Israele-Palestina: un processo di pace in crisi

31.12.2013 - Redazione Italia

Israele-Palestina: un processo di pace in crisi

Il 29 luglio scorso è ripreso ufficialmente, dopo tre anni di totale stasi e sotto la benedizione del governo statunitense, il dialogo per i negoziati di pace fra Israele e Palestina, con la speranza di arrivare a una soluzione per la realizzazione di uno stato palestinese indipendente accanto a quello di Israele. Tuttavia, secondo il capo-negoziatore palestinese Saeb Erekat, l’atteggiamento dello stato ebraico negli ultimi quattro mesi, non è incline alla pace, al contrario “il governo israeliano sembra puntare alla distruzione del negoziato”: più di 30 palestinesi sono stati uccisi a sangue freddo quest’anno; sono stati fatti appalti per la costruzione di 5.992 nuove abitazioni nelle colonie “che equivalgono ad uno sviluppo urbano tre volte superiore a quello di New York”; sono stati distrutti 209 edifici palestinesi e sono stati effettuati numerosi attacchi alla moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, mentre le azioni terroristiche commesse dai coloni sono cresciute del 41%. La Striscia di Gaza, che sta affrontando il suo sesto anno di blocco militare da parte di Egitto e Israele, rimane sotto assedio e colpita da una gravissima crisi umanitaria dovuta a una delle più disastrose carenze di energia, carburante e acqua negli ultimi anni.

Nessuna di queste realtà è sulla strada della pace, bensì sono queste tattiche volte a ostacolare gli accordi con Ramallah, ne è un esempio il rilascio di prigionieri in cambio della costruzione di nuove colonie illegali, che altro non è che un modo per incitare la Palestina ad interrompere i negoziati addossandole interamente la colpa.

Intanto John Kerry riprenderà la sua spola diplomatica dopo la pausa natalizia, la prossima settimana. Il Segretario di Stato statunitense visiterà nuovamente Tel Aviv e Ramallah per ulteriori colloqui con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, con lo scopo di definire un “accordo quadro” che faccia da base ad intese di pace definitive, un ultimo disperato sforzo di interrompere  la stasi dei negoziati.

Che l’obiettivo del nuovo “piano americano” al tavolo del negoziato sia favorire Israele è opinione di molti. È stata proprio Washington infatti a suggerire la presenza militare israeliana nella Valle del Giordano per dieci anni, senza però proporre soluzioni per fermare l’espansione coloniale israeliana. Nelle scorse settimane l’Autorità palestinese ha accusato Kerry di non riuscire a essere “un mediatore neutrale”, una critica che appare più che giustificata, in quanto con la scusa di una futura pace il Segretario di stato americano sembra preoccuparsi soltanto di soddisfare i cosiddetti interessi di sicurezza di Israele a spese della creazione dello stato palestinese.

La liberazione dei prigionieri in cambio di colonie

L’unico aspetto su cui Israele sembra dimostrare un’apertura nei confronti dei negoziati è quello del rilascio dei 104 prigionieri palestinesi come promesso nel contesto degli impegni assunti con la ripresa delle trattative di pace a luglio. Tuttavia questa “concessione” ha un prezzo: in cambio dei 52 palestinesi già liberati nelle prime due tranche di scarcerazioni sono state costruite circa 3.500 nuove abitazioni nelle colonie illegali in Cisgiordania (2.000 con il primo gruppo ad agosto e 1.500 con il secondo a ottobre) e ci si aspetta la costruzione di almeno altre 1.400 unità abitative per il rilascio dei 26 palestinesi scarcerati ieri. I prigionieri, detenuti da Israele da prima degli accordi di Oslo, sono il terzo gruppo dalla ripresa dei colloqui di pace dello scorso luglio, un quarto gruppo sarà rilasciato ad aprile.

