Il copione si ripete, ma non fa notizia. Al largo di Lampedusa, presumibilmente giunte dalla Libia, sono arrivate vive 58 persone, ma alcune in pessime condizioni, fra cui un bambino piccolissimo. Una motovedetta della Guardia Costiera aveva adempiuto al proprio dovere, a circa 85 miglia dall’isola, nella zona SAR che dovrebbe essere vigilata dal governo di Tripoli. Alcuni morti erano a bordo, deceduti per ipotermia o per le inalazioni del carburante, altri non hanno resistito per il tempo necessario ad arrivare al porto di attracco. Quasi contemporaneamente, nell’Egeo, al largo di Bodrum, nel sud ovest della Turchia, sono stati tratte in salvo 21 persone, ma almeno altre 18 invece hanno perso la vita.

Discordanti le ricostruzioni: secondo alcuni c’è stato un inseguimento della Guardia Costiera turca al gommone carico e non è ancora chiaro se questo si sia ribaltato o sia stato speronato. Il bilancio non cambia. Perché non chiamarli vittime delle guerre che dall’Afghanistan al Medio Oriente fino all’Africa Sub Sahariana continuano a imperversare? Già loro non contano per i governi della Fortezza Europa che da giugno, con il nuovo patto, blinderanno ancora di più i propri confini e saranno responsabili di ulteriori tragedie. I morti, ma anche i sopravvissuti di questa notte come tante sono gli invisibili. Sono quelli per cui si è levata la voce sabato 28 marzo nella manifestazione No Kings, sono le vittime dei Re e delle Regine, ultimi fra gli ultimi. Continueremo per loro a chiedere giustizia e diritti, senza rassegnarci al suprematismo occidentale

Stefano Galieni, responsabile immigrazione Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea