Dal Cile: quando sindacalismo, lavoro interiore e ascesi vanno bene insieme

09.10.2017 - Santiago del Cile - Domenico Musella

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Dal Cile: quando sindacalismo, lavoro interiore e ascesi vanno bene insieme
Mario Aguilar Arévalo (Foto di Pressenza)

La realtà cilena continua a riservarmi sorprese, non solamente nell’ondata di speranza che prova a trasmettere la candidata alla presidenza del Frente Amplio Beatriz Sánchez, ma anche in un altro ramo dell’azione sociale: il sindacalismo.

Vado alla saletta del Messaggio di Silo nel quartiere di Ñuñoa, a Santiago, dove si tiene un incontro sul tema “azione sociale e ascesi” con Mario Aguilar Arévalo, insegnante, pedagogista e presidente del Colegio de Profesores de Chile (“Ordine degli Insegnanti del Cile”). Si tratta del più grande sindacato degli insegnanti del Paese, ma anche di uno dei principali sindacati cileni in generale, essendo i docenti una delle categorie più mobilitate a difendere i diritti del lavoro.

Fatte le dovute differenze, è come se in Italia andassi a un incontro sull’ascesi tenuto da Maurizio Landini. Ma siamo in Cile, e qui può succedere che sia un umanista a guidare un sindacato, e che ovviamente in quanto attento all’essere umano tenga in conto non solo la dimensione sociale, ma anche quella personale e quella della trascendenza.

Intendiamoci: neanche qui tutto ciò è qualcosa di frequente (almeno così mi dicono gli amici cileni: e mi fido, anche se finora questa serie di sorprese mi fa vedere più rose che spine). Mario prima di arrivare a questa carica è passato per anni di attività di base, prima durante la dittatura di Pinochet, poi con il passaggio alla democrazia, trovandosi quasi sempre in condizione di minoranza ma insistendo nel condurre un’azione coerente che lo ha portato in seguito a guidare la corrente dei dissidenti nel suo sindacato e infine, lo scorso novembre, ad esserne eletto presidente nazionale.

Sorridente e simpatico, senza la pretesa di fare la lezione (pur essendo un professore!), ma con l’aria di chi è abituato a portare avanti con determinazione le lotte sociali, Mario Aguilar ci racconta un po’ della sua storia e soprattutto del come da un punto di vista personale vive e gestisce un incarico di tale responsabilità.

Non ho l’intenzione, né è questa la sede per fare un report dettagliato della sua esperienza. Mi limiterò a qualche appunto su quello che ho imparato e che mi è rimasto da questo bell’incontro, un po’ filtrato anche dalla mia piccola esperienza nel mondo sindacale e nel lavoro interiore. Di fronte allo stress che l’attività sociale comporta, al peso non indifferente di sapere che i propri atti e decisioni, soprattutto a certi livelli, hanno delle conseguenze importanti nella vita di altre persone, è molto facile scivolare nella frustrazione, collassare o lasciar perdere tutto per la tensione che inevitabilmente si accumula. Allo stesso tempo, in un attimo si può perdere di vista il senso della propria azione, a causa delle gratificazioni e del riconoscimento da parte degli altri, magari anche a una certa sensazione di prestigio legata al proprio ruolo: Laura Rodríguez da queste parti lo ha chiamato virus de altura.

E allora come fare? Ovviamente non esiste una ricetta preconfezionata, ma quello che Mario Aguilar e altri consigliano è mantenere un’attenzione costante alla coerenza tra quello che pensiamo, diciamo e facciamo. Non va perso di vista il “centro”, l’equilibrio tra il nostro interno e il nostro esterno deve essere un po’ la nostra stella polare, nel tentativo di portare avanti azioni che abbiano senso. La ricerca permanente della calma, quella “virtù dei forti” che permette di prendere le decisioni giuste in uno stato che non sia alterato; l’indifferenza tanto all’insulto quanto al complimento; il mantenimento di una certa “distanza” dal proprio ruolo e il non prendersi troppo sul serio sono altre pratiche che possono aiutare tanto, insieme al rilassamento, al lavoro sulle immagini e ad altri strumenti che ci fanno lavorare internamente.

E l’ascesi? Come la possiamo legare a qualcosa di così pratico e materiale come l’attività sindacale? Una delle tante possibili risposte è che la trascendenza, quella capacità di sospendere l’”io” e fare un’esperienza che vada al di là e apra in qualche modo il futuro, si possa raggiungere proprio dirigendosi verso gli altri: agendo nel mondo non con una prospettiva personalistica, ma provando a superare una condizione di violenza che riguarda tutte e tutti. Una prospettiva interessante, che mi sta dando molto da riflettere.

Categorie: Opinioni, Politica, Sud America, Umanesimo e Spiritualità
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