Kerry ha invitato il premier israeliano a “esercitare la massima moderazione nell’annuncio di nuove costruzioni”, senza suggerire tuttavia il loro arresto ma solo di moderare la comunicazione al riguardo, via libera alle colonie insomma, ma senza sbandierarlo ai quattro venti.

Oltre ai 26 prigionieri anche Samer Issawi, simbolo della resistenza nonviolenta, è stato rilasciato lunedì 23 dicembre dopo 18 mesi di carcere e 266 giorni di sciopero della fame. Incarcerato a luglio 2012, Samer ha iniziato lo sciopero della fame il 1 agosto 2012. Ad aprile del 2013 Israele decide che se avesse interrotto la sua protesta sarebbe stato rilasciato dopo ulteriori 8 mesi, e così è stato. Tuttavia nei giorni precedenti al suo rilascio l’esercito israeliano ha fatto incursione nella casa di famiglia di Issawi arrestando suo padre e uno dei suoi fratelli per interrogarli. Una sorta di scambio di prigionieri, una vittoria a metà.

Israele si spacca sull’annessione della Valle del Giordano

La commissione ministeriale per la legislazione ha approvato in via preliminare, domenica 29 dicembre, il disegno di legge presentato alla Knesset che era stato introdotto giovedì scorso da una parlamentare del Likud. La proposta prevede l’annessione della Valle del Giordano allo Stato di Israele con lo scopo di mantenere l’area sotto la sovranità israeliana in vista di futuri accordi di pace con i palestinesi.  La Valle del Giordano è l’unico confine verso l’esterno per la Cisgiordania e una delle poche aree non ancora sviluppate, nonché un possibile luogo dove centinaia di migliaia di profughi palestinesi potrebbero tornare. Le risorse idriche abbondanti rendono le sue terre tra le più fertili di tutta la Palestina storica, rendendo quindi l’area altamente produttiva e un probabile motore per l’economia palestinese.

Ora il disegno di legge passerà alla Knesset per il voto pieno, tuttavia il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Giustizia e capo negoziatore Tzipi Livni hanno dichiarato di essere contrari alla proposta e che avrebbero fatto appello al voto.

A presentare il progetto è stata Miri Regev, ex generale ed ex portavoce dell’esercito israeliano, del partito del Likud. Otto ministri israeliani hanno dato la loro approvazione mentre altri tre hanno dichiarato che avrebbero fatto ricorso per bloccare il processo ed evitare che la proposta diventi legge. I ministri che hanno sostenuto il disegno di legge sono membri del partito del Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, oltre ai membri del partito Israel Beytenu (Israele Casa Nostra) e il Habayit Hayehudi (Casa Ebraica) i partiti fondamentalisti. La legge dovrebbe essere discussa in tre letture, tuttavia la negoziatrice Tzipi Livni (leader del partito centrista HaTnuà) ha dichiarato che si tratta di una iniziativa “irresponsabile” e ha votato contro, assieme con altri due ministri.

Il commento del  capo negoziatore palestinese Saeb Erekat alla proposta è stato altrettanto severo. Secondo Erekat questo disegno di legge e le continue violazioni di Israele legate alle attività di insediamento stanno distruggendo le possibilità di arrivare a una pace mandando in fumo i tentativi del Segretario di Stato americano di raggiungere l’obiettivo entro i termini stabiliti. Una decisione del genere, ha aggiunto Erekat, sarebbe in contrasto con il diritto internazionale. I negoziati sulla Valle del Giordano sono uno dei tasti dolenti degli accordi di pace (insieme a questioni più scottanti come Gerusalemme, le colonie, i profughi e Gaza). Per i palestinesi rinunciare alla Valle del Giordano significherebbe rinunciare al controllo del confine orientale del futuro stato, e la scusa dei “motivi di sicurezza” per proteggersi da un Medio Oriente sempre più instabile, che non fanno indietreggiare Israele sulla Valle, sembrano rendere improbabile ogni tipo di accordo.

Kerry stesso aveva presentato, due settimane fa, la proposta iniziale ad Abbas: fare dell’area l’avamposto per le truppe israeliane per dieci anni, fino a quando l’esercito dell’ANP non sarebbe stato pronto a condurre le redini del nuovo stato, ma anche il posizionamento di soldati “invisibili” lungo la frontiera tra il futuro stato e la Giordania: in parole povere questo concederebbe a Israele il veto effettivo a non lasciare mai la Valle del Giordano. In tutta risposta Abbas ha ribadito che quando nascerà uno Stato di Palestina negli attuali Territori Occupati (il 22% della Palestina storica), Israele non potrà dispiegare neanche un soldato sui suoi territori. L’ANP tuttavia è aperta alla possibilità di una presenza internazionale nell’area che possa accontentare le necessità di sicurezza israeliane (e i suoi timori che armi e miliziani possano entrare dalla Giordania). Israele però vuole mantenere nelle sue stesse mani la sicurezza del paese mettendo nuovamente in dubbio i reali obiettivi dello stato ebraico: la sicurezza o il controllo delle risorse idriche e delle terre fertili per il monopolio della produzione di frutta e verdura a basso prezzo da rivendere poi ai palestinesi stessi?

Escalation di attacchi e arresti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza

Sebbene con la tattica del rilascio dei prigionieri a primo impatto Israele sembri bene intenzionato nei confronti della ripresa del dialogo, nelle ultime settimane la sua condotta non è stata da esempio e numerose violenze si sono perpetrate in Cisgiordania e a Gaza: questo mese le forze aeree israeliane hanno bombardato più volte la Striscia, mentre le truppe via terra hanno condotto almeno 58 incursioni in Cisgiordania solo questa settimana.

Il 7 dicembre Wajdi al-Ramahi, 15 anni, è stato colpito da un cecchino alla schiena mentre camminava di fronte alla scuola dell’UNRWA nei pressi del campo profughi al-Jalazoun, a nord di Ramallah, vicino all’insediamento illegale di Bet El.

Il 19 dicembre gli israeliani hanno fatto incursione in quella che è l’area A della Cisgiordania (che secondo gli accordi di Oslo è sotto il pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese), nel campo profughi di Jenin, uccidendo Nafea Saadi, di 23 anni, che con altri giovani era sceso in strada a protestare contro l’incursione delle forze di occupazione. Altri otto palestinesi sono stati feriti. Poco dopo, a Qalqilya, un altro palestinese, Samir Yasin, di 28 anni, membro delle forze di sicurezza dell’ANP, è rimasto ucciso nell’agguato di una unità speciale israeliana.

Il 20 dicembre Odah Jihad Hamad, 27 anni è stato colpito a nord di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, mentre suo fratello Raddad, di 22 anni, è rimasto ferito. Nella stessa giornata altri tre ragazzi sono stati feriti a est di Jabalia, a nord di Gaza: Mohammad Hammouda Ayoub (23 anni), Dya Ahmad Al Natour (17 anni) e Ali Hasan Khalil (20).

Il 24 dicembre l’esercito israeliano ha bombardato diverse aree della Striscia di Gaza, uccidendo due palestinesi, tra cui una bambina di 3 anni, Hala Ahmad Al-Boheiry. Una decina sono stati i feriti inclusa la madre di Hala e due fratelli di 3 anni e 6 anni. Gli accordi per il cessate il fuoco del 21 novembre 2012, a seguito della campagna militare Pilastro di Difesa, hanno stabilito che le forze militari israeliane devono “cessare le ostilità nella Striscia di Gaza, via terra, via mare e via aria, compreso le incursioni e le uccisioni mirate”.

