All’inizio di agosto era stata lanciata una vasta campagna internazionale per contrastare i tentativi del presidente brasiliano Michel Temer di commutare in legge un controverso parere legale sul possibile mancato riconoscimento territoriale ai popoli indigeni che non stavano occupando le loro terre ancestrali prima del del 5 ottobre 1988, quando l’attuale costituzione del paese è entrata in vigore. Questa nuova proposta, chiamata “marco temporal” o “limite temporale” dagli attivisti e dagli esperti in legge, lo scorso 16 agosto è stata rigettata da una sentenza unanime della Corte Suprema del Brasile, che si è espressa a favore dei diritti territoriali dei popoli indigeni in due casi di controversie terriere. Tutti e otto i giudici hanno votato a favore dei diritti indigeni e contro il governo dello stato del Mato Grosso, nell’Amazzonia, che aveva chiesto un risarcimento per alcune delle terre demarcate come territori indigeni alcuni decenni fa.

Sebbene la decisione a proposito di un altro caso sia stata rinviata, questo risultato è stato accolto come una vittoria significativa per i diritti territoriali dei popoli indigeni nel paese dai difensori indigeni e dagli attivisti per i diritti umani di tutto il mondo, che hanno celebrato questa significativa sentenza assieme all’organizzazione brasiliana pan-indigena APIB che ha guidato il movimento di protesta con lo slogan: “La nostra storia non è iniziata nel 1988”. Per Survival Internationalla ong che dal 1969 opera in difesa dei diritti dei popoli indigeni, “Se i giudici avessero accolto il parere, in Brasile il livello di riconoscimento dei diritti indigeni sarebbe arretrato di decenni, con il rischio di distruggere centinaia di tribù. Il furto di terra distrugge popoli autosufficienti e i loro stili di vita differenti. Porta malattie, povertà e suicidi”.

Survival ha condotto una protesta internazionale contro la proposta di Temer, chiedendo ai suoi sostenitori di fare pressioni sui leader del Brasile e sulla Corte Suprema affinché respingesse il parere. Più di 4.000 email sono state inviate direttamente ad importanti personalità del mondo politico contribuendo così ad un risultato storico. Infatti, anche se la sentenza non esclude la possibilità di ulteriori attacchi ai diritti territoriali dei popoli indigeni del Brasile, rappresenta una vittoria almeno momentanea contro la  lobby agroalimentare del paese, che ha forti legami con il governo Temer. Per Luiz Henrique Eloy, un avvocato indigeno Terena, “Questa è una vittoria importante per i popoli indigeni di questi territori.

La Corte Suprema ha riconosciuto i loro diritti [territoriali] originali e questo ha delle ripercussioni a livello nazionale, perché la Corte Suprema ha indicato di essere contro il concetto di limite temporale”.

“Se i giudici avessero accolto il parere legale – ha spiegato Stephen Corry, direttore generale di Survival – questa proposta avrebbe azzerato i diritti indigeni nel paese. I popoli indigeni del Brasile stanno già lottando contro un attacco globale ai loro territori e alla loro identità, una continuazione dell’invasione e del genocidio che hanno caratterizzato la colonizzazione europea delle Americhe”. Per questo “Siamo estremamente grati per l’energia e l’entusiasmo dei nostri sostenitori nell’aiutare gli indigeni a contrastare questa proposta devastante”. Tuttavia, anche se non ci saranno altri riconoscimenti giuridici dei territori indigeni, in Brasile “sono ancora all’ordine del giorno le violenze, che tutti noi subiamo, attacchi da parte dei paramilitari, criminalizzazione e razzismo” ha concluso a Survival Eliseu Guarani, un rappresentante del popolo Guarani Kaiowá che vive nel sud ovest del paese.

Una situazione ancora drammatica che a dieci anni dalla Dichiarazione ONU per i diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP) e in occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigenicelebrata lo scorso 9 agosto, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha voluto ricordare raccogliendo in un dettagliato dossier un bilancio aggiornato delle condizioni indigene nel mondo. Nonostante molti dei 149 paesi firmatari della UNDRIP abbiano inserito nella propria costituzione almeno una parte degli enunciati della stessa, la situazione dei circa 6.000 popoli indigeni a cui appartengono più di 450 milioni di persone resta critica e i loro diritti umani e civili continuano ad essere calpestati. “I diritti dei popoli indigeni restano perlopiù sulla carta e anche quando i loro diritti sono inseriti nelle costituzioni nazionali si tratta spesso di dichiarazioni di intento che non costituiscono linee guida vincolanti e non possono quindi essere basi per legali per denunce in caso di violazione dei diritti”. Le comunità indigene continuano, quindi, a essere vittime di furto di terre, di deportazioni forzate, di distruzione ambientale nonché di attacchi armati mirati per spezzare la loro resistenza davanti ai grandi progetti industriali, agricoli o energetici che interessano i loro territori e che solo di rado e a caro prezzo riescono a fermare.

Per l’APM, oltre alle prese di posizione nazionali, come nel caso brasiliano, “sarebbe fondamentale emanare una convenzione per la tutela dei diritti indigeni che sia anche vincolante per il diritto internazionale”. Di fatto oggi nei paesi asiatici così come nei paesi latinoamericani dove vive la maggior parte delle popolazioni indigene che sono riuscite ad ottenere almeno la demarcazione dei loro territori, questa situazione ancora non garantisce loro alcuna tutela nei confronti di grandi progetti economici pianificati e realizzati senza che le comunità vengano informate o venga sentito il loro parere, come richiederebbe invece la dichiarazione delle Nazioni Unite.

 

Alessandro Graziadei