Tra Resistenza tradita, conquiste reali e lavoro delle mani: un testo sulla libertà concreta.
E un tributo, tardivo, a un amico

«Ecco perché al celebre motto liberale La mia libertà finisce dove comincia la libertà di un altro, non da oggi ma da un secolo si replica: La mia libertà comincia esattamente e soltanto dove comincia la libertà di un altro».

Così scrisse Franco Fortini il 28 ottobre 1986 su Il Manifesto, all’interno di uno Speciale salute intitolato Le terapie della libertà. Era uno speciale sulla psichiatria e la svolta impressa da Basaglia e da tutti i suoi collaboratori in uno dei pochi veri cambiamenti che questo Paese è riuscito a compiere: la chiusura dei manicomi.

Certo, un cambiamento parziale, che ha lasciato situazioni molto differenziate, non avendo realizzato pienamente i dettami della legge ispirata dalle esperienze di Gorizia e Trieste. Certo, una riforma meglio riuscita e, soprattutto, meno tradita di quelle che i resistenti italiani si aspettavano dopo la liberazione del 25 aprile 1945.

«La caduta del Ministero Parri non è una crisi di governo; è una crisi di regime; o meglio, è il segno della fine di quel periodo della storia italiana che si chiama la Resistenza. È il momento in cui i partiti politici, che della Resistenza erano stati l’espressione, si staccano da essa, e diventano degli strumenti di un gioco politico astratto. […] Il vecchio mondo torna a galla con tutte le sue pretese, con la sua incapacità di rinnovarsi, e con la sua volontà di restaurazione mascherata da legalità».

Questo scrisse Carlo Levi su L’Italia libera il 27 novembre 1945, e così effettivamente fu. È pur vero che una parte dei resistenti voleva la rivoluzione, ma lo spirito della lotta di liberazione fu tradito dalla caduta del Governo Parri in poi e rimase solo nel testo redatto dai costituenti.

Questo tradimento serpeggia costantemente nella nostra storia patria, ed è all’origine del ritorno al governo degli eredi diretti di Benito Mussolini. Lo dicemmo già in molti il 25 aprile del 1994 in piazza a Milano. Eravamo tantissimi. Pioveva e ci andai con Massimo Malini, il mio caro amico che conobbi durante il servizio civile.

Massimo era su una carrozzina, costretto dai danni che il forcipe gli fece alla nascita. Spastico grave, non riusciva a parlare se non con suoni simili a quelli di Chewbecca di Guerre Stellari. Non riusciva a portare il cibo autonomamente alla bocca e, per di più, prima di imboccarlo bisognava tritargli il cibo con un attrezzo detto “masticatore”.

“Marciapiedi: Io trovo stupido che alle soglie del 2000 ci siano ancora marciapiedi così alti da non consentire alle carrozzine di salirci. Quando, ad esempio, vedo un marciapiede troppo alto mi viene da ridere perché ritengo che gli architetti non abbiano tenuto conto dei vari problemi che la gente potrebbe avere. Oltretutto ritengo stupido che abbiano fatto alcuni lavori, tra l’altro fatti anche male, solo durante i Mondiali di calcio del ‘90. Infatti gli scivoli che hanno fatto intorno allo stadio sono troppo ripidi e quindi sono molto pericolosi. Poi ci sono anche gli uffici pubblici che sono pieni di gradini e quindi risultano inaccessibili per chi ha delle difficoltà. Inoltre quando vedo qualcuno che parcheggia sul marciapiede m’arrabbio perché c’è ancora gente che non sa che ci sono delle persone con handicap o altri problemi che non riescono a salire per colpa di un pirla che ha parcheggiato sul marciapiede. Lo ritengo giusto fare questa mostra fotografica perché la gente deve sapere che esiste questo tipo di problema.”

Il testo è di Massimo Malini, redatto con tastiera video e joystick Atari, per la mostra fotografica sulle barriere architettoniche in zona San Siro che facemmo insieme. Massimo era diplomato, aveva quindi frequentato la scuola e, se poteva, leggeva volentieri.

Per permettergli di leggere avevamo predisposto un leggio in legno su cui appoggiavamo un quadernone ad anelli. Dentro c’erano delle cartelline di plastica trasparente con i buchi e dentro alle cartelline mettevamo le fotocopie dei libri. Con questi accorgimenti Massimo riusciva a girare le pagine nonostante i suoi forti spasmi.

Costruii questo ausilio, insieme ad un assistente della comunità dove viveva Massimo, durante il mio anno di obiezione di coscienza al servizio militare che feci tra il 1993 e il 1994. Il primo libro che fotocopiai e inserii pagina per pagina nelle cartelline fu Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino.

Dopo aver preparato tutto per la lettura me ne andai qualche giorno in licenza. Non ricordo dove precisamente, ma andai a zonzo con Laura: forse in Provenza o in Costa azzurra dove suo papà aveva un appartamento, o forse in Valsesia dove i miei compagni avevano affittato una casa, esattamente a Scopello.

Quando tornai dalla licenza trovai il libro nella stessa posizione in cui l’avevo lasciato. Come spesso capitava in quella comunità, presi in giro Massimo e, in fondo, anche me, dicendogli che era un fancazzista e che almeno lo sforzo di leggere qualche pagina lo poteva fare. Diventò rosso, si incazzò. Non era normale, di solito ci si faceva una risata sopra e si chiudeva il capitolo. Allora capii: aveva già letto tutto il libro e per questo era di nuovo al punto di partenza.

Massimo l’ho rivisto solo l’anno scorso; non lo vedevo dal matrimonio tra me e Serena a Roppolo, 21 anni prima. Eros, l’unico assistente della Don Gnocchi con cui sono rimasto in contatto, mi ha chiamato e mi ha detto che Massimo stava per lasciarci. Sono andato a salutarlo all’ospedale San Paolo di Milano. Era stanco e provato dalla malattia ma, nel suo sguardo, ho ritrovato la stessa intelligenza e acutezza di quando lo conobbi.

Questo testo fa parte dei Talking hands, una serie di racconti sulla manualità come pratica di liberazione. Gli altri episodi sono raccolti QUI.