Le forze israeliane hanno arrestato ieri dieci palestinesi nelle città di Hebron,  Betlemme e Gerusalemme. Secondo fonti locali almeno altre sette persone sono state arrestate nelle ultime settimane tra cui il rappresentante del comitato di resistenza del villaggio di Kafr Qaddoum, Murad Shtaiwi, rilasciato pochi giorni dopo. Nel 2013 Israele ha intensificato le incursioni nei centri abitati della Cisgiordania uccidendo più di venti palestinesi. Alla vigilia del quinto anniversario dell’operazione Piombo Fuso (che ha ucciso 1.400 palestinesi per lo più civili), il 26 dicembre, Israele ha attaccato Gaza di nuovo ferendo due persone, mentre il 29 dicembre è stato assaltato il villaggio di Kafr Qaddoum, durante le notte, con gas lacrimogeni e bombe sonore.

Inoltre questa settimana, e per la 63sima volta, le forze israeliane hanno demolito il villaggio beduino di al-Araqib, nel Negev. Fonti locali riferiscono che i bulldozer e le jeep della polizia hanno fatto irruzione nel villaggio e demolito tutte le case in acciaio. I beduini rivendicano il possesso di quelle terre, mentre Israele ritiene che al-Araqib e tutti i villaggi beduini nel Negev siano illegali.

Le premesse per la pace

In un quadro come quello delle ultime settimane non sembra esserci nessuna pace all’orizzonte, contrariamente a quanto affermato da Washington. Il premier israeliano ha più volte dichiarato: “non ci fermeremo nemmeno per un istante nella costruzione del nostro Paese e nello sviluppo della nostra impresa coloniale”. Dichiarazioni che non lasciano ben sperare in una pace e che non mostrano le buone intenzioni nei confronti di una risoluzione (che invece Kerry ritiene proprie dello stato ebraico), tanto che sembra che Ramallah stia effettivamente negoziando da sola con la più ragionevole delegazione guidata da Tzipi Livni e il suo partito più moderato, piuttosto che con il governo di Israele. Tel Aviv è responsabile degli insediamenti illegali e, secondo Erekat, “preferisce gli insediamenti ai negoziati. Preferisce le imposizioni piuttosto che la prosecuzione del processo di pace. Quindi il governo d’Israele è interamente responsabile della crisi dei negoziati”.

Nonostante l’ottimismo fiducioso di Kerry, che forse sarebbe più saggio definire ingenuo, sembra che i negoziati siano effettivamente appesi a un filo e che negli ultimi mesi israeliani e palestinesi non abbiano affatto compiuto significativi progressi come egli afferma. Non è ancora possibile lavorare a un “accordo quadro” in queste condizioni almeno finché le tanto propagandate buone intenzioni di Israele nei confronti del processo di pace non si realizzino in qualche azione concreta.

Le responsabilità di questa crisi sono dunque imputabili a Israele, che non sembra fare altro che perseguire l’originale progetto sionista avviato alla fine dell’800: la creazione di uno stato ebraico all’interno del quale ghettizzare al popolazione palestinese in spazi minimi, in enclavi o bantustan senza alcun collegamento tra loro (come è oggi Gaza), massimizzando l’apartheid israeliano. In questo quadro rientra anche il Progetto E1 che prevede la creazione di un blocco di colonie che unirà Gerusalemme all’insediamento di Ma’ale Adumim, fino alla Valle del Giordano. Nella pratica sarebbe uno strumento per dividere definitivamente in due la Cisgiordania e rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese con la sua continuità territoriale. Non a caso dall’inizio della ripresa del processo di pace la costruzione di colonie è cresciuta sensibilmente e a tassi ancora più elevati rispetto agli anni precedenti, per cui le dichiarazioni ottimistiche di Kerry appaiono quantomeno ingiustificate.

Non c’è nessun accordo di pace all’orizzonte e non è realistico pensare che “non siamo mai stati più vicini alla pace”, ma Washington non tiene conto dei reali ostacoli al dialogo sul territorio, sembra preoccuparsi di più di non irritare troppo Tel Aviv, già indignata per il negoziato in corso con l’Iran, giudicato come uno “storico errore” dal premier israeliano.

Categorie: Internazionale, Medio Oriente, Opinioni, Questioni internazionali
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