Quando una donna può sentirsi davvero safe? Vorrebbe dire “al sicuro”, ma come vedremo il termine è portatore di una suggestiva ambiguità, che può dirci qualcosa d’importante sull’animo femminile.

Silva ha trentotto anni e vive nella zona di Long Beach, una frizzante cittadina affacciata sul Pacifico a sud di Los Angeles. Oggi è una donna impegnata nella lotta al privilegio e al patriarcato, consapevole che la battaglia si declina in tante forme ma il nemico è sempre lo stesso: l’insicurezza maschile che si manifesta e degenera in egoismo.

È arrivata in California dalla Siria quando aveva otto anni, insieme con una sorella gemella, un fratello maggiore e la madre; il padre, armeno, morì quando lei aveva tre anni. All’epoca vivevano ad Hamman, in Giordania, dove Silva è nata.

Per incontrarci abbiamo optato per una colazione in un parco. Silva ha recuperato caffè e the e mi fa dono di un doughnut al mirtillo. Negli Stati Uniti i doughnuts sono simbolo di coccole e consumarne uno lascia agli indigeni di ogni età un senso di piacevole protezione. Io ho portato croissant e frutti di bosco freschi. Ci sediamo per terra in una zona ombrosa.

“Quando hai cominciato a partecipare alle proteste per le azioni di Israele?” chiedo.

“Una settimana dopo il 7 ottobre” risponde. “Prima ero al corrente della situazione e all’occasione la denunciavo, cioè non stavo zitta in società, a una cena o sul lavoro, ma non avevo mai preso parte concretamente alla protesta. Furono i video di ciò che l’esercito israeliano stava facendo a donne, bambini, anziani, tutti, lo strazio dei loro corpi… e quell’arroganza con cui i soldati si vantavano delle loro azioni mostrandole senza vergogna che mi fecero scattare dentro una molla.”

Silva è per metà armena; mi spiega che quando un popolo viene così tanto offeso, come nel caso di un genocidio, la distruzione subita dagli avi te la porti dentro sebbene tu sia nato generazioni dopo. Racconta dei legami profondi che sente con una trisnonna, di un dolore così grande che può solo essere rappresentato da croci visceralmente legate una all’altra. Presto vicino alla spiaggia ci sarà un allestimento a testimonianza di tutti gli olocausti presenti e passati. Silva partecipa all’organizzazione: l’idea è riuscire a far capire al visitatore che la matrice di tali orrori è sempre la violenza del patriarcato ed è anche la stessa forza che ha prodotto l’ICE e ne fomenta la ferocia.

La sua famiglia è di fede cristiano-ortodossa, ma lei ha scelto di superare la religione istituzionale e avviarsi solitaria verso una consapevolezza che va conquistata con ragione, sentimento e intuizione femminile. Osservo che in questi mesi sono tante le donne, molte giovanissime, che ho visto uscire dall’ombra, afferrare megafoni e parlare in pubblico; lo fanno con determinazione, lucidità e passione, lasciando l’uditorio stupefatto. Silva è solita aprire un discorso in piazza richiamando l’attenzione con una poesia da lei composta, un testo di forte impatto emotivo: “Not for sail” invece di “sale” (un gioco di suoni che automaticamente si richiamano). La riporto qui sotto:

Not for sail

My ease is in the knowing that I will die
My goods will not feed me where I remain and lie

Victory?
I have but only one
For I have chosen to pull the trigger
of the cosmic gun

Splat, splish, boom!
Brain no matter
scattered mind, fishing poles
and a fully loaded bladder

A urinating stream of consciousness
Warm and sound
Digested and absorbed
Fertilized pound for pound

I don’t care to purchase your shit
Soiled and coiled
You mistake my gnosis for wit

Feed me freedom
And starve my oppression
The white man looks at his watch
His only Possession

Drowning in the waves of his drooling
He remembers
The ocean was never his to own
He kneels with submission and finally surrenders

Silva Nahhas

Le chiedo se ha osservato anche lei questo nuovo atteggiamento delle donne e che significato dà al fenomeno.

“Certo, ogni donna è collegata al futuro, ma non perché assicuriamo la prosecuzione della specie e men che meno la progenie del maschio, questo deve essere chiaro: noi non siamo nate per soddisfare la sua vanità; siamo connesse al futuro con l’intuizione che ci contraddistingue. Ogni donna si sente “sicura” (safe) quando può parlare, non ripetendo a pappagallo una lezioncina nei modi che piacciono al sistema patriarcale, ma quando può esprimere la sua intelligenza, che appunto è commista all’intuizione, a un vedere attraverso, fino alla premonizione”.

Come non essere d’accordo? Quale maggiore frustrazione, per un essere nato per guardare la vita attraverso un caleidoscopio di forme e colori che venire invece costretto fin da piccolo a camminare per sentieri lineari? E perché? Basterebbe osservare la natura per rendersi conto che nella sua perfezione aborre le linee dritte. Anche Silva ha una sua visione al riguardo, interessante e piuttosto irriverente: “Perchè i maschi avrebbero la potenzialità di divenire meravigliosi come Gesù e invece soccombono al loro ego e vanno nella direzione opposta, quella di Hitler, e allora guerre, distruzioni, possesso e controllo. Se capissero che l’unica cosa che davvero tengono sotto controllo è l’orologio che si sono messi al polso, non certo il tempo assoluto e men che meno la donna, il mondo cambierebbe all’istante”.

Vede una minuscola pigna tra i fili d’erba e me la regala.

Silva possiede una mente brillante, è acuta nelle osservazioni; le piace unire i puntini per arrivare alla definizione della figura e lo vuole fare da sola, non le interessa un disegno preconfezionato e comodo. Da piccola faceva troppe domande e veniva spesso punita per questo suo ardire. L’autorità non sopporta le domande. Da quasi vent’anni lavora presso studi immobiliari e legali, ma non ha titoli di studio importanti. Ha studiato da sola e fatto pratica sul campo. Cerco di capire meglio.

“Dagli otto ai diciotto anni ho lavorato in un liquor store (un negozio con licenza di vendere alcolici) qui in California” mi spiega. “Sfruttamento minorile. Tutto quel che pensi qui non possa accadere invece accade”. Rimango interdetta, ma in fondo, gratta gratta, sotto gli splendidi giardini che si affacciano sull’oceano troverai lo spietato Far West.

Silva non ha mai smesso di fare domande e la sua ribellione è diventata consapevolezza di una catena di sofferenza e schiavitù che deve essere rotta: “Mia madre ha fatto cose incredibili dove serve il coraggio: è scappata da sola prima dalla Giordania, con la sua grande amica palestinese che si chiama come te e poi dalla Siria tirandosi dietro tre bambini piccoli, ma poi passata l’emergenza è rientrata nel rango di una donna incastrata in una mentalità maschile. Quando mi sono separata, e avevo motivi più che validi per farlo, mi ha detto cose che una donna non dovrebbe pensare.”

Ha ragione. La società si regge su un sistema patriarcale, le leggi, incluse quelle a tutela della donna, vengono create all’interno dei suoi parametri e ne siamo tutti vittime senza esclusione di genere. Ma piccoli esperimenti per allentare le maglie del sistema e confrontarsi al di fuori dei soliti schemi ci sono. Ricordo l’educazione reciproca tra i ragazzi del Palestinian Youth Movement al People Forum; penso all’ultima riunione dei gruppi locali di Long Beach alla libreria Page Against The Machine, dove ognuno aveva due minuti di tempo per parlare e tutti, che avessero vent’anni o appartenessero ai Veterans For Peace, hanno rispettato la regola e nessuno ha prevaricato sull’altro; ai ciclisti solidali di Chicago e New York che rifiutano ogni forma di protagonismo individuale e vogliono solo essere d’aiuto ai loro concittadini sotto assedio da parte dell’ICE. Ecco, forse nei giri di pensiero, che per noi donne sono continui salti pindarici e divagazioni, dove il filo appare perso solo a chi non si è mai messo per generazioni davanti al telaio, siamo tornate al punto di partenza. “Quando una donna si sente abbastanza al sicuro da essere sicura (che tecnicamente sarebbe confident, ma l’ambiguità voluta da Silva rende meglio l’idea)?”.

Quando l’io svanisce e lascia il posto al rispetto.