Un tabù dei nostri tempi: sessualità, amore e disabilità

27.08.2013 - Vittorio Agnoletto

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Terza puntata del reportage di Vittorio Agnoletto dal Festival di Locarno. Leggi la prima puntata e la seconda.

 

L’esercizio della sessualità da parte delle persone disabili rappresenta da sempre nella nostra società un tabù, un argomento da ignorare per non dover fare i conti con aree sensibili della nostra cultura. L’invalicabilità pubblica di questo confine ovviamente non ha mai cancellato il riproporsi continuo di tale tema nella vita di milioni di persone: l’unico risultato ottenuto è la solitudine alla quale sono abbandonati i singoli e le loro famiglie. Le soluzioni tentate sono le più diverse: dalla totale rimozione del tema ad una sessualità consumata e confinata nel cerchio famigliare piuttosto che risolta con il ricorso a prestazioni a pagamento; ma ogni esperienza resta rinchiusa in un assordante silenzio a sua volta destinato a custodire nel privato famigliare un profondo senso di vergogna.

Per tutte queste ragioni la scelta di ospitare a Locarno due film su questo argomento è da salutare comunque come un atto di coraggio ed un contributo importante a rompere il silenzio, ad uscire allo scoperto.

Gabrielle” della canadese Louise Archambault narra la vicenda di una giovane donna affetta dalla sindrome di Williams-Beuren, una malattia segnata da un ritardo mentale associato ad un carattere estremamente socievole ed estroverso, anche verso gli estranei, e ad un ritardo di crescita spesso accompagnato, tra l’altro, da un invecchiamento precoce. La protagonista incontra Martin in un coro che si esibisce in un centro ricreativo per disabili, ma il loro desiderio d’amore dovrà scontrarsi con i tanti stereotipi e le numerose paure profondamente radicate nella società ma anche nelle rispettive famiglie.

La ricerca di una sempre maggior autonomia da parte di Gabrielle e di Martin deve fare i conti con la scarsità di strutture in grado di sostenere i loro tentativi, ma anche con la protezione spesso soffocante e limitante dei rispettivi nuclei famigliari. Il desiderio di aiutare e di assistere la persona disabile, in assenza di una preparazione professionale o almeno di un sostegno formativo, spesso rischia di indebolire ulteriormente il soggetto che si vorrebbe aiutare, rendendogli ancora più difficile la possibilità di diventare consapevole e quindi di valorizzare tutte le proprie capacità professionali e relazionali residue. Quando poi all’attrazione amorosa si affianca anche il desiderio sessuale, la paura è il primo sentimento che in genere s’impadronisce di chi assiste la persona disabile e il timore per una possibile progenie non ha un confine preciso con l’inconfessabile angoscia di perdere il controllo sulle scelte, i desideri e quindi la vita del proprio assistito.

Gabrielle Marion-Rivard interpreta se stessa, seppure seguendo una precisa sceneggiatura, e trasmette una sensazione di semplicità e spontaneità che ha subito conquistato il pubblico; ma un non minor apprezzamento va reso ad Alexandre Landry, Martin, che a differenza di Gabrielle non recita se stesso e che dimostra un grande talento nell’interpretare una parte che poteva rischiare di apparire artificiale e sovraccarica al cospetto di una partner che recitava se medesima.

Un film non scontato nel suo dipanarsi, ben recitato e diretto con maestria e senza invadenza, prodotto dallamicro_scope, una casa di produzione indipendente del Quebec, che due anni fa conquistò, sempre a Locarno, il premio del pubblico con un altro film a sfondo sociale, Bachir Lazhar di Philippe Falardeau, (in quel caso il tema era l’immigrazione).

Gabrielle” presentato nella prestigiosa piazza Grande ha anch’esso ottenuto il premio del pubblico e sicuramente troverà un’adeguata distribuzione internazionale; il lieto fine, una conclusione un po’ da favola nella quale l’amore è destinato comunque a trionfare, ben si addice ad un grande pubblico desideroso di commuoversi e di saper riscoprire, anche in questi momenti segnati da grandi difficoltà sociali, sentimenti positivi capaci di farci sentire più buoni e forse anche un po’ più ottimisti.

Ma la realtà non sempre ha un Happy End.

The Special Need” è un film italiano del giovane regista Carlo Zoratti che affronta il medesimo tema; racconta un viaggio attraverso l’Europa per trovare una risposta all’improcrastinabile necessità manifestata da un giovane ragazzo autistico, Enea, di poter vivere anch’egli le proprie esperienze sessuali e sentimentali. Anche in questo caso Enea Gabino, affiancato nella vita e nel film da due amici Alex Nazzi e lo stesso Carlo Zoratti, è il protagonista: interpreta se medesimo ma in una vicenda della sua vita reale senza una sceneggiatura esterna predeterminata.

La continue difficoltà sperimentate in ogni tentativo di entrare in contatto con delle ragazze, spingono Enea a sovrapporre l’immagine di un’ipotetica partner alle fotografie delle tante donne che appaiono sulle numerose riviste che alimentano il suo immaginario femminile. I genitori evitano di affrontare l’argomento, mentre una psicoterapeuta cerca di aiutare Enea a fare i conti con la realtà. Di fronte ad una situazione che appare bloccata e fonte di sofferenza, i due amici pensano di ricorrere al sesso a pagamento per soddisfare le attese di Enea. I tre iniziano quindi un viaggio tra Italia, Austria e Germania alla ricerca della situazione migliore dove Enea possa sperimentare la sua prima volta.

Ma questa scelta solleva non poche discussioni tra i tre protagonisti e presenta molte difficoltà, legali e psicologiche: è necessario evitare di essere accusati di induzione alla prostituzione, come spiegano con grande lucidità ed esperienza Pia Covre e Carla Corso del “Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute”, ma è anche indispensabile aiutare l’amico a comprendere che, se si può comprare un rapporto sessuale, non è possibile acquistare una storia d’amore; a complicare la situazione vi sono i dubbi e gli interrogativi etico-esistenziali che attraversano Alex e Carlo.

Alla fine del viaggio non c’è né alcun Happy End, né alcuna facile soluzione dietro l’angolo; numerose domande restano aperte, non scompare la sofferenza, né la tentazione di rincorrere fantasie auto consolatorie, ma tutti i protagonisti sanno di essere cambiati, di essere cresciuti nella consapevolezza verso se stessi.

Il film non fa nulla per nascondere le difficoltà e la complessità del tema affrontato che sono mostrate in modo chiaro ed esplicito, ma evita ogni tragicità, ogni vicolo cieco e sapientemente distilla battute e immagini capaci di far comparire il sorriso e talvolta il riso agli spettatori. Il regista, che incontro dopo la proiezione, mi spiega la grande attenzione posta nel rispettare nella sua realtà la vicenda narrata, senza forzature o interventi esterni, ma avendo comunque l’obiettivo di evitare la produzione di un documentario destinato solo agli addetti ai lavori. Ne è uscito un film a basso costo ma che può contemporaneamente rivolgersi ad un grande pubblico – sperando che riesca a trovare un’adeguata distribuzione – ed essere un valido strumento di sensibilizzazione e di lavoro per le istituzioni e le associazioni che operano con le persone disabili.

Gabrielle” e “The special need” : due film diversi, provenienti da background esperienziali differenti, ma ambedue utili per ragionare e cominciare a superare silenzi e tabù che non dovrebbero essere lasciati, con tutto il proprio peso, solo sulle spalle delle famiglie e delle comunità direttamente coinvolte. A maggior ragione in una società che troppo spesso sembra proporre la sessualità, o meglio la sua esaltazione ed esasperazione, come l’inizio e la fine di ogni narrazione, privata, collettiva o sociale.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Opinioni
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