Proprio nel Giorno della Memoria, nelle scuole italiane si percepisce un clima che ricorda fortemente la Germania degli anni Trenta.
Non è un caso che, nella storia, l’educazione sia sempre stata uno dei primi terreni di controllo e conflitto. Non è un caso che le donne siano state escluse dall’istruzione e dalla vita politica e che tutte le dittature abbiano iniziato il proprio percorso censurando e bruciando libri, epurando docenti, adattando e limando il mondo culturale fino a renderlo sterile propaganda.
La cultura libera, studiare e sviluppare pensiero critico fa paura a chi non vuole critiche né oppositori, a chi preferisce il silenzio all’elaborazione collettiva, l’obbedienza alla coscienza. Per questo il Giorno della Memoria non riguarda solo il passato, ma interpella direttamente il presente, e in modo particolare la scuola.
L’educazione è sempre una pratica di libertà oppure uno strumento di addomesticamento. Non esiste neutralità. Pensare non è un esercizio astratto ma un atto politico e morale. Hannah Arendt lo intendeva come responsabilità verso il mondo comune, Paulo Freire come pratica di libertà; non a caso Frederick Douglass testimoniava già nel 1845 come, nel sistema schiavista, l’alfabetizzazione fosse percepita come un atto sovversivo, capace di incrinare l’ordine imposto.
Nel gennaio 2026, mentre si ricordano le vittime della Shoah, il sistema educativo italiano è attraversato da episodi che mettono in discussione il ruolo stesso dell’istruzione in una società democratica. A Roma, il liceo scientifico Augusto Righi è stato trasformato, per un giorno, in una vera e propria “scuola-caserma”: presenza massiccia delle forze dell’ordine, limitazioni di accesso, rimozione di materiali prodotti dagli studenti e controllo degli spazi in occasione di una conferenza istituzionale¹.
Quasi in parallelo, in diverse città italiane, sono emerse iniziative che invitavano gli studenti a segnalare i “professori di sinistra”², alimentando un clima di delazione, paura e autocensura. Parlare di diritti umani, ambiente, migrazioni, inclusione, antifascismo diventa così, per alcuni, una colpa da denunciare. Proprio nel Giorno della Memoria, questo clima richiama dinamiche storiche che dovrebbero metterci in guardia.
A questo si aggiunge una vicenda che ha suscitato forte preoccupazione nel mondo della scuola: la richiesta di raccolta di dati sugli studenti palestinesi presenti nelle scuole italiane³. Una misura presentata come amministrativa, ma percepita da sindacati e realtà educative come una schedatura su base nazionale o etnica, tanto più grave perché riguarda minorenni.
In questo quadro, vale la pena ricordare che la tradizione ebraica custodisce un insegnamento di grande profondità dialogica e pluralità interpretativa. Lo studio dei testi sacri ebraici — sviluppatosi nella pratica della chavruta e nei dibattiti rabbinici che attraversano la Mishnah e il Talmud — non è un’attività solitaria o dogmatica, ma un continuo dialogo e confronto di opinioni diverse che non sempre sono destinate a trovare accordo. Questo patrimonio culturale dialogico, che ha contribuito in modo significativo alla formazione del pensiero critico nella cultura occidentale, appare oggi in netto contrasto con la rigidità e l’imposizione di silenzi che caratterizzano il clima attuale.
Il paradosso è doppio: repressione, autoritarismo e censura crescono proprio intorno alle critiche allo Stato di Israele⁴ e si manifestano in un paese guidato da una donna che, senza i diritti duramente conquistati — dall’alfabetizzazione al voto — non sarebbe lì; eppure, sotto la sua leadership, quei diritti e la libertà educativa subiscono regressive limitazioni.
La parola dei docenti e il senso della Costituzione
La storia insegna che i processi autoritari non iniziano con atti eclatanti, ma con una lenta assuefazione: controlli presentati come necessari, liste giustificate come strumenti amministrativi, silenzi che diventano consuetudine. Hannah Arendt, nel riflettere sul processo Eichmann, parlò di “banalità del male”: non come eccezione mostruosa, ma come prodotto di obbedienze, routine, piccoli atti quotidiani che smettono di essere messi in discussione.
Di fronte a questo scenario, una parte del mondo della scuola ha scelto di non tacere. Docenti e intellettuali stanno prendendo parola pubblicamente, consapevoli del momento storico che stiamo vivendo e della responsabilità educativa che ne deriva.
Il professore e divulgatore Matteo Saudino, conosciuto come Barbasophia, ha ricordato che l’insegnamento non può essere separato dalla dimensione civica e democratica: «Fare l’insegnante è sempre fare politica», perché significa parlare di convivenza, diritti, pluralità e democrazia. Quando un docente si muove entro questi solchi non sta facendo propaganda, ma esercitando il proprio ruolo nel pieno spirito della Costituzione italiana⁵.
Sulla stessa linea, il professor Giorgio Peloso Zantaforni ha denunciato pubblicamente la gravità delle liste promosse in ambito studentesco, osservando che «fa più paura l’antifascismo insegnato piuttosto che il fascismo mai disimparato». Un’affermazione che mette a nudo una contraddizione profonda: ciò che viene percepito come pericoloso non è l’assenza di una rielaborazione critica del passato, ma la sua presenza viva nelle aule scolastiche.
Memoria viva, cultura e pluralità
Ricordare, oggi, non può ridursi a una commemorazione vuota. Significa difendere i principi iscritti nella Costituzione, nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nelle convenzioni nate dalle macerie della Seconda guerra mondiale. I diritti non vivono solo nelle carte, ma nelle pratiche quotidiane: nel modo in cui si insegna, si discute, si accoglie il pensiero critico e il dissenso.
La scuola non è un luogo neutro, ma nemmeno uno spazio da sorvegliare e addestrare. È — o dovrebbe essere — una comunità educante, capace di ospitare il conflitto senza reprimerlo, la pluralità senza temerla, la complessità senza ridurla a slogan. Questo richiamo riguarda l’intero mondo della cultura: l’università, la ricerca, l’arte, chiunque produca sapere e bellezza.
Non prendere posizione non equivale a essere neutrali: non è imparzialità, ma rinuncia che delega ad altri la responsabilità del pensiero. Significa accettare, più o meno consapevolmente, di funzionare come ingranaggi di un sistema di autoritarismo, propaganda e disciplinamento. Il panem et circenses ha sempre avuto bisogno di operatori dello spettacolo e della distrazione.
Difendere la pluralità oggi significa difendere la memoria come pratica viva, non come parola svuotata. Perché senza educazione libera, la memoria si spegne.
E senza memoria, i diritti conquistati diventano carta straccia su cui prospera il vuoto.
Amara coincidenza: nel giorno in cui questo articolo viene pubblicato, il ddl antisemitismo basato sulla definizione IHRA è stato approvato, trasformando in reato penale la critica allo Stato d’Israele e reprimendo ulteriormente il dissenso dei difensori dei diritti umani.
Note
- Il Righi diventa una “scuola-caserma” per la conferenza di Noemi Di Segni, L’AntiDiplomatico, 26 gennaio 2026. https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_righi_diventa_una_scuola_caserma_per_la_conferenza_di_noemi_di_segni/45289_64961/
- “Segnala il tuo prof di sinistra”, campagna promossa da Azione Studentesca, organizzazione giovanile di destra legata a Fratelli d’Italia; iniziative documentate a Bergamo, Alba, Cuneo, Palermo, Pordenone e altre città. Corriere della Sera, 27 gennaio 2026. https://www.corriere.it/scuola/26_gennaio_27/segnala-il-tuo-prof-di-sinistra-indignazione-per-la-campagna-di-azione-studentesca-il-movimento-di-cooperazione-educativa-la-db4b6b30-2fed-4479-954f-da1ec4d95xlk.shtml
- Scuola, circolare del Ministero per schedare bambini e bambine palestinesi, Radio Onda d’Urto, 16 gennaio 2026. https://www.radiondadurto.org/2026/01/16/scuola-circolare-del-ministero-per-schedare-bambini-e-bambine-palestinesi-la-denuncia-dellunione-sindacale-di-base/
- In Italia sono in discussione ddl che modificano la definizione di “antisemitismo” secondo l’IHRA, con possibili ricadute penali sulle critiche allo Stato di Israele, insieme a misure di “sicurezza” che normalizzano la repressione. Vedi: Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato, 20 gennaio 2026. https://comune-info.net/il-ddl-che-normalizza-la-repressione-prima-ancora-di-essere-votato/
- Intervento video di Barbasophia sulla schedatura dei docenti, gennaio 2026 https://youtu.be/1ogvXGF5n7Y










