Il difficile equilibrio tra businnes e ricerca critica

25.08.2013 - Vittorio Agnoletto

Vittorio Agnoletto ha seguito per Pressenza il Festival del cinema di Locarno che si è appena concluso il 17 agosto. Pubblichiamo da oggi, con scadenza quotidiana, il suo reportage suddiviso in sei puntate. Ecco la prima.

Il festival del cinema di Locarno, del quale si è appena conclusa la 66° edizione, pur essendo pienamente inserito nel circuito mainstream ha sempre mantenuto un atteggiamento di apertura e disponibilità verso le tematiche sociali, senza sottrarsi alla possibilità di trattare temi politici e culturali scottanti, ignorati, non a caso, dagli altri festival a cominciare da Venezia.

Fino a metà del decennio scorso, sulle rive dell’alto lago Maggiore si dava appuntamento, nella prima metà d’agosto, una parte significativa dell’intellighenzia della sinistra italiana; qualche anno prima Locarno aveva informalmente tentato di svolgere una funzione di ponte tra i festival del cinema “ufficiale” e quelli alternativi, pur collocandosi senza tentennamenti tra i primi.

Negli ultimi anni la direzione di Olivier Père aveva impresso una svolta al festival attraverso un’apertura sempre maggiore al cinema hollywoodiano e la consegna al cinema francese di una sorta di monopolio sull’insieme della produzione europea; quest’opera di omologazione provocò, ovviamente, un maggior interesse da parte della grande distribuzione cinematografica, un’aumentata presenza di “dive e divi” alle serate in piazza Grande e una crescente attenzione dei grandi media ma anche la contemporanea emarginazione dei temi sociali e delle pellicole meno allineate politicamente.

Carlo Chatrian, il nuovo direttore artistico, pur senza grandi annunci, né fatti eclatanti, ha provato ad invertire la rotta, a restituire almeno parzialmente a Locarno un ruolo di ricerca e sperimentazione senza censure, né autocensure perché: “..si può pensare al programma come un insieme, non solo di opere di valore, ma di storie con cui rappresentare la comunità….Perché il cinema è finestra ma anche specchio del nostro essere al mondo”.

Nulla di rivoluzionario, dunque, ma una scelta capace di offrire alcune impreviste e piacevoli sorprese sulle quali ho scelto di concentrare la mia attenzione; tratterò per lo più di pellicole destinate ad essere meno conosciute dal grande pubblico ma in grado di stimolare interessanti riflessioni su aspetti della nostra realtà odierna anche a chi, come me, non appartiene al mondo dello spettacolo e non è, né ambisce ad essere, un critico cinematografico.

Inoltre tra i tanti premi attribuiti dalle giurie del festival di Locarno e dei quali ha già scritto la stampa internazionale – il Pardo d’Oro è stato attribuito a Historia De La Meva Mort di Albert Serra, una coproduzione Spagna/Francia – desidero soffermarmi, seppure brevemente, per il loro indubbio valore sociale, sul Pardo d’Onore attribuito a Werner Herzog; su E Agora? Lembra-Me di Joaquim Pinto (Portogallo) che ha vinto il premio speciale della giuria; e su Short Term 12 di Destin Cretton (Stati Uniti) che ha visto premiata Brie Larson per la miglior interpretazione femminile, oltre che su Gabrielle della canadese Louise Archambault che ha vinto il premio del pubblico.

Tralascio invece, limitandomi al minimo indispensabile, ogni commento sui film finiti al centro di polemiche infuocate e quindi già ampiamente discussi, come “Sangue” di Pippo Delbono – sul quale si possono avere pareri anche molto differenti, ma che certamente non contiene alcun atteggiamento giustificazionista verso il terrorismo – e “Feuchtgebiete – Zone umide” produzione tedesca del regista David Wnendt.

E’ questo l’unico film ad essere stato vietato esplicitamente ai minori di sedici anni e segnalato, durante tutto il festival, come in grado di “urtare la sensibilità di alcuni spettatori” con l’ovvio e ricercato risultato di ottenere una grande affluenza di pubblico. Il regista analizza le paure e l’auto distruttività dell’adolescenza disincantata di oggi attraverso i comportamenti ribelli concentrati nella sfera igienico/sessuale agiti da una giovane ragazza. Più che eccitazione per le scene erotiche, tali comportamenti provocano nel pubblico un senso di repulsione, talvolta mitigato da un incredulo sorriso per l’inverosimiglianza delle situazioni mostrate. Un film fatto per eccitare polemiche mediatiche che come unico merito ha quello di rivelare l’indiscutibile capacità recitativa della giovane protagonista Carla Juri.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Internazionale, Opinioni
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