propri, in parte all’ingrosso rifornendo i negozianti di abiti usati. Insomma la triangolazione messa in piedi cerca di mettere a disposizione dei poveri soldi versati dai poveri stessi riciclando lo spreco del Nord. Una formula che sicuramente pone qualche domanda da un punto di vista politico e della proposta economica, ma che ha il merito di avere permesso a progetti importanti di autofinanziarsi migliorando la vita di oltre 15 milioni di persone a livello mondiale.

In Malawi i progetti di DAPP solo formalmente sono divisi in progetti di tipo agricolo e di tipo educativo. Di fatto sono gli uni la continuazione degli altri, perché in ambito agricolo l’attività comprende anche la disseminazione di nuovi saperi, mentre in ambito educativo l’attività comprende anche l’allenamento a risolvere i problemi esistenti. Una linea pedagogica in perfetta sintonia con la scuola di Barbiana e la proposta di Paulo Freire. In occasione della nostra visita alla scuola per maestri, gli studenti erano orgogliosi di raccontarci che non si limitano a studiare aspetti teorici, ma che fanno anche pratica di responsabilità non solo dando mano nell’orto, nelle pulizie, nella cucina, ma anche allevando piantine di alberi di alto fusto che poi mettono a dimora come contributo contro i cambiamenti climatici. E l’aspetto interessante è che propongono questa stessa iniziativa ai villaggi circostanti affinché facciano altrettanto anche loro. Del resto il rapporto di integrazione fra scuola e società lo si nota anche dal fatto che il programma prevede uscite continue per conoscere le problematiche vissute dalla gente e fare pratica di animazione comunitaria. Esperienze che poi si rivelano estremamente preziose quando, una volta maestri, debbono confrontarsi con scuole rurali che vedono 80 bambini per classe, senza banchi, senza libri e con strutture così fatiscenti per cui fare scuola sotto l’ombra di un albero è quasi meglio che fra le mura.

Da Avvenire, 22 Marzo

Categorie: Africa, Economia, Educazione
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