Dalla guerra ai corpi mutilati: un ponte di cura tra Napoli e l’Ucraina

Ci sono morti che non ritornano. Ci sono arti che non ricrescono.

In Ucraina la guerra continua, mentre oltre centomila amputati, tra civili e soldati, provano a sopravvivere e a curarsi nello stesso tempo. Gli ospedali lavorano sotto allarme, tra blackout, carenze di materiali, spostamenti pericolosi.

Mine, artiglieria, droni: una guerra che non solo uccide, ma lacera. E mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove, il sistema sanitario ucraino fatica a reggere un’urgenza che non è episodica, ma quotidiana e strutturale. Mancano materiali, tecnici specializzati, centri di riabilitazione, possibilità logistiche sicure. Il bisogno di protesi cresce mentre la guerra continua a produrre nuovi corpi da ricostruire.

Parlare di amputati non significa parlare solo di ferite. Significa parlare di futuro. Di autonomia. Di dignità. O della loro negazione.

È dentro questo scenario che prende forma, a Napoli, un progetto che unisce tecnologia digitale avanzata e solidarietà concreta. Un progetto che nasce dall’incontro tra l’associazione Dateci le Ali, presieduta da Tania Genovese, e l’Ortopedia Meridionale del dottor Salvio Zungri. Non come esercizio di innovazione, ma come risposta a un’assenza reale: la possibilità, per migliaia di persone, di accedere a una protesi senza dover affrontare viaggi impossibili o percorsi sanitari ormai impraticabili.

Il “Progetto Ucraina” lavora su un’idea semplice e radicale allo stesso tempo: portare la costruzione delle protesi direttamente dove servono. Attraverso la scansione 3D dei monconi in Ucraina, i dati vengono elaborati a Napoli, modellati digitalmente, e restituiti come file pronti per la stampa e l’assemblaggio in loco. La tecnologia, qui, non è un fine. È uno strumento di prossimità. Un ponte tra bisogni reali e risposte possibili. Un modo per accorciare le distanze quando le distanze diventano una forma di esclusione.

Questo progetto si innesta in un lavoro quotidiano che da anni attraversa la vita di persone concrete. Con Dateci le Ali, Tania Genovese opera accanto alla comunità ucraina, soprattutto a donne e famiglie, accompagnando percorsi di inserimento, istruzione, formazione, ricerca di casa e di lavoro. Un impegno fatto di relazioni, di ascolto, di presenza. Un lavoro che ha già portato all’invio di ambulanze, aiuti medici, sostegno continuo, e che ha trasformato la solidarietà da gesto emergenziale a responsabilità strutturata.

È proprio questa continuità, questo stare dentro le vite, che oggi rende possibile un salto ulteriore: dalla risposta all’urgenza alla costruzione di soluzioni capaci di durare.

Parlare di protesi significa parlare di diritto alla cura. Parlare di cura significa parlare di dignità. Significa chiedersi se una comunità internazionale è disposta a farsi carico non solo delle vittime che muoiono, ma anche di quelle che restano. Di chi deve reimparare a camminare, lavorare, esistere mentre intorno la guerra non è ancora finita.

La guerra in Ucraina non è finita. Anche se scompare dai titoli. Anche se cambia forma. Continua nei corpi, nelle menti, nella vita quotidiana di migliaia di persone. Raccontare progetti come questo non significa celebrare qualcuno. Significa ricordare che esiste una responsabilità collettiva. E che, a volte, questa responsabilità prende la forma concreta di una protesi, di una rete che si attiva, di una città che non volta lo sguardo.

Perché ci sono morti che non ritornano.

Ma ci sono vite che dipendono ancora da ciò che scegliamo di fare.

Per comprendere meglio da dove nasce questo percorso e che cosa significa portarlo avanti ogni giorno, abbiamo raccolto le parole di Tania Genovese, presidente dell’associazione Dateci le Ali. Nelle sue risposte, il racconto di un impegno nato nei primi giorni della guerra e cresciuto accanto alle persone, tra confini attraversati, ferite da curare e futuro da ricostruire.

1) Se dovessi tornare all’inizio: qual è la prima immagine, o il primo episodio, che associ alla nascita di Dateci le Ali?
Un bisogno immediato di rispondere, di dare un aiuto concreto. Già pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione mi trovavo alla frontiera: ho visto mamme disperate, bambini con lo sguardo perso nel vuoto, pieni di paura. Da lì è nato tutto.

2) Tu sei ucraina e vivi da anni in Italia. Che cosa significa oggi appartenere a una comunità che porta la guerra dentro, anche a migliaia di chilometri di distanza?
Io vivo la guerra ogni giorno: leggendo le notizie, parlando con i miei familiari, sentendo il loro dolore. Non esistono distanze quando si porta la sofferenza nel cuore.

3) Il tuo impegno tocca la vita concreta delle persone. Qual è oggi il bisogno più grande che vedi intorno a te?
Non essere indifferenti. C’è bisogno di tutti noi: per chi è rimasto in Ucraina, per le famiglie che si sono integrate qui, ma soprattutto per gli adolescenti e i giovani, che rischiano di perdersi.

4) Come ti senti tu, umanamente, in questo rapporto quotidiano con persone che hanno perso così tanto?
Cerco di sdrammatizzare quando posso, di offrire opportunità, di incoraggiarli ad andare avanti e a continuare a sognare un futuro migliore, nonostante tutto.

5) Quando hai capito che serviva qualcosa di strutturato come il progetto sulle protesi?
Visitando gli ospedali e parlando con i ragazzi amputati. Lì ho capito che dovevamo trovare un modo concreto per aiutarli, anche a distanza.

6) Che cosa ti ha colpito di più nel lavoro su questo progetto?
Che, anche dopo aver perso una parte di sé, queste persone non hanno mai perso la voglia di vivere né la speranza di vedere la propria nazione ricostruita.

7) In che modo questo progetto cambia concretamente la vita delle persone che seguite?
Restituisce speranza, dignità e soprattutto mobilità. Significa poter tornare a vivere, non solo sopravvivere.

8) Che ruolo ha Napoli in tutto questo percorso?
Napoli è una città profondamente accogliente, con un popolo dal cuore immenso, capace di grande solidarietà.

9) Che idea ti sei fatta di come il mondo stia guardando oggi all’Ucraina?
Purtroppo c’è ancora molta disinformazione. Serve tanta pazienza per aprire gli occhi di molte persone e raccontare la verità.

10) Come possiamo sostenere concretamente Dateci le Ali e il popolo ucraino?
Standoci vicini, sostenendo il nostro lavoro e donando attraverso i nostri canali. Anche un piccolo gesto può fare la differenza.

Ringrazio Tania Genovese e il dottor Salvio Zungri per la disponibilità e per aver condiviso il loro lavoro e la loro visione

È possibile sostenere i progetti dell’associazione Dateci le Ali attraverso una donazione, tramite il modulo disponibile al link seguente:

Modulo-Adesione-come-Associato-Dateci-Le-Ali-APS (